Celebrare l’arte del Continente per affermarne un necessario protagonismo. Questo il significato del Festival del Libro Africano giunto alla seconda edizione e andato in scena a Marrakech, la capitale culturale del Marocco. Come procedere con l’affrancamento dalla visione occidentale della storia delle Afriche è stato il tema più raccontato negli autorevoli interventi. A partire dalle parole del Premio Nobel per la Letteratura 1993 Toni Morrison. La convinzione comune è che oggi si sia arrivati al punto di non ritorno e che sia dunque maturo il tempo di una riscrittura complessiva della storia. Un vero e proprio passaggio epocale. Per uscire definitivamente dal luogo comune che le Afriche devono continuare ad essere sotto controllo per evidenti limiti strutturali, per un infantilismo di fondo.
“L’Africa per gran parte degli ultimi cinque secoli – ha scritto Toni Morrison, afroamericana, Premio Nobel per la Letteratura nel 1993 – è stata vista come un posto povero, disperatamente povero, nonostante sia scandalosamente ricca di petrolio, oro, diamanti, metalli preziosi e così via. Ma poiché quelle ricchezze non appartengono, in larga parte, alle persone che vivono lì da sempre, il continente è rimasto nella mente dell’Occidente meritevole di disprezzo, e saccheggio.
A volte ci dimentichiamo che il colonialismo è stato ed è guerra, una guerra per controllare e possedere le risorse di un altro Paese, che significano denaro. Possiamo anche illuderci e pensare che i nostri sforzi per “civilizzare” o “pacificare” altri Paesi non abbiano a che fare con i soldi. Lo schiavismo è sempre stato una questione di soldi: manodopera gratuita che produce denaro per possidenti e industrie”.
Sfacciataggini interpretative
All’inizio di febbraio si è tenuto a Marrakech, capitale culturale del Marocco, il secondo Festival del Libro Africano, fondato e organizzato da Fatimata Wane, giornalista del canale France 24, Hanane Hessaydi, lo scrittore Mahi Binebine, e Younès Ajarraï, imprenditore culturale. Un meeting che vuol essere “un momento di celebrazione dell’arte africana in tutte le sue forme”, e che ha riunito scrittori, editori, artisti africani e della diaspora con l’obiettivo di promuovere la creatività locale e di “sognare un’Africa nuova” proprio sul suo suolo. Si è parlato di questioni sociali, culturali e politiche, di razzismo e decolonizzazione, ma soprattutto di una ridefinizione dell’identità del continente.
Uno degli incontri più interessanti è stato dedicato a Una storia africana del mondo, una storia mondiale dell’Africa, con Mamadou Diouf, Felwine Sarr, Valerie Marin La Meslèe, moderato dal filosofo marocchino Ali Benmakhlouf, direttore del Centro di studi africani dell’Università Politecnica Mohammed VI. È stato un momento per “correggere le sfacciataggini interpretative e per rivalutare il ruolo dell’Africa nella storia del mondo: molti storici professionisti oggi lavorano proprio a una ricostruzione della genealogia delle culture umane, così come l’abbiamo ereditata dalla tradizione eurocentrica, e per liberare la storia dall’egemonia di quella narrativa”.

Culla del mondo umano o ancora Continente infantile?
La storia dell’Africa sarebbe tutta da riscrivere. Ed è molto meno marginale di quanto immaginiamo. Ali Benmakhlouf ha introdotto (l’evento, ndr) ricordando che essa è “fatta di rapporti di dominio e di violenza, di rifiuti e di rivolte, ma anche di interazioni a tutte le scale, di circolazione di beni e di idee, di innovazioni e adattamenti locali sullo sfondo di mutazioni globali. Prima della colonizzazione l’Africa è stata in realtà uno spazio interconnesso. Quando oggi si parla di giovani nazioni africane, chiuse entro frontiere imposte dalla colonizzazione, si dimentica proprio questo spazio di connettività di cui parlavano i viaggiatori e la letteratura dei secoli passati”, attraversato da lunghi itinerari carovanieri di merci e di uomini e da spiritualità comuni. “La storia del nostro continente, spasso anche traumatica, è stata poi legata al fenomeno della colonizzazione e dello schiavismo, e oggi ci chiediamo come uscire dalle contraddizioni come quella che dice da un lato che l’Africa è la culla del mondo umano, e dall’altro che si tratta di un Continente ancora infantile, che deve restare sotto il controllo di qualcuno. Per tutto il XIX e XX secolo siamo stati in balia di questo doppio linguaggio. La seconda questione importante è come iscrivere l’Africa nella storia del capitalismo mondiale, perché questa è legata indissolubilmente alla colonizzazione. Toni Morrison ha sempre sottolineato come “gli Stati Uniti siano diventati la prima potenza mondiale grazie allo sfruttamento di una risorsa gratuita: lo schiavismo. Tutte le grandi università americane sono state fondate con il denaro della tratta dei neri: celebriamo spesso queste belle istituzioni educative dimenticando l’origine esatta dei finanziamenti da cui hanno preso le mosse”.
Ma il contributo africano di solito nei libri di storia viene omesso: Ali Benmakhlouf ricorda che “la Seconda Guerra Mondiale è stata vinta grazie ai senegalesi, ai marocchini, agli algerini che hanno contribuito al recupero di posizioni delle truppe che dall’Africa del Nord risalirono in Europa con gli Alleati, anche se poi questi combattenti africani nella foto ufficiale della vittoria non compaiono”.
E rammenta anche altri particolari del Novecento che la storiografia spesso tralascia: durante ad esempio la Carestia del Bengala, che allora faceva parte dell’India britannica, “nel 1943 ci furono 20 mila morti alla settimana”: gli storici stimano che abbiano perso la vita da 2 a 3 milioni di persone, su una popolazione di 60. “E nello stesso periodo il Bengala continuava a esportare il frumento che serviva a nutrire gli inglesi che stavano lottando contro il nazismo”.
