Trimestrale di cultura civile

Dove rinasce la democrazia effettiva

  • MAG 2021
  • Massimo Borghesi

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Diverse le cause che hanno portato alla debolezza minimalista del modello democratico. Il primato del libero mercato ne ha svuotato il significato ideale costruito dopo il secondo conflitto mondiale. Nell’era della globalizzazione a spinta finanziaria, retta dalla potenza del neocapitalismo, la democrazia è venuta a definirsi con un volto da guerriero, quale elemento di contrapposizione. Dunque soggetto divisivo. In questo scenario dominato dall’economia sulla politica hanno trovato terreno fertile populismi e sovranismi. Tuttavia, l’irruzione della pandemia ha messo in luce vistose crepe dell’occidentalismo ideologico. Già evidenti nella crisi del 2008. Ora c’è lo spazio per un profondo ripensamento. Laddove nella centralità del binomio fra solidarietà e sussidiarietà può innestarsi un nuovo percorso democratico. Che dall’Europa si allarga al mondo.

L’apogeo del modello democratico, coincidente con il crollo del comunismo nel 1989-1991, pone le premesse per la crisi del sistema democratico occidentale. È questo uno dei paradossi che ci consegna l’era della globalizzazione, l’epoca della pax e della supremazia del modello americano nel mondo.

Con la fine dell’impero sovietico viene meno la contrapposizione tra Est e Ovest, tra Sud e Nord, e gli USA possono celebrare per più di un decennio una egemonia planetaria senza pari. Questa viene affidata non al primato della politica ma dell’economia. La forza della democrazia si lega a quella del sistema capitalistico il quale nel corso degli anni Ottanta-Novanta cambia di natura, diventa finanziario e globalizzato. L’abrogazione della legge Glass-Steagall, legge che stabilisce la separazione tra attività bancaria tradizionale e investment banking, da parte del presidente Clinton e del Congresso a maggioranza repubblicana nel 1999, costituisce il passo fondamentale per l’affermazione di un neocapitalismo aggressivo e incurante delle regole. La persuasione che lo sostiene si fonda sull’idea che il liberismo economico trascini, per intima necessità, anche il liberalismo politico.

Il libero mercato viene compreso come il motore della democratizzazione del mondo, l’espansione del capitalismo come il vettore dell’American way of life. Il libro che sanziona, dal punto di vista filosofico e ideologico, il primato dell’economia nell’era della globalizzazione è The End of History and the Last Man di Francis Fukuyama del 1992 1 .

Un decennio prima Michael Novak aveva pubblicato il suo The Spirit of Democratic Capitalism, l’opera che segna l’inizio dei Catholic Neoconservative, con la loro piena adesione al modello capitalistico, la cui fama raggiungerà il suo acme durante la presidenza di Bush jr. 2 .

Dalla presidenza Reagan in avanti la concezione della democrazia negli USA si depotenzia del suo significato politico e simbolico e punta le sue carte sulla potenza economica del sistema capitalista capace, con le semplici leggi dell’economia, di piegare l’orso sovietico. In tal modo la vittoria del modello democratico, nel 1991, coincide con il suo svuotamento ideale.

Abbattuto il nemico l’Occidente non necessita più di valori forti ma, assecondando il volto libertario ed edonistico del neocapitalismo, può galleggiare nella spuma post-moderna del pensiero “debole”, individualistico e relativistico, per il quale l’idea stessa di verità diviene sinonimo di totalitarismo e di intolleranza. La democrazia forte degli anni del dopoguerra, fondata sulla relazione tra illuminismo moderno e valori del personalismo cristiano, cede il posto alla democrazia procedurale il cui fine è di assecondare la molteplicità delle rivendicazioni settoriali e singolari equiparate a diritti soggettivi.

