Quadrimestrale di cultura civile

Marco Aime: più che le Afriche
mi attira la gente che le abita

Condividi

Le tessere del mosaico africano si stanno trasformando assai rapidamente. Con paesi in deciso rinnovamento come il Ghana, la Nigeria e il Botswana. Altri in drammatico ritardo come Sahel, tutta la zona di Mali, Niger, Burkina Faso, anche Mauritania. Proprio per la vastità e la complessità del Continente, permangono forti le contraddizioni, dovute anche al colonialismo che ha separato popoli e creato artificialmente stati. Ma quei popoli dimostrano un coraggio che è una lezione di vita. E nei giovani l’entusiasmo di costruire una cultura africana nuova. Che non è più quella del villaggio, della capanna e della società contadina, ma è una società urbana, che però non ha dimenticato del tutto quello che c’era prima: forti reti di solidarietà, legami dal basso, l’abitudine al ritrovo e alla conversazione prolungata che sopravvivono anche nelle città. Intervista all’antropologo Marco Aime

“Parlare con Marco Aime – ha scritto il suo collega Franco La Cecla - significa riprendere il senso classico del fare antropologia, andare nella “brousse” africana, comprendere il senso dei mercati nel Benin, immergersi tra i Dogon in una delle più complesse culture animiste, ma anche scoprire che si può diventare ricercatori dopo aver lavorato in fabbrica a Torino e avere elaborato lì la propria voglia di scrittura e di mondo”.

Aime l’Africa la conosce bene: la guarda con l’occhio dello scienziato, indagatore dei processi sociali umani, ma anche con l’occhio partecipe di chi la frequenta e la ama, pur con tutte le sue contraddizioni.

 Ci va spesso: l’ha vista cambiare negli ultimi anni?

Anzitutto, di “Afriche” dobbiamo parlare al plurale, perché si tratta di un continente immenso e molto diversificato: ci sono divari enormi. Io conosco un po’ meglio la parte occidentale, le altre le ho visitate ma non sono uno specialista. Alcune aree del continente stanno vivendo delle trasformazioni rapidissime molto importanti, di cui si parla poco. Il Ghana, ad esempio, è un paese dove stanno nascendo molte nuove iniziative economiche, giovani che fondano start-up, è un paese molto attivo. La Nigeria ospita un’industria cinematografica che è oramai la terza al mondo per giro d’affari e fa concorrenza all’indiana Bollywood (la chiamano “Nollywood”). Anche il Botswana è un paese che sta facendo grandi passi avanti verso la modernizzazione e il cambiamento. In questo mosaico abbiamo delle tessere che si stanno trasformando molto rapidamente, mentre altre parti stanno contemporaneamente peggiorando: penso al Sahel, tutta la zona di Mali, Niger, Burkina Faso, anche Mauritania, che è anche quella che conosco meglio, dove c’è stato un cambiamento politico, religioso e militare, abbiamo visto insorgere e affermarsi gruppi jihadisti (tanto è vero che qualcuno parla di Sahelistan, come cioè se ci trovassimo di fronte a un nuovo Afghanistan), c’è una galassia di gruppi estremisti che opera ai confini con il Sahara. Quella che era la “Françafrique” viene abbandonata, in alcuni casi i militari di Parigi sono stati anche duramente cacciati, per passare però sotto l’egida della Russia. Non dimentichiamo che l’Africa è la base di quello che prima si chiamava Gruppo Wagner.

 L’entità militare privata non registrata in Russia, ma attiva in difesa degli interessi di Mosca al di fuori dei suoi confini, che abbiamo visto sul campo, per esempio, nella guerra in Ucraina…

E che adesso è stata rinominata Africa Corps, come quelli - memoria non felice - del Feldmaresciallo tedesco Erwin Rommel nella Seconda Guerra Mondiale. Evgenij Prigoin, comandante mercenario, fondatore della Wagner, non a caso aveva il suo impero nel Sahel e nella Repubblica Centrafricana.

 Negli ultimi dieci anni la Wagner è stata attiva in Sudan, Repubblica Centrafricana, Madagascar, Libia, Mozambico. Ha aperto uffici in venti paesi africani, compresi Swaziland, Lesotho e Botswana. I suoi mercenari sarebbero stati schierati anche in Zimbabwe, Angola, Guinea, Guinea Bissau e forse nella Repubblica Democratica del Congo. Una presenza non secondaria, in Africa.