Il paesaggio intellettuale
Tra gli ospiti dell’incontro di Marrakech c’era anche Mamadou Diouf, che insegna Studi africani e Storia alla Columbia University di New York. Tra le sue pubblicazioni L’Africa nel tempo del mondo, Senghor e le arti. Reinventare la negritudine (con Sarah Frioux Salgas e Sarah Lignier), Africa N’ko. La biblioteca coloniale in discussione (con Mamadou Diawara e Jean-Bernard Ouédraogo).
“L’Africa – dice Diouf – è apparsa e scomparsa dal paesaggio intellettuale, dal paesaggio della storia a seconda delle circostanze. Davvero questo continente è stato la culla dell’umanità e anche il metro a partire dal quale misuriamo quella che chiamiamo civilizzazione”.
Ma usciti dalle prime pagine dei libri di storia, di solito tutti se ne dimenticano: “A seconda dei momenti, questa apparizione da protagonista dell’Africa sulla scena della storia e la sua scomparsa potremmo persino considerarle come il gioco principale di ciò che definisce l’umanità”.

La scrittrice Toni Morrison
Diouf descrive l’intrecciarsi, il sovrapporsi, il contrapporsi di archivi culturali diversi, che sono stati e sono all’origine della stessa autocoscienza dei popoli africani: “La storia ha visto alternarsi diverse ‘biblioteche’, alla maggior parte delle quali naturalmente gli africani non hanno partecipato. La prima è la biblioteca antica, greca e latina, molto interessante perché è stata il modo di presentare l’Africa al mondo, appunto come l’origine dell’umanità, e anche della sua civilizzazione: quella degli antichi egizi è ovviamente una civiltà di origine etiopica. Poi c’è la biblioteca arabo-islamica che dice: l’Africa è il Sudan, il paese dei neri. Quindi c’è la biblioteca più conosciuta, quella coloniale, che ha l’odore della dominazione, e che ha preteso di dire a noi ciò che l’Africa è. Infine c’è un’ultima biblioteca, importante, quella afroamericana, che è probabilmente quella che ci permette meglio di comprendere cosa siamo”.
Questa nuova coscienza dei popoli neri che viene dagli Stati Uniti “fu inaugurata da William Edward Burghardt Du Bois, importante sociologo e storico americano che nel 1911 scrisse un testo teatrale che si intitolava Stelle dell’Etiopia, fondamentale per capire il posto dell’Africa nella storia del mondo. In esso Du Bois parla di quelli che chiama “i regali” che gli uomini neri hanno portato in dono all’umanità, come il dono del fuoco e quello del ferro” scoperti già dagli uomini preistorici. “Aldilà di certe ragioni puramente tecniche, questi sono gli elementi che permettono di sancire l’anteriorità della civiltà africana, ma anche di comprendere meglio la storia del mondo stesso”.
La storia: plurale e instabile
Du Bois, socialista, pan-africanista e attivista per i diritti civili era cresciuto nel Massachusetts, si era laureato alla Friedrich Wilhelm Universität di Berlino e ad Harvard. Docente all’Università di Atlanta, in questo suo The Star of Etiopia rappresenta quella terra come “la Madre degli Uomini”, che guida una mistica processione di eventi storici oltre la gloria dell’antico Egitto, mostrando l’Africa come il centro dell’arte e del commercio, con gli splendidi regni antichi del Sudan e dello Zimbabwe. E Du Bois immagina afroamericani che in vari ruoli professionali riemergono negli ultimi secoli lentamente dalla schiavitù imposta dall’uomo occidentale, tornano alla vita e alla speranza, e sui quali continua a brillare questa Stella dell’Etiopia. “Oggi – conclude Diouf – è indispensabile accettare l’idea che la storia sia inevitabilmente plurale. E non soltanto plurale, ma anche instabile. Già negli anni ‘20 del Novecento era iniziato questo dibattito su come produrre una nuova narrativa storica. Lèopold Sédar Senghor, poeta, intellettuale e statista senegalese, negli anni ‘60 si misurò spesso con Tagore, che diceva che il solo modo di produrre una storia del mondo esterna a quella scritta in Occidente era di lavorare sul quotidiano. Perché la storia istituzionale è una storia della politica, ed è sequestrata dall’idea hegeliana che esista un’unica “storia del mondo”. Contro di essa Tagore pensava che ciascuna società dovesse recuperare la propria storia locale, è questa prospettiva che permette di sfuggire a certe regole della storiografia istituzionale. Dunque il diritto a una nuova narrativa già sessant’anni fa veniva percepito come essenziale dei popoli africani, ma al tempo stesso esso ha aperto lo spazio a narrative anche contraddittorie. Eppure è l’unica maniera per uscire dal circolo della storiografia eurocentrica”.
Anche l’evoluzione del paesaggio, l’urbanizzazione rapida e di massa sono elementi chiave del cambiamento dell’Africa di questi anni: ma di fronte a modelli di città che vanno riempiendo di torri di aspetto occidentale le sue metropoli, di fronte a questa “dubaizzazione” Diouf dice che oggi “bisognerebbe produrre un sapere che prenda in considerazione anche la storia dell’iscrizione dell’Africa nell’economia e nell’urbanizzazione mondiali. È evidente che le scienze e le tecnologie esprimono una forte spinta dinamica, e permettono di avviare in fretta dei cambiamenti, di aprire dei cantieri. Ma per gli africani il paesaggio materiale conserva un rapporto con il paesaggio spirituale. Prendere in carico la questione del paesaggio africano è dunque una questione essenziale”.