La versione “guerriera” della democrazia

Questa concezione debole e minimalista della democrazia, che rispecchia fedelmente le dinamiche del neocapitalismo, va in crisi dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 alle Twin Towers di New York. La filosofia relativista che accompagna la globalizzazione degli anni Novanta si rivela impotente di fronte alla provocazione islamista. Il movimento neocon/teocon, che accompagna il decennio dell’amministrazione Bush, coglie nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein l’occasione per rilanciare un’idea forte della democrazia in antitesi alla sua versione post-modernista. La guerra, come già in Hegel e in Carl Schmitt, diviene la condizione di possibilità per il ritorno alla politica di contro al primato dell’economia. Nella lotta contro l’“asse del Male” l’Occidente “cristiano-americano” può esportare nel mondo il modello democratico. Democrazia e guerra, di contro all’idea di Fukuyama sulla “fine della storia” nell’era della globalizzazione, stringono un’alleanza che, anticipata dalla guerra nella ex-Jugoslavia, segnerà il primo decennio del 2000 con strascichi e contraccolpi sanguinari. Si tratta di una versione che contrasta profondamente con quella dominante in Europa nel post 1945. Allora, uscita dalle macerie della guerra, dall’abominio provocato dalle ideologie e dai regimi totalitari, la democrazia si era sposata con l’idea della pace e della concordia tra i popoli. Di contro, agli inizi del 2000, abbiamo il modello neocon, duro, conflittuale, bellicoso. In Italia se ne fa interprete lo storico Ernesto Galli della Loggia il quale nel 2003, durante la Seconda guerra nel Golfo, scrive, criticando le culture socialdemocratiche e cristiane che hanno guidato l’Europa del dopoguerra: “Alimentate dalla catastrofe storica delle statualità europee – al cui senso erano per altro ideologicamente estranee – quelle culture non avevano e non potevano avere nulla a che fare con la dimensione bellica, sicché hanno contribuito a rafforzare ancor più la condizione maggioritaria dello spirito pubblico europeo, il quale di eserciti e di armi non voleva più neppure sentir parlare, vedendovi solo il simbolo della propria rovina”. In tal modo, secondo l’autore, “è venuta prendendo forma una diversità rispetto agli Stati Uniti che non potrebbe essere più evidente. Mentre oltreoceano permangono un’idea e un esercizio forti della sovranità statale (la pena di morte ne è la manifestazione più paradigmatica), mentre lì guerra e democrazia, lungi dall’essere considerate degli opposti, sono viste non solo perfettamente compatibili ma, in un certo senso, addirittura complementari, da noi nulla di tutto ciò. Noi europei occidentali, ormai fuggiti disgustati dalla sovranità e dalla guerra, noi ormai riusciamo a pensare il ‘politico’ solo in un’accezione debole, dove esso è sostanzialmente ridotto da un lato alle procedure e dall’altro alla sfera dei diritti (‘umani’, individuali e sociali). […] E poiché tutto si tiene, come stupirsi che nell’Europa odierna dei diritti e della pace anche Dio e il suo nome siano diventati indicibili? Che nel progetto di Costituzione europea entrambi non possano trovare posto, laddove negli Usa invece essi dominano il discorso pubblico? Tutto si tiene, appunto: esiste un legame ancestrale, di ordine psicoculturale, profondissimo, tra la dimensione della violenza e quella del sacro, tra la guerra e Dio, ‘il Dio degli eserciti’ come non a caso lo definiscono ripetutamente i testi più antichi della nostra tradizione religiosa” 3 .

Nella chiamata alle armi di Galli della Loggia risuona la versione “guerriera” della democrazia che si contrappone a quella pacifista, irenica, del relativismo post-moderno. Una concezione destinata a naufragare di fronte allo scacco, tragico e sanguinoso, della guerra irachena. Il messianismo teocon, con la sua teologia politica fondata sulla contrapposizione amico-nemico, svuota, ancor più del relativismo, gli ideali universali e fraterni che guidano l’autentico ideale democratico. Esso non intacca minimamente, per altro, la potenza incontrollata del neocapitalismo la quale, al contrario, viene riconosciuta in tutta la sua forza e potenza espansiva. In tal modo tanto l’orientamento relativistico della democrazia quanto quello teocon arretrano di fronte all’economico concepito come la vera forza dell’Occidente. Una forza che, a partire dal collasso di Lehman Brothers nel 2008, si è palesata come il fattore primario della disgregazione del mondo. La globalizzazione unisce dividendo, produce una uniformità che suscita contrapposizioni e contraddizioni radicali. L’Europa, schiava fino al 2019 del modello di Maastricht, contrassegnata da un esasperato individualismo degli Stati membri, perviene al punto limite che precede la dissoluzione. Populismo e sovranismo rappresentano la reazione, la metastasi di una falsa globalizzazione nella quale la priorità dell’economia sulla politica porta, per necessità interna, alla divisione del mondo.

La peste del nostro tempo

Rispetto a questi processi, di falsa unificazione e di dissoluzione, la pandemia, la peste del nostro tempo, rappresenta una battuta d’arresto. Essa obbliga al ripensamento, teorico e pratico, del modello dell’occidentalismo ideologico che si è imposto a partire dagli anni Ottanta del secolo passato. La solidarietà europea ritrovata, sia nell’ambito economico che in quello sanitario, rappresenta un miracolo difficilmente pronosticabile prima del 2020. La democrazia ritrova un significato solidale di comunione tra i popoli e gli Stati che, a sinistra come a destra, si era persa nella fase post-comunista. È questo il percorso che viene tracciato nell’Enciclica Fratelli tutti di papa Francesco. In essa il “dogma di fede neoliberale”, che ha dominato negli ultimi decenni, è criticato a partire dal primato democratico della politica e dell’etica sull’economia.

Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti. Il neoliberismo riproduce sé stesso tale e quale, ricorrendo alla magica teoria del “traboccamento” o del “gocciolamento” – senza nominarla – come unica via per risolvere i problemi sociali. Non ci si accorge che il presunto traboccamento non risolve l’inequità, la quale è fonte di nuove forme di violenza che minacciano il tessuto sociale. Da una parte è indispensabile una politica economica attiva, orientata a “promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale”, perché sia possibile aumentare i posti di lavoro invece di ridurli. La speculazione finanziaria con il guadagno facile come scopo fondamentale continua a fare strage. D’altra parte, “senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. E oggi è questa fiducia che è venuta a mancare”. La fine della storia non è stata tale, e le ricette dogmatiche della teoria economica imperante hanno dimostrato di non essere infallibili. La fragilità dei sistemi mondiali di fronte alla pandemia ha evidenziato che non tutto si risolve con la libertà di mercato e che, oltre a riabilitare una politica sana non sottomessa al dettato della finanza, “dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno” 4 .

La democrazia implica il primato della politica sull’economia insieme alla riscoperta della nozione di “bene comune”. Il “bene comune” rappresenta non un punto di equilibrio statico ma una nozione dinamica, antinomica, che unisce i poli senza annullarli. Per questo una democrazia effettiva sorge dalla tensione unitiva tra sussidiarietà e solidarietà. Al contrario dopo il 1989 la versione meramente liberistica dell’economia ha favorito, in modo unilaterale, la sussidiarietà contro la solidarietà. Una sussidiarietà nominale perché l’universo della società civile è stato per lo più esautorato a favore del capitale privato e dei sui interessi. Come osservava uno studioso del pensiero sociale di Giovanni Paolo II, John Sniegocki, riferendosi criticamente al cattocapitalismo dei teocon: “È in nome della libertà che i neoconservatori si oppongono ai diritti economici, cercano di minimizzare il ruolo dello Stato nella vita economica (eccetto nel caso di proteggere la prosperità, i contratti, ecc.) e si oppongono a molte misure di redistribuzione della ricchezza. Tutti i valori egualitari forti, affermano, sono ‘incompatibili con il rispetto per la libertà’. Come molti commentatori hanno evidenziato, la teoria economica che i neoconservatori sostengono (presentata da economisti come Ludwig von Mises a Friedrich von Hayek) è radicata in un individualismo metodologicamente molto forte. […] In contrasto con l’enfasi neoconservative sulla ‘libertà’ papa Giovanni Paolo II enfatizza specialmente la virtù della ‘solidarietà’, che pone il primato nel soddisfare i bisogni primari di tutti. […] Papa Giovanni Paolo II apprezza chiaramente la libertà, come i neoconservatori, ma fonda la sua idea della libertà in una comprensione altamente comunitaria della persona umana che vede un esercizio più pieno della libertà nella preoccupazione attiva per gli emarginati” 5 .

Nel binomio tra sussidiarietà e solidarietà, società e Stato, iniziative personali e dimensione universale, la democrazia rinasce. La “forma” della democrazia tende a riflettere il proprio tempo, le sue esigenze dominanti. Nei periodi di tranquillità e di benessere essa si svuota nel comodo relativismo degli interessi individuali. In tempi di guerra si riveste di armature e di ambizioni egemoniche. Le crisi autentiche, quelle in cui tutti hanno bisogno di tutti, favoriscono, al contrario, processi di cooperazione solidale. È quanto è accaduto nell’Europa della ricostruzione post-bellica, laddove libertà e solidarietà apparivano come valori indissociabili. È quanto sta avvenendo oggi sull’onda di una pandemia che pure continua a mietere le sue vittime. Una solidarietà europea che chiede di essere estesa ai Paesi del mondo impossibilitati a dotarsi delle risorse necessarie per combattere il nemico invisibile.

NOTE

1. F. Fukuyama, The End of History and the Last Man, The Free Press, New York 1992, tr. it., La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano 2003.

2. Cfr. M. Novak, The Spirit of Democratic Capitalism, Simon&Schuster, New York 1982, tr. it. Lo spirito del capitalismo demo-cratico e il cristianesimo, presentazione di A. Tosato, Edizioni Studium-Edizioni Effediuno, Roma 1987. Su Novak e il filone dei Catholic Neoconser-vative americani si cfr. M. Borghesi, Francesco. La Chiesa tra ideologia teo-con e ospedale da campo, Jaca Book, Milano 2021, pp. 51-109.

3. E. Galli della Loggia, Europa e America. Il grande freddo, “Corriere della Sera” (23-02-2003).

4. Fratelli tutti, Lettera enciclica del Santo Padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale, & 168.

5. J. Sniegocki, The Social Ethics of Pope John Paul II: a Critique of Neocon-servative Interpretations, “Horizon”, 33/1 (2006), pp. 7-8.

Massimo Borghesi è filosofo e saggista; professore ordinario di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell’Università di Perugia.

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