Non dimentichiamo che il Sahel ospita i più grossi giacimenti di uranio del mondo. Allontanandosi la Francia, che ha basato tutto il suo approvvigionamento energetico sul nucleare, ci sono stati non pochi scossoni. È in atto una trasformazione rapidissima. Stare sotto il cappello dei Francesi non era certo una cosa piacevole, ma credo che stare sotto la Wagner lo sia ancor meno. In quest’area abbiamo infatti delle forti crisi di carattere economico e anche bellico: e già sono paesi sfortunati da un punto di vista ambientale e climatico.

 Qual è il clima nelle grandi città africane che crescono?

Nei paesi più vivaci c’è un grande entusiasmo, una grande speranza. Si intravede un futuro migliore. Invece in altri - penso al Mali, e anche all’Eritrea – il futuro non si vede, ed è questo che poi innesca la spinta a tentare di raggiungere l’Europa. Lo sfruttamento dell’Africa è certamente una delle cause che innescano il fenomeno migratorio. Ma in generale, quello che sta cambiando un po’ in tutta l’Africa è la grandissima diffusione del web, che sta davvero caratterizzando gli ultimi anni, con una serie di paradossi: una tecnologia nuovissima è arrivata di colpo - vent’anni fa quasi non c’era il telefono, ricordo che le prime volte che andavo in Africa avevo difficoltà a chiamare in Italia, magari riuscivi a prendere la linea solo dopo due o tre giorni. Oggi via Whatsapp mi arrivano quasi in diretta i video delle cerimonie nei villaggi. E la diffusione della rete e delle connessioni sta cambiando anche i passaggi di denaro, i mezzi di pagamento immediato via telefonino (come da noi Satispay) si vanno diffondendo in maniera rapidissima tra i giovani africani. Io vedo soprattutto due elementi generali. Un sempre maggiore inurbamento (ormai molto più della metà degli africani sono cittadini), che ci dovrebbe portare a cambiare un po’ l’immagine che abbiamo dell’Africa dei villaggi (che sì, esiste ancora, come da noi esistono le campagne, però non è più quella di una certa letteratura europea, e comunque anche nel villaggio trovi il ragazzo con lo smartphone...). L’altra caratteristica macroscopica dell’Africa attuale è che ha più di un miliardo e mezzo di abitanti (che non sono neppure tanti per un continente così vasto) e soprattutto che il 47% di loro ha meno di 18 anni e il tasso di fertilità ad oggi è attorno al 4,5 figli per donna: è la più grande generazione giovane probabilmente mai apparsa sulla Terra.

 Significa che fra cinquant’anni, salvo il tasso di mortalità ancora elevato, potrebbero essere 7,5 miliardi di persone, se le cose non cambiano…

Questi giovani cittadini africani così numerosi stanno generando delle culture nuove. Se nell’Africa tradizionale erano gli anziani a trasmettere la tradizione e la cultura oggi non è più così, questi giovani sono tanto numerosi che gli anziani non ce la fanno a trasmettere il sapere tradizionale a questi ragazzi che hanno fatto un salto culturale enorme, entrando nel mondo della rete: un adolescente di Dakar oggi sta sul web esattamente come ci sta un adolescente di tutto il resto del mondo.

 Che tipo di cultura stanno sviluppando?

Anche se esteticamente le loro grandi capitali possono sembrare simili alle nostre occidentali, in esse convivono elementi culturali e modelli di vita e di relazione che rimangono ancora africani. Diciamo che quella che nasce è una cultura africana nuova, non è più quella del villaggio, della capanna e della società contadina, è una società urbana, che però non ha totalmente dimenticato quello che c’era prima: esistono ancora, ad esempio, forti reti di solidarietà, legami dal basso, l’abitudine al ritrovo e alla conversazione prolungata sopravvivono anche in città.

 Lei ha sottolineato la vastità di questo continente: è noto che noi occidentali abbiamo una percezione sbagliata dell’Africa, anche a causa della “proiezione di Mercatore” che da secoli abbiamo adottato nel disegnare le nostre mappe geografiche: una correzione della dimensione delle superfici convesse del pianeta per renderle rappresentabili su un foglio piano, ma che fa risultare l’Africa molto più piccola di quello che è: con 30,3 mila chilometri quadrati di superficie, è in realtà grande più di 3 volte la Cina (9,3) e più di 7 volte l’Unione Europea (4,2).

