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Scuola di Formazione Politica 2026 / Prima sessione

L’Occidente e la Cina
nella nuova geopolitica

  • 17 MAR 2026

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La crescita demografica, industriale e scientifica dell’Asia. Il nuovo “centro” del mondo. Come capacità produttiva, digitalizzazione, investimento sul capitale umano decidono la sfida Washington-Pechino

Dopo la lezione inaugurale di Luciano Violante, la Scuola di formazione politica ha svolto la prima sessione, culminata – dopo il seminario di preparazione - con la conferenza pubblica di Alessandro Aresu, consigliere scientifico della rivista “Limes”, sul tema «L’Occidente e la Cina nella nuova geopolitica». Una traccia sommaria degli argomenti principali svolti da Aresu viene offerta dagli appunti che seguono.

IL CENTRO DEL PIANETA

Riprendendo analisi contenute nel suo recente volume La Cina ha vinto, Aresu ha preso le mosse dalla considerazione che il centro produttivo del nostro pianeta non è più quello del secolo scorso: “Le grandi masse dell’Asia hanno un ruolo centrale nell’industria e nella produzione globale, cosa che non accadeva negli anni ’50 o negli anni ’60... nell’Asia orientale si trovano i due Paesi più popolosi del mondo: l’India e la Repubblica Popolare Cinese”. Sono tre miliardi di persone. “La dimensione del commercio internazionale ci mostra chiaramente questo mutamento: sei dei dieci porti commerciali più grandi del mondo si trovano in Cina”. Così pure la produzione industriale: prima l’ascesa del Giappone, poi della Corea del Sud, e poi Cina, Vietnam, ecc.

La ricchezza prodotta è ormai enorme e lo è anche la formazione, l’istruzione e il capitale umano.

Questa dimensione è collegata anche al processo di straordinaria digitalizzazione del nostro pianeta”, i grandi cambiamenti dovuti al persona\l computer, a internet, ai social media, e allo smart-phone.

Ora, ha proseguito Aresu, “il contributo dell’Europa in questa filiera è diventato molto più limitato rispetto al passato.

I processi di digitalizzazione del mondo siano anche processi economici e sociali”.

Il mondo dei poteri brutali La lezione di Luciano Violante

CAPITALISMO POLITICO

“Con questa espressione – capitalismo politico - intendo una forma di capitalismo in cui diventano sempre più evidenti gli intrecci tra economia e politica. Questo è molto visibile nel contesto internazionale attuale e nella conflittualità tra Stati Uniti e Cina. Vediamo emergere vincoli e controlli politici sull’economia: politiche industriali aggressive, sussidi alle imprese, dazi commerciali... Inoltre, si utilizza sempre più spesso il concetto di sicurezza nazionale per giustificare politiche economiche. Così il commercio internazionale perde le sue regole. Si rafforza anche una parte specifica dell’economia: l’industria della difesa e gli apparati militari.

Le grandi imprese tecnologiche e le nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, diventano parte di questo nuovo complesso tecnologico-militare”.

LA CINA HA VINTO?

Negli Usa esiste da tempo un dibattito circa il ruolo e le dinamiche della Cina. Secondo Aresu esso presenta “una certa schizofrenia: da una parte chi parla di un imminente collasso della Cina, dall’altra chi sostiene che la Cina sta vincendo la competizione globale. Il percorso del mio libro La Cina ha vinto, - ha proseguito -  parte proprio da questa riflessione. Poiché la questione riguarda la differenza di prospettive tra Stati Uniti e Cina e il modo in cui ciascuno guarda l’altro, ho deciso di raccontarla attraverso una figura paradigmatica, Wang Huning, studioso cinese che dai primi anni ’80 studiato a fondo l’Occidente, il suo pensiero filosofico e politico, e inoltre partecipa, come altri accademici, alle discussioni interne al potentissimo Partito Comunista Cinese. Tra il 1988 e il 1989 compie un lungo viaggio di studio negli Stati Uniti, durato circa otto o nove mesi, al termine dei quali scrive un libro intitolato America contro America. “Questo concetto – ha detto Aresu - non è solo il titolo di un libro, ma diventa quasi una dottrina attraverso cui il Partito Comunista Cinese guarda agli Stati Uniti. Nel libro Wang Huning analizza i punti di forza e le contraddizioni del sistema americano. Tra i punti di forza individua: la grande capacità finanziaria, il dinamismo imprenditoriale, gli enormi investimenti in scienza e innovazione e la capacità di attrarre talenti da tutto il mondo. Tra i punti di debolezza individua invece le forti disuguaglianze sociali e la fragilità della coesione sociale. Descrive, per esempio, il numero di senzatetto nelle città americane, la diffusione delle droghe e il fatto che negli Stati Uniti ci siano più armi che persone”. Wang Huning sale ai vertici del PC cinese, e vi rimane fino ad oggi è considerato il numero quattro della gerarchia del potere.

