Da la Repubblica del 21 agosto 2025:
L’Europa è l’unica area nel mondo in cui ogni persona ha il diritto di ricevere assistenza, istruzione e servizi sanitari al di là del censo e della provenienza. Una grande conquista di civiltà, che afferma la dignità di ogni essere umano e che troppo spesso si dà per scontata quando si parla di crisi del progetto europeo. Vista la sua rilevanza, questo sarà un argomento centrale al Meeting di Rimini che partirà il prossimo 22 agosto.
È possibile in una situazione di “inverno” demografico e congiuntura economica negativa conservare e migliorare questo sistema di welfare universalistico?
Innanzitutto è importante sottolineare che da tempo la letteratura evidenzia come gli investimenti pubblici in educazione, sanità e previdenza sociale possano agire da "assicurazione macroeconomica" contro la volatilità ciclica, rafforzando sia la capacità innovativa che la stabilità sociale. Per questo il welfare non va più concepito come un meccanismo meramente redistributivo o emergenziale, ma come un'infrastruttura sociale ed economica essenziale per lo sviluppo di lungo periodo, la resilienza macroeconomica e la stabilità politica. L’equità intergenerazionale, garantita da servizi pubblici universali, è un fattore chiave per la coesione sociale e, quindi, per la crescita.
Il nostro Paese sta scivolando verso uno scenario americano, con disparità di trattamento tra ricchi e poveri e un massiccio intervento del privato a fini di lucro (oggi calcolato intorno al 20 per cento). Come rileva il Rapporto “Sussidiarietà e… welfare territoriale”, già oggi tra il 70 e l’80 per cento dei cittadini denuncia difficoltà o impossibilità di accesso ai servizi di welfare fondamentali. È di qualche giorno fa la preoccupante notizia della riduzione del ceto medio: il 49 per cento degli italiani afferma di appartenere a un ceto più basso, mentre ormai solo il 45 per cento si riconosce nel ceto medio, quella che un tempo era considerata la classe sociale principale in Italia (sondaggio Demos per conto di questo quotidiano). Il rapporto di ricerca citato mostra che i problemi del nostro sistema di welfare dipendono anche da come è concepita la sua organizzazione, caratterizzata da: una quota elevata di trasferimenti monetari, meno efficaci degli interventi in servizi; una governance policentrica tra Stato, regioni, comuni, con sovrapposizioni e carenze; disomogeneità della spesa tra aree interne e grandi città e tra centro città e periferie; standardizzazione degli interventi con scarso monitoraggio dei bisogni della popolazione, che cambiano continuamente, mancanza della valutazione della qualità dei servizi. Due sembrano perciò gli interventi di metodo necessari.
Il primo è il passaggio alla presa in carico della persona: come è stato teorizzato ed empiricamente osservato, occorre partire dai bisogni degli individui e coordinare le risposte dei diversi enti erogatori, privilegiando servizi collocati in un contesto sociale, fattore fondamentale per superare l’isolamento e la solitudine di chi è in difficoltà.
Il secondo intervento, che almeno nel breve periodo potrebbe migliorare l’offerta di sanità, assistenza e istruzione, è la valorizzazione degli enti non profit: realtà non a fini di lucro di cui il nostro Paese è ancora ricco. Esse costituiscono ben il 70 per cento degli enti che si occupano di solidarietà sociale e sono preferiti dal 62 per cento degli italiani per la qualità dei loro servizi. Offrono infatti risposte di prossimità che rafforzano la fiducia dei cittadini, la coesione sociale e contrastano le disuguaglianze, conseguenze dell’attuale modello di sviluppo neo-liberista. Il loro lavoro, silenzioso ma capillare, impedisce fenomeni di disgregazione che potrebbero diventare ben più gravi. Lo abbiamo visto durante le ultime crisi, quella finanziaria del 2008 e quella pandemica del 2020.
Nonostante le sentenze della Corte Costituzionale, che stabiliscono una stretta collaborazione tra pubblica amministrazione ed enti non profit, con strumenti quali la co-programmazione e la co-progettazione, prevalgono ancora, tra pubblico e privato, rapporti molto problematici.
