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Immaginare il futuro

  • MAR 2019
  • Alessandro Rosina

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Non siamo esseri mortali che vivono in un mondo immobile. Viviamo, anzi, in un mondo con mutamenti sempre più accelerati che, senza potenziare la nostra capacità di lettura e i nostri strumenti di azione, riusciamo sempre meno ad anticipare e gestire.

In questo mondo complesso è molto difficile immaginare il futuro: per millenni le mappe per conoscere il mondo sono state trasmesse di generazione in generazione rimanendo, più o meno, sempre le stesse. Oggi la mappa di conoscenza della realtà che i genitori danno ai loro figli, che gli educatori danno ai giovani, diventano rapidamente obsolete. Se vogliamo costruire un futuro migliore va quindi potenziata la nostra capacità di guardare la realtà, di agire al suo interno da protagonisti positivi, di fare scelte individuali e collettive di successo. Senza questi strumenti tutto si blocca, aumenta l’incertezza nei confronti del futuro e l’incertezza diventa insicurezza che blocca scelte, senso di fiducia e porta ad arroccarsi in difesa piuttosto che agire, positivamente, in attacco.

Se guardiamo al lungo periodo, finora le cose sono andate bene: è aumentata la longevità, cioè viviamo più a lungo e anche in condizioni di benessere materiale migliori del passato, anche se con molta disuguaglianza. Tutto questo fa parte delle grandi trasformazioni che viviamo: creano opportunità ma sono difficili da capire, da gestire e non hanno nulla di scontato. Il fatto che finora la longevità sia aumentata di pari passo con le condizioni materiali e di benessere, non è garantito in nessuna legge di natura, né demografica, né economica. Dobbiamo noi, volta per volta, interpretare il cambiamento e fare in modo che diventi miglioramento e non peggioramento. È questa la sfida da affrontare, come ho cercato di illustrare nel mio libro Il futuro non invecchia (Vita e Pensiero, 2018).

La popolazione mondiale è iniziata a crescere in Europa, il primo continente ad avviare il processo di transizione demografica, con riduzione prima della mortalità infantile a partire dal XIX secolo, poi via via giovanile, adulta e ora sempre più anche anziana. Solo più tardi la fecondità si è riallineata verso il basso. Nel frattempo i Paesi europei hanno alimentato una forte emigrazione verso il resto del mondo. Ora l’Europa non cresce più, ma avendo portato la propria fecondità molto sotto il livello di equilibro generazionale (pari a 2,1, mentre il numero medio di figli per donna è oggi nel nostro continente attorno a 1,6), presenta anche un accentuato processo di invecchiamento della popolazione.

Ci sono, invece, altri Paesi in cui la mortalità è oggi in riduzione e la fecondità continua a essere elevata, per cui si trovano nella fase centrale della transizione demografica durante la quale si produce la crescita della popolazione.

Se si guarda all’andamento del numero medio di figli per donna si vede che tutti i continenti stanno convergendo verso valori attorno o sotto i 2 figli per donna, con eccezione dell’Africa che presenta una fecondità ancora superiore a 4,5. Come esito di queste dinamiche, da qui alla metà del secolo l’Europa tenderà a diminuire mentre l’Africa raddoppierà i suoi abitanti. Ma anche la struttura per età della popolazione dei due continenti che si affacciano sul Mediterraneo è molto diversa: sempre più anziana sulla sponda nord e molto giovane e dinamica sulla sponda sud. Devono affrontare due sfide diverse ma in parte anche complementari. In particolare l’Africa deve riuscire a trovare la sua via di sviluppo e compiere il suo processo di transizione demografica.

Non sappiamo come sarà la nostra società nel 2030, 2040, 2050, ma la demografia è un punto di riferimento solido per costruire l’impalcatura attorno alla quale costruire il nostro futuro. La demografia ha infatti una sua inerzia: la popolazione che avrà sessant’anni tra vent’anni già la conosciamo, sono gli attuali quarantenni. Quest’inerzia ci consente già di capire come sta cambiando la composizione della popolazione mondiale. È vero che la popolazione mondiale non cresce più ai ritmi sostenuti del secolo scorso, ma in questo secolo la demografia pone, in ogni caso, quattro sfide.