La Repubblica Democratica del Congo, che non è neppure il paese più grande (quello è l’Algeria), da sola ha più o meno la superficie di tutta l’Europa occidentale. Le proporzioni reali e la nostra stessa percezione del continente sono falsate dalle nostre carte, è vero, ma sono rese ancora più ampie dalle difficoltà di spostamento che permangono.

 La pensiamo più piccola di quanto sia, e la dividiamo in paesi che spesso sono pure entità teoriche. Basta osservare una carta politica dell’Africa per accorgersi che i confini di molti stati sono dritti, sembrano disegnati la riga: la suddivisione del continente fu in gran parte realizzata a partire dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885 e per mano degli Stati europei colonizzatori. Si calcola che il 44% dei confini africani segua paralleli o meridiani, e un altro 30% è stato comunque disegnato a tavolino. I 104 confini disegnati durante la Conferenza di Berlino, da soli, separarono tra loro 177 gruppi etnici e aree culturali comuni. Insomma: noi europei abbiamo un’immagine totalmente scorretta di cosa sia l’Africa.

Interi paesi sono nati artificialmente, e questo è uno dei grandi motivi delle crisi interne, popolazioni molto diverse faticano a convivere: è come se oggi l’Europa diventasse improvvisamente uno stato unico, naturalmente avremmo anche noi grosse difficoltà. Solo all’interno della Repubblica Democratica del Congo, l’ex Zaire, si parlano 450 lingue.

 La cartina europea-coloniale in realtà non corrisponde affatto alla distribuzione reale dei popoli.

Io dico sempre, anche ai miei studenti, che se quei confini, tracciati appunto con il righello, sono così diritti è perché alla fine dell’800 non sapevano ancora dove fosse il petrolio, altrimenti sarebbero stati più attenti e i profili sarebbero stati più curvi, per girarci intorno. Tra le tante colpe dell’epoca coloniale c’è quella di aver creato degli stati, dei territori più o meno controllati, dividendo delle etnie anche importanti: i Tuareg, ad esempio, oggi sono sparsi in cinque paesi, tra Algeria, Libia, Mauritania, Niger, Mali, e anche Ciad. In compenso, in altri luoghi hanno messo insieme etnie che tradizionalmente erano rivali o comunque in competizione, e anche questo ha creato non pochi problemi, che si sono poi tradotti in una difficoltà a gestire un paese: penso al Burkina Faso, che per l’Africa è un paese piccolo, ma ha come minimo una dozzina di lingue. Per forza poi bisognava parlare francese per capirsi. Però questo vuol dire creare una cultura che finisce per collidere con le tradizioni e la cultura dei popoli. È un problema molto sentito anche dagli scrittori africani: scrivere nella lingua del colonizzatore è ingiusto, è sentito come un tradimento; però è anche l’unico modo per farsi leggere. Qualche scrittore, come Ngugi wa Thiong’o, ha provato a proporre dei romanzi in gikuyu, la sua lingua, però li possono leggere solo quelli che la parlano - la maggior parte dei quali, peraltro, non sa neanche leggere. È una questione molto delicata: parli nella lingua dell’oppressore, ma questa è anche l’unica che ti permette di uscire da una certa cerchia.

 In un certo senso, di emanciparti.

E infatti i grandi scrittori africani scrivono tutti in inglese o in francese.

 Oltre a fraintendere lo “spazio” africano, noi fatichiamo a comprendere anche il loro uso del tempo. Dalla Rivoluzione Industriale siamo fanatici sull’efficienza temporale di certi processi e l’Africa ci sembra un ambiente troppo “lento”.

Il mio amico Jean-Léonard Thouadi, congolese, che è stato anche assessore del Comune di Roma nella giunta di Walter Veltroni, arrivava sempre in ritardo alle riunioni e usava dire che “Dio ha dato l’orologio agli svizzeri, il tempo agli africani”: e con questo si giustificava. Però è vero che la concezione del tempo, soprattutto nell’Africa tradizionale, ma per certi versi è ancora un po’ così anche nell’Africa urbana, non è così ossessiva, non è ancora entrato il discorso della produttività a tutti i costi. O il fatto che il lavoro e il guadagno siano il valore principale della vita di un uomo: il valore relazionale in Africa è ancora molto forte. Tre o quattro africani seduti sotto un albero che chiacchierano per un europeo perdono tempo, per un africano tutt’altro: anche quel momento di discussione, condivisione e confronto è qualcosa che fa parte della vita. È una società indubbiamente molto più conviviale. Su questo avrebbe forse da insegnare qualcosa anche a noi.