Alla base di tutto questo c’è una scelta che deve compiere lo Stato, cioè la politica, attraverso una pubblica amministrazione sempre più responsabile e sensibile alle esigenze dei cittadini, aperta al cambiamento e alla valutazione della sua efficacia.
Tra le tante riforme da attuare, il ripensamento dello stato sociale, secondo le linee accennate, è una delle più urgenti.
Da Il Giornale del 21 agosto 2025:
Non può chiamarsi sviluppo quello che aumenta le disparità e lascia nella difficoltà a curarsi, a essere assistito e istruito un numero crescente di persone. I dati Oxfam del 2024 evidenziano una disuguaglianza crescente in Italia con il 5 per cento della popolazione più ricco che detiene quasi la metà della ricchezza nazionale. Nello stesso tempo, si registra un aumento della povertà soprattutto tra le famiglie meno abbienti.
Quello di un welfare moderno e di un nuovo modello sviluppo è e sarà nel prossimo futuro un tema cruciale per la tenuta delle democrazie. Il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nel suo intervento in occasione della presentazione del Rapporto “Sussidiarietà e… welfare territoriale”, lo scorso febbraio, ha affermato che “il sistema di welfare non è solo uno strumento di equità sociale, ma anche un motore essenziale per lo sviluppo economico di un Paese. In un contesto caratterizzato da informazione imperfetta e mercati finanziari incompleti, il welfare riduce l’incertezza, mettendo le persone nella condizione di poter assumere rischi, ad esempio avviando un’attività imprenditoriale innovativa […]. Il sistema di welfare valorizza il capitale umano della società, contribuendo così ad aumentare il potenziale economico complessivo”.
È questa una riflessione particolarmente importante perché oggi il welfare viene visto dalla “ventata” neoliberista come una conseguenza dello sviluppo economico, piuttosto che un suo fattore determinante. Se si tiene conto anche del fatto che il debito pubblico riduce le risorse a disposizione, che siamo di fronte a un drammatico inverno demografico e all’emergere di nuove esigenze e forme di marginalità, è urgente una riorganizzazione dello Stato sociale se si vuole salvaguardare il suo carattere universalistico ed equo. Le competenze nell’offerta dei servizi di welfare sono attualmente distribuite tra Stato, Regioni e Comuni con sprechi e inefficienze. Secondo il rapporto sulla sussidiarietà citato, in Italia solo il 30 per cento dei bambini ha accesso a un asilo nido, le famiglie con disabili sono sempre più povere, e già il 20 per cento della spesa sociale è di origine privata, quasi interamente a carico delle famiglie, con una percentuale significativa di italiani (tra il 67 e l'80 per cento) che ha incontrato difficoltà o impossibilità di accesso ai servizi fondamentali negli ultimi tre anni.
Occorre un cambio di passo: se le famiglie e le reti sociali verranno supportate fin dall’infanzia, nell’accesso ad alloggi dignitosi, nella formazione permanente per adattarsi ai cambiamenti del mercato del lavoro e in un sostegno attivo agli anziani, la capacità di lavorare e creare sviluppo crescerà esponenzialmente.
Come hanno evidenziato molti studi, il welfare come fattore di sviluppo è strettamente legato all’investimento in istruzione di qualità. Quindi, se il sistema di welfare garantisce il supporto affinché i giovani possano accedere all’istruzione superiore e alla formazione professionale, diventa anche un volano per la produzione di nuove risorse.
Tra i temi del Meeting di Rimini che sarà inaugurato domani 22 agosto si parlerà quindi di politiche di coesione, del ruolo della politica nell’individuare una visione di Paese e dello Stato e degli altri enti pubblici, nazionali ed europei nell’attuarla, dell’iniziativa delle realtà sociali e del Terzo settore.
Tra gli ospiti. Mario Draghi, il Commissario europeo per la politica regionale Raffaele Fitto, il Ministro per gli affari europei, il Sud, le politiche di coesione e per il PNRR, Tommaso Foti.