La prima è che non siamo mai stati così tanti ed entro la metà del secolo si aggiungeranno oltre due miliardi di persone. Quindi si pone la questione di come gestire questa crescita e molto dipenderà dalle dinamiche dell’Africa.

Il secondo aspetto è che non c’è mai stata una crescita così differenziata tra i vari continenti: è una fase della storia del pianeta con una forte differenziazione demografica che si collega anche ad altri squilibri all’interno dei vari continenti.

Terzo punto: non ci sono mai stati così tanti anziani all’interno della popolazione mondiale. La longevità aumenta le opportunità di vivere a lungo e, unita alla diminuzione della natalità, fa sì che il peso della popolazione più matura diventi sempre più rilevante. Questo è un fenomeno che caratterizza in maniera più specifica i Paesi più maturi, più ricchi, più sviluppati.

Quarto punto è che non ci sono mai stati così tanti stranieri, ovvero così tante persone che vivono in un Paese diverso da quello in cui sono nate. Approfondiamo questo quarto punto. Le persone che si stima vivano in un Paese diverso da quello in cui sono nate sono oltre 250 milioni e questo numero è in continuo aumento. È interessante vedere quale atteggiamento le nuove generazioni hanno rispetto a queste trasformazioni e, in particolare, rispetto all’immigrazione. Dai dati del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo emergono risultati interessanti.

Davanti a cambiamenti così rilevanti, complessi e delicati, si possono innescare meccanismi che gli psicologi sociali chiamano di “economia cognitiva”: di fronte a ciò che non riesco a capire e gestire cerco di darmi delle risposte rassicuranti e semplici, cerco di mettermi in gioco il meno possibile e tenerlo a distanza. Mi informo, ma fino a un certo punto, e mi affido soprattutto all’informazione più accessibile, spesso superficiale e dispersiva. Il rischio è quello di entrare in un cortocircuito in cui la realtà non viene effettivamente compresa, ma genera una iper-semplificazione che non aiuta, alla fine, a capire i fenomeni e a gestirli.

I dati raccolti dal Rapporto giovani, da questo punto di vista, sono particolarmente interessanti. All’affermazione “gli immigrati rendono l’Italia un Paese insicuro” il 57,6 % degli intervistati (tra i diciotto e i trentaquattro anni) risponde “abbastanza” o “molto” d’accordo. Se però si va ad approfondire, precisando il tema e chiedendo qual è l’atteggiamento rispetto agli immigrati regolari, la percentuale di chi percepisce l’immigrazione come “insicurezza per il Paese” scende al 33,8%.

Un altro elemento interessante è il risultato che otteniamo quando chiediamo ai giovani cosa pensano rispetto alla questione della gestione dei flussi migratori. All’affermazione “i flussi migratori dovrebbero essere regolati dall’Unione Europea e non dai singoli Stati membri” quasi il 70% risponde affermativamente. La grande maggioranza dei giovani pensa quindi che si tratti di fenomeni che richiedono una capacità maggiore e più ampia di gestione rispetto a quello che possono fare i singoli Stati.

Andando oltre i luoghi comuni e l’iper-semplificazione, cerchiamo di capire più specificamente come il fenomeno effettivamente si presenta. Nel dibattito pubblico il rischio di confusione è molto elevato e tendono a scontrarsi due tesi entrambe basate su slogan poco attinenti con la realtà: quello di evitare che arrivino con “chiusura completa delle frontiere” e quello di evitare che partano “aiutandoli a casa loro”.

Primo punto: in base ai dati solo una limitata minoranza dell’immigrazione è irregolare, diversamente da quanto gran parte degli italiani pensa.

Secondo punto: attualmente non è l’Africa il continente che produce la maggior emigrazione internazionale – anche se probabilmente lo sarà in futuro per la crescita rilevante della sua popolazione – ma l’Asia.

Terzo aspetto da sottolineare è che la maggioranza dei flussi migratori è all’interno dei continenti. Si tratta quindi di un fenomeno molto articolato che non può essere ridotto semplicemente allo “stanno arrivando tutti dall’Africa con i barconi e siamo invasi da un’immigrazione irregolare”.

