Dialogo o conflitto: la scelta ineludibile

Nel prossimo futuro l’Africa sarà un inevitabile interlocutore, con tutti i Paesi del mondo e, in particolare per la vicinanza, con quelli europei e l’Italia. L’Africa è un continente con problemi enormi, consistenti cambiamenti in atto, quindi anche enormi opportunità potenziali. In particolare la prima evidenza che balza agli occhi, è la colossale crescita demografica e un conseguente altrettanto rilevante problema di migrazioni, interne e internazionali.

 

Nel prossimo futuro l’Africa sarà un inevitabile interlocutore, con tutti i Paesi del mondo e, in particolare per la vicinanza, con quelli europei e l’Italia. L’Africa è un continente con problemi enormi, consistenti cambiamenti in atto, quindi anche enormi opportunità potenziali. In particolare la prima evidenza che balza agli occhi, è la colossale crescita demografica e un conseguente altrettanto rilevante problema di migrazioni, interne e internazionali.
Stare di fronte all’Africa come inevitabile interlocutore implica decidere se sarà un dialogo o un conflitto. Questo è quanto emerge dalla disamina dei problemi, dei mutamenti in corso, che gli interventi di questo numero di Atlantide descrivono.
Sintetizziamo innanzitutto alcuni dei problemi evidenziati.
In primo luogo quelli demografici. L’Africa è oggi il solo continente in cui la popolazione crescerà in maniera consistente in futuro, a fronte di una quasi-stagnazione negli altri continenti o persino di un declino. In circa trent’anni l’Africa vedrà più che un raddoppio della sua popolazione (è come avere due “Europe” in più nel mondo); una crescita della popolazione in età lavorativa che sfiora gli 800 milioni; infine, nonostante l’emigrazione di parte della popolazione rurale verso le aree urbane (che fu relativamente lenta in passato ma si velocizzerà in modo consistente) un aumento della popolazione rurale di quasi 400 milioni. Senza un significativo aumento della produttività agricola, la povertà e l’emarginazione nelle aree rurali aumenteranno in modo consistente.
Le conseguenze di quanto detto sono la crescita dei flussi di migrazione non solo intra-africani (nel 2015 sono stati 16 milioni i migranti fra i diversi Paesi dell’Africa, senza contare la grande quantità di migrazioni non registrate), ma anche verso Paesi esteri. E soprattutto qui l’alternativa dialogo/conflitto risulterà decisiva.
I dati relativi agli ultimi quindici anni sottolineano che c’è stata in Africa una crescita della produttività del lavoro; tuttavia, tale crescita è avvenuta solo in determinati ambiti e non in altri settori di attività, facendo in diversi casi aumentare le diseguaglianze.
In primo luogo, l’aumento della produttività riguarda, per una quota significativa, istituzioni controllate da capitale estero. Una significativa quota del PIL africano è costituita da valore aggiunto prodotto da imprese non africane; per cui la consistente crescita economica che si è registrata in questi ultimi anni, per una quota importante non ha contribuito ad accrescere il benessere delle popolazioni locali.
In secondo luogo, la diversificazione produttiva è lenta. Le migrazioni dalle aree rurali verso aree urbane spesso non trovano opportunità di lavoro in reali attività manifatturiere o di servizio; ciò che si genera è la crescita di attività informali e precarie, con il permanere in molti casi di condizioni di emarginazione e di povertà e un prevedibile non aumento della produttività. È vero che stanno crescendo anche numerose piccole e medie imprese, formali, inserite nel tessuto produttivo e aperte a opportunità di innovazione (di cui l’enorme crescita di strumenti finanziari innovativi è un esempio: si veda l’impressionante diffusione di strumenti di digital credit come M-Pesa). Tuttavia il processo è comunque lento e andrebbe rafforzato con politiche opportune. Una di queste è l’irrobustimento dei rapporti commerciali fra i Paesi dell’Africa. Il 21 marzo scorso 44 Paesi africani hanno siglato l’accordo African Continental Free Trade Area (AfCFTA), integrando tre precedenti accordi regionali di abbattimento delle barriere doganali. Tuttavia, l’efficacia di simili accordi di libero scambio ha come base un’adeguata formazione imprenditoriale, con forme di mentoring e accompagnamento nella fase delicata (e di non breve durata) di consolidamento della crescita delle imprese stesse.
Accanto ai fenomeni demografici e più direttamente economici occorre sottolineare le questioni sociali e politiche, con i problemi e le opportunità che si aprono.