“Questo è un fatto significativo perché mostra l’asimmetria che esiste tra le élite cinesi quando guardano l’Occidente e le élite occidentali quando guardano la Cina. Non mi risulta, per esempio, che nell’élite occidentale esista qualcuno che abbia studiato così profondamente il pensiero politico cinese — Confucio, Mencio e le altre figure centrali della tradizione politica cinese — o che abbia compiuto viaggi di studio così lunghi e approfonditi nella società cinese. Questo elemento è importante anche per capire come il Partito Comunista Cinese pensi sé stesso. Il partito utilizza il linguaggio del marxismo e del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ma può essere interpretato anche come una nuova dinastia della lunga storia imperiale cinese. I cinesi sostengono che la loro è la civiltà più antica esistente in modo continuativo. Il messaggio implicito è: la nostra civiltà esiste da oltre duemila anni. È un modo di confrontarsi con Paesi molto più giovani, come gli Stati Uniti, che celebreranno quest’anno i 250 anni dalla loro nascita”.

 UMILIAZIONI E RISCATTO

Tra Ottocento e Novecento la Cina, convinta di essere il centro del mondo, viene sconfitta e smembrata dalle potenze coloniali che avevano realizzato la rivoluzione industriale e possedevano una superiorità tecnologica.

In particolare, l’Impero britannico, ma anche altre potenze e il Giappone.

Questo trauma storico è entrato profondamente nella coscienza cinese. Per Aresu anche “questo spiega perché, dal 1978 a oggi, la Cina abbia investito così tanto nella scienza e nella tecnologia”. Fino alla grande capacità di produzione industriale e dell’intelligenza artificiale.

Oggi sono il cuore della capacità industriale dell’intelligenza artificiale, i veri architetti dell’intelligenza artificiale.

Taiwan “con i suoi 23 milioni di persone, che non sono tantissime, riesce comunque ad avere specializzazioni in ingegneria elettronica, ingegneria meccanica, ottica, oltre che informatica, senza le quali è impossibile costruire questa macchina industriale. Essa viene sempre dalle persone e dalla cultura. E tutto questo sta avvenendo accanto a un luogo molto più grande di Taiwan: la Repubblica Popolare Cinese”.

Sull’altro versante “la concentrazione finanziaria negli Stati Uniti sulle aziende tecnologiche è ormai molto importante e ha portato a enormi capacità di investimento.

Amazon, Google, Facebook, Microsoft e Oracle investivano circa 150 miliardi nei data center pochi anni fa; per il 2026 è previsto che arrivino a 630 miliardi. Quindi una massa di investimenti davvero significativa.

Ma al di là degli investimenti esiste sempre un’altra dinamica da considerare: quella della ricerca scientifica. Ed è proprio lì che comincia ad accumularsi un vantaggio cinese. Il cammino della Cina nella ricerca scientifica negli ultimi vent’anni è stato impressionante”.

“Questo dipende da un fattore molto importante: la scala della formazione in Cina. Perché ci sono i capitali, cioè le risorse che si investono sia per l'innovazione sia per la formazione. E poi ci sono i talenti, il capitale umano applicato alle varie sfide. Questo rimane l'aspetto essenziale per comprendere la dinamica del rapporto tra l'Occidente, la Cina e gli altri”.

 

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