Un altro punto fondamentale è che i flussi migratori non partono dai Paesi più poveri. La scelta di emigrare alla ricerca di opportunità migliori necessita di un primo sviluppo che fa crescere le aspirazioni di miglioramento. Quindi c’è una prima fase nella quale i Paesi innescano un processo di miglioramento che porta a investire di più sulla qualità che sulla quantità dei figli, ma queste aspettative crescenti di miglioramento portano anche a cercare opportunità anche fuori dal contesto in cui si vive. Questo significa che sviluppo e flussi migratori vanno gestiti assieme, solo nel medio lungo periodo lo sviluppo riduce i flussi di uscita.

D’altro lato, la possibilità di crescita economica e demografica dell’Europa è compromessa da un rapporto che sta diventando sempre più squilibrato tra vecchie e nuove generazioni. Il vivere a lungo e bene è sostenibile solo in una popolazione che ha anche una presenza solida di giovani e di persone nelle età centrali lavorative. La prospettiva di trovarsi con sempre più persone in pensione e bisognose di assistenza sanitaria e nel contempo una riduzione della popolazione nelle età in cui si produce ricchezza, benessere, innovazione, impone prima di tutto la necessità di valorizzare al massimo la presenza dei giovani nel mondo del lavoro e in secondo luogo attrarre persone che rafforzino, a tutti i livelli, i settori con carenza di manodopera.

L’Italia, in particolare, è arrivata a uno squilibrio tale da avere un numero di nuovi nati inferiore al numero di persone di ottant’anni. Una auspicata ripresa della natalità è una parte delle risposte da mettere in campo, ma è anche vero che solo tra vent’anni le nuove nascite potranno produrre il loro impatto di rafforzamento nel mercato del lavoro. Nel frattempo una immigrazione regolare e integrata nel nostro modello sociale e di sviluppo avrebbe effetti favorevoli.

Rispetto all’immigrazione ci sono tre scenari possibili, due possono effettivamente realizzarsi, ma uno solo è auspicabile.

Il primo è lo scenario “di pancia”, è quello di chi non vuole immigrati. Si tratta di uno scenario irrealizzabile perché davanti a flussi di questo tipo (davanti a un’Europa che non cresce e invecchia e un’Africa che cresce in maniera rilevante), pensare di trovarsi al centro del Mediterraneo e chiudersi è illusorio. Se assecondassimo questa idea ci troveremmo comunque con una immigrazione irregolare subita, con alto sfruttamento, bassa integrazione e alte tensioni sociali.

Il secondo è quello “di cuore” di chi afferma che dobbiamo accogliere chiunque arrivi. Non basta accogliere, bisogna dare effettive possibilità di integrazione sociale ed economica; per farlo il fenomeno va gestito con limiti e regole precise. La conseguenza è altrimenti quella peggiore, di un Paese che fatica a crescere e che è sempre più diviso al proprio interno.

Il terzo scenario è quello “di testa”: non trattare il fenomeno come emergenza, ma capirlo, gestirlo e includerlo in modo sistemico all’interno del nostro modello sociale e di sviluppo. Questo è l’unico scenario che può produrre crescita inclusiva e rispondere agli squilibri strutturali del Paese. In un Paese che crea opportunità per tutti, creando un bene comune che si allarga e che tutti contribuiscono a far allargare.

L’Italia deve quindi porsi come obiettivo quello di costruire un futuro migliore, utilizzando tutte le potenzialità che ha a disposizione all’interno, ma anche, visti gli squilibri demografici prodotti, attraendo risorse dall’estero che entrino positivamente all’interno dei processi di crescita del Paese. La qualità del nostro futuro dipende molto da come gestiremo le sfide demografiche dell’invecchiamento della popolazione e dell’immigrazione.

L’intervento ha avuto luogo durante l’incontro “Sotto il cielo d’Europa: per un’integrazione possibile. Dati e fatti”, organizzato da CMC, Fondazione per la Sussidiarietà e CDO a Milano l’11 marzo 2019.

 

 

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