 Le nuove tecnologie stanno cambiando l’Occidente, ma i grandi giacimenti di materie prime e di energie rimangono in Africa.

È sempre di più un continente chiave, da questo punto di vista, e questa è la sfortuna dell’Africa, essere considerata da tutti un giardino, un grande giacimento di materie prime. È accaduto con il petrolio, che continua ad avere la sua importanza, poi con l’uranio, poi il coltan, columbite e tantalite che servono per fabbricare i cellulari, e negli ultimi anni soprattutto con cobalto e litio, visto questo boom delle tecnologie per la mobilità elettrica, soprattutto da parte della Cina. La “svolta ecologica” ha bisogno appunto di questi due metalli, e la maggior parte di essi si trova in Congo. Non a caso in quel paese c’è una guerra che dura da dieci anni, di cui si parla poco o niente, ma che ha causato già dieci milioni di morti. Senza contare altre materie prime, tipo il cacao o il legname, che hanno comunque un peso specifico nell’economia globale. L’Africa è un’enorme riserva naturale da cui tutti attingono e che a tutti purtroppo conviene mantenere così. Con la complicità di molti leader locali africani, dittatori o semi-dittatori, quelli che vengono chiamati “leader/dealer”, capi-popolo/commercianti, che vendono ciò che hanno nel loro paese solo per arricchirsi loro, senza usare quei proventi per migliorare le condizioni della popolazione.

 L’Africa, insomma, resta al centro degli appetiti internazionali.

Non è un caso che sia spesso oggetto di conflitto o sede di scontri, proprio perché è appetibile, queste enormi riserve di materie prime di vario tipo fanno gola a tutti, e con strutture di governo fragili e mal gestite le multinazionali trovano spesso molto semplice stabilire degli accordi diretti vantaggiosi, o anche corrompere la politica o l’amministrazione locale. Sicuramente a fare la parte del leone in questo è la Cina, che ha usato un metodo di cooperazione misto a scambi commerciali grazie al quale da molti anni si sta aggiudicando gran parte degli accordi sui materiali importanti dell’Africa. I cinesi hanno capito prima di altri che l’Africa è per loro una risorsa e anche un mercato in cui vendere prodotti a basso costo.

 Siamo proprio noi europei ad aver perso questo treno.

Sì. Il vantaggio che ha avuto la Cina è quello di non avere l’immagine dell’ex colonizzatore: per gli africani dialogare con i cinesi non voleva dire dialogare con quello che fino all’altro giorno era il tuo capo, padrone e oppressore, che ti considerava inferiore. E su questo i cinesi hanno giocato, devo dire molto abilmente, con un approccio totalmente diverso dal nostro. Anzitutto, questo mi è capitato molte volte di sentirlo dagli africani, non hanno usato né la forza né le armi, ma solo lo scambio; e poi i cinesi che vanno a stare in Africa per affari si mostrano come gente semplice, abituata a una certa sobrietà: si accontentano di un po’ di riso e magari dormono in una casa africana, non come gli occidentali che hanno più pretese, e scendono nei grandi alberghi: in quel modo, vengono immediatamente percepiti come più lontani.

 L’Africa resta un territorio di grande fascino?

Io sono sempre stato attratto da un posto bruttissimo come il Sahel, uno dei peggiori in cui vivere. Mentre l’Africa delle foreste può far sognare gli spiriti avventurosi. Però quello che mi ha sempre colpito è la forza e la vitalità delle persone africane: in quelle condizioni, in certi climi e certi ambienti riuscire a essere vivaci, allegri, dimostra un coraggio che è una lezione di vita. Più che l’Africa devo dire che mi ha sempre attirato la gente che abita in Africa.

Marco Aime è ricercatore di Antropologia Culturale presso l’Università di Genova. Ha condotto ricerche in Benin, Burkina Faso e Mali, oltre che sulle Alpi. Oltre a numerosi articoli scientifici, ha pubblicato vari testi antropologici sui paesi visitati.

Nello stesso numero

Contenuti correlati

Multilateralismo vitale

Diplomazia e sostenibilità:
la difficile arte della cooperazione globale

NOV 2025 | ENRICO GIOVANNINI

Nonostante tutte le emergenze globali la diplomazia continua ad operare. Come emerge da un’attenta analisi del Rapporto ASviS 2025 (Pace, giustizia e diritti: pilastri della sostenibilità) uscito lo scorso mese di ottobre

Clicca qui!