Dalla legge sul volontariato al Codice del Terzo Settore, alla sentenza n. 131 della Corte Costituzionale fino agli sviluppi più recenti: forme nuove di democrazia partecipativa
Presentiamo qui il saggio di Simone Frega, ricercatore in Diritto costituzionale e pubblico alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, pubblicato su “Diritti regionali. Rivista di diritto delle autonomia territoriali”, con il titolo “La sfida dell’amministrazione condivisa: una nuova forma di democrazia partecipativa”.
Ecco una sintesi dei principali contenuti,
Con l’introduzione del Codice del Terzo Settore (d.lgs. 117/2017) si è avviato un cambiamento significativo nella concezione e gestione delle politiche pubbliche, specialmente a livello locale. Tale riforma ha promosso una modalità di amministrazione fondata sulla co-responsabilità tra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore, riconoscendo al cittadino un ruolo attivo, non più passivo, nella cura dell’interesse generale.
Questa visione innovativa è stata rafforzata dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 131/2020, che ha riconosciuto l’amministrazione condivisa come modello legittimo e alternativo alle logiche di mercato e concorrenza, aprendo la strada agli istituti di co-programmazione e co-progettazione. Si tratta di strumenti attraverso i quali la PA e gli enti del Terzo Settore collaborano alla definizione e realizzazione di interventi sociali, superando il tradizionale appalto e affermando un metodo basato su fiducia reciproca e partecipazione.
Tappe fondamentale per la normativa inerente il Terzo Settore sono state la legge sul volontariato del 1991, la legge delega del 2016, e infine il Codice del Terzo Settore del 2017. Questo corpus normativo si fonda sui principi costituzionali della solidarietà sociale e della sussidiarietà orizzontale (art. 118 Cost.), che riconoscono alle formazioni sociali e ai cittadini organizzati il diritto/dovere di contribuire all’interesse generale.
La riforma del Titolo V della Costituzione ha offerto una base solida per questo approccio, ridefinendo le relazioni tra pubblico e privato in chiave collaborativa: non è più solo lo Stato a detenere la responsabilità esclusiva del bene comune, ma essa viene condivisa con i soggetti della società civile organizzata.
Dal punto di vista giuridico, l’amministrazione condivisa è stata ulteriormente istituzionalizzata attraverso l’adattamento del Codice dei contratti pubblici, in cui è stata riconosciuta la separazione tra le gare d’appalto e i procedimenti collaborativi disciplinati dal Codice del Terzo Settore (artt. 55-57). Le Linee guida emanate dal Ministero del Lavoro hanno ufficializzato questa distinzione, valorizzando il Terzo Settore come partner privilegiato della PA per attività a spiccata valenza sociale.
Tale approccio implica un cambiamento culturale e metodologico profondo: la PA non può più elaborare in autonomia l’analisi dei bisogni sociali per poi affidarsi alla logica competitiva del mercato. Deve invece avviare processi di dialogo, ascolto e progettazione condivisa con gli enti del Terzo settore, che sono portatori di saperi civici e conoscenze territoriali essenziali.
L’amministrazione condivisa è definita come un “cantiere aperto”, in costante evoluzione, che consente l’adattamento alle specificità dei territori e delle comunità locali. Le regioni italiane stanno adottando tale pratica con modalità diverse, sperimentando percorsi partecipativi che danno voce ai bisogni reali e permettono risposte più adeguate.
Infine, questo modello rappresenta una risposta alla crisi della rappresentanza politica e alla perdita di capacità dei partiti di mediare tra cittadini e istituzioni. L’amministrazione condivisa riapre spazi di rappresentanza diretta del bisogno, promuovendo forme concrete di democrazia partecipativa, basate sui principi di solidarietà, sussidiarietà e cooperazione civica.
LEGGI L'ARTICOLO INTEGRALE
CLICCA QUI