L’Africa è un continente di divisioni sociali e conflitti, legati a fattori tribali, al controllo delle risorse naturali (terreni, risorse minerarie), o al radicalismo religioso. In moltissimi casi le classi politiche al potere hanno come obiettivo predominante il mantenimento dello status quo, non si preoccupano di favorire cambiamenti, anzi spesso ostacolano il generarsi di middle classes che potrebbero avere conseguenze deleterie per il loro obiettivo.
Altra ferita aperta, una diffusa corruzione. Fra i dieci Paesi con il più alto livello di corruzione ben sei sono africani: Eritrea, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Libia, Guinea Bissau. Lo sviluppo economico è evidentemente indebolito da una simile situazione; e la stessa crescita potrebbe portare a un aumento delle forme di corruzione, all’allargamento dunque delle divisioni e dei conflitti sociali in molti Paesi.
È in atto, nel continente, una crescita nel livello di scolarizzazione, una opportunità decisiva per il futuro; essa tuttavia è collegata a diversi problemi.
Il primo è quello della qualità dell’educazione: in moltissimi contesti le scuole utilizzano modalità di insegnamento puramente nozionistico; essendo le scuole valutate sulla base dei risultati formali (votazioni), dirigenti e insegnanti non dialogano realmente con i ragazzi e le loro famiglie, né favoriscono una vera crescita della personalità. Spesso si accontentano di un apprendimento meccanico (e anche questo, di fatto, qualitativamente poco consistente).
Coloro poi che raggiungono gradi di istruzione elevati – e questo è il secondo problema – non trovano nel mercato del lavoro locale una risposta alla loro offerta di lavoro e si mettono in cerca di modalità di emigrazione, facendo perdere all’Africa una quota consistente dell’investimento fatto, una parte consistente del capitale umano formato.
Occorre che le nuove opportunità che si aprono trovino attori e protagonisti che sanno valorizzarle: detto in altri termini, dinamiche sociali e politiche di appoggio capaci di coniugare opportunamente la crescita del proprio e comune benessere.
È quanto viene sottolineato in molti degli interventi che seguono; le esperienze riportate evidenziano come un’effettiva educazione, la formazione sul lavoro, la formazione all’imprenditorialità – che implica una partnership con start-up e imprese – sono la base per favorire e concretizzare le notevoli opportunità presenti, senza scivolare in forme di attività produttiva precarie e incapaci di relazioni equilibrate con gli altri attori sulla scena economica.
L’educazione scolastica non è solo istruzione tecnica: è l’educazione a un rapporto fra i diversi protagonisti, insegnanti, studenti e famiglie; è far crescere l’interesse alla crescita propria e altrui, rendendo esperienza personale il fatto che un reale sviluppo ha, se intende permanere nel tempo, una dimensione comune, cooperativa. Cancellate questo e avrete immediatamente che la ricerca del proprio interesse personale avverrà non solo subendo, ma persino riproducendo modalità di corruzione, con totale disattenzione alle forme di povertà e ineguaglianza, di fragilità e vulnerabilità; da ciò potrebbe conseguire un’ulteriore diminuzione della coesione sociale.
Quello che è alla base di ogni sviluppo umano è l’esperienza di un incontro che testimonia la possibilità di uno sguardo alla realtà più ampio. Nell’evidenza di un incontro, e nell’accompagnamento al cammino che ne scaturisce, avviene uno sviluppo personale e sociale che fa desiderare per sé e per gli altri un percorso positivo.
È possibile un’esperienza di scuola e di formazione che abbia come metodo quello dell’incontro e della simpatia al cammino dello studente, del giovane. Alcune testimonianze riportate lo documentano: spesso tali esperienze sono legate a iniziative sussidiarie, ad associazioni o a ONG, per le quali lo scopo dell’insegnamento è la maturazione della personalità, l’ampliarsi dello sguardo costruttivo alla realtà che si ha di fronte, per chi insegna e per chi apprende.
Lo stesso vale per la formazione all’imprenditorialità e l’avvio al lavoro: anche qui l’incontro che tali attività permettono, e l’accompagnamento che le consolida nel tempo, sottolineano aspetti e dimensioni decisive per uno sviluppo personale e sociale.
Infine l’attenzione a come gestire i flussi migratori verso i Paesi esteri, implica anch’essa un metodo che ha alla sua radice l’esperienza d’incontro e accompagnamento, che rende umanamente costruttivo, e perciò utile a chi arriva e alla realtà che lo accoglie, l’esperienza del migrare.
L’alternativa a una tale posizione e a un simile operare è quanto detto all’inizio: non dialogo ma conflitto.

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