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ARTICOLO | Primo Piano di "Atlantide" n. 46 (2019)

Formazione: appunti per un lessico condiviso

L’evoluzione del concetto di formazione nella cultura occidentale moderna, dal semplice formare al “formarsi”: non più, dunque, il ricevere passivamente da altri e da altro, ma uno scegliere criticamente, in tutti i campi della vita e dell’esperienza umana (lavoro compreso), la propria personale forma nella quale realizzarsi. Questa impostazione penetra anche nell’ambito specifico del tradizionale modo di intendere la “formazione professionale”, chiamata ad essere formazione della persona a tutto tondo.

Viviamo nell’epoca del lifelong learning e dell’apprendimento continuo e permanente. Tutti parlano di formazione, che sia aziendale o professionale. Che sia finalizzata a promuovere “soft” o “hard” skills. Oppure che voglia sviluppare strategie di coaching, training o learning. E così via… Eppure questo termine rimane spesso equivoco, stretto tra quello troppo ampio di “educazione” e quello troppo specifico di “istruzione”. Proviamo dunque a riflettere sul problema.

Primi significati del termine “formazione”
Un primo significato trova la sua origine all’interno del gergo militare, dove espressioni quali “formare il battaglione o un’armata” trasmettevano il significato sia di costituire queste unità di combattimento mediante la leva, sia di dare un ordine a masse indistinte e disordinate di giovani che non erano abituati ai vincoli dell’appartenere a un battaglione o a un’armata.
Fino a qualche decennio fa, inoltre, il termine “formazione”, con la sua declinazione verbale “formare”, richiamava attività relative al produrre, fabbricare, modellare, plasmare, costruire. Secondo la prospettiva insita nella razionalità tecnica (téchne), presupponeva un soggetto attivo (il maestro, l’insegnante, l’educatore, il docente, il capo-mastro...) che desse forma concreta a qualcosa di malleabile e passivo, sulla base di una idea preventiva e prefissata. Quasi che il “formare” un essere umano non fosse cosa molto diversa dal modellare materiali quali la creta o l’argilla. La formazione, dunque, era vista alla pari dell’attività del demiurgo che plasma con le sue mani la realtà materiale, sulla base delle forme che aveva preventivamente concepito. È a questo tipo di significato cui si rifanno ancora espressioni come “addestramento” o “formazione professionale”, molto in uso nell’ambito del mondo del lavoro.
Terzo significato. Tra Ottocento e Novecento (ma anche oggi), il termine assume un non dissimulato coté ideologico-politico. L’Italia era fatta: bisognava “formare ideologicamente e politicamente” gli italiani, nel senso di “dare loro una forma di pensieri e di comportamenti civici che non avevano”. Anche in questa terza prospettiva ritornano elementi sia del primo sia del secondo significato, visto che erano le masse – dal greco μαζα (maza), pasta per fare il pane e quindi materia modellabile a piacimento da qualcuno – a dover essere formate, oppure il popolo a dover essere formato secondo l’ideologia aristocratico-borghese.
Da questi tre ambiti semantici, il significato di “formazione” e di “formare” rimandano a fenomeni del processo educativo generale caratterizzati dall’eterodirezione e dal modellamento “ideologico-autoritario” compiuti da “formatori” sempre e comunque superiori e attivi, nei confronti di “formandi” inferiori e passivi. Il tutto, dunque, assimilabile in gran parte alla prospettiva tracciata dal significato del verbo latino educare (“far crescere, allevare, nutrire”) dove c’è una parte sempre e comunque attiva (chi nutre) e una sempre e comunque passiva (chi è nutrito come le oche del fois gras).

L’innesto con la Bildung
A partire dalla metà del Novecento, questi filoni semantici, qui solo accennati, sembrano irrobustirsi ancora di più. Da un lato, infatti, all’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione del 1948 vi era la necessità di formare nuovi “cittadini democratici” che fossero consapevoli dei diritti e dei doveri vigenti nel nuovo ordinamento, per una forte discontinuità con il precedente regime fascista. Dall’altro, l’Italia del miracolo economico, immersa, pur con le peculiarità del caso, in quell’”organizzazione scientifica del lavoro” teorizzata e promossa dall’ingegner Taylor a inizio secolo, aveva necessità di formare lavoratori attrezzati adeguatamente – oggi si direbbe “skillati” – per il lavoro nelle fabbriche.
Accanto al rafforzarsi di questo primo macro indirizzo, tuttavia, se ne affianca un altro derivante da una duplice sensibilità. La prima recupera il concetto aristotelico e poi tomistico di “forma”: la forma come essenza, natura (physis) delle cose e, nel nostro caso, dell’umanità di ogni essere umano. La seconda scaturisce dal concetto tedesco di Bildung. Avviene, in questo modo, uno slittamento dal semplice “formare” al “formarsi”: non più, dunque, il ricevere passivamente da altri e da altro, ma uno scegliere criticamente, in tutti i campi della vita e dell’esperienza umana (lavoro compreso), nei “modelli di umanità” resi disponibili dalla storia e dalla cultura del proprio tempo, la propria personale forma nella quale realizzarsi, in intenzionalità, logos, libertà, responsabilità.
Un “formarsi” che è anche un trasformarsi in maniera protagonistica nel mondo per decisione e maturazione personali. In altri termini, la “formazione” come Bildung diventa la massima realizzazione di sé storicamente possibile grazie alla scoperta della coincidenza tra i fini personali scelti in intenzionalità, logos, libertà e responsabilità e quelli presenti nella migliore eredità umanistica della tradizione classica (innanzitutto della paidéia greca e dell’humanitas latino-rinascimentale). In questo senso, tale tradizione semantica – pur riprendendo i tratti del verbo latino educere “trarre fuori qualcuno da”, oppure “condurre, guidare qualcuno da... a…” – assegna il ruolo maieutico direttamente in capo al soggetto stesso che si forma: quest’ultimo, infatti, utilizzerà dispositivi impliciti ed educatori/formatori/insegnanti come cartina di tornasole dell’autenticità delle proprie scelte intraprese per diventare chi vuole essere, nel senso di maggiormente corrispondente alla propria natura, alla propria “forma”.
Questo plesso di significati penetra anche nell’ambito specifico del tradizionale modo di intendere la “formazione professionale”. Infatti, pur non potendo rinnegare i propri scopi pragmatici connessi all’esercizio competente di un lavoro, la “formazione professionale” ha messo via via sempre più al centro dei propri processi la “formazione” non tanto a qualche lavoro (che magari tra qualche anno non esisterà più), quanto della persona a tutto tondo del soggetto che deve essere in grado di riscoprire in se stesso gli elementi indispensabili per innovare il lavoro che svolge o per inventarne di nuovi, più adatti dei precedenti alla propria “natura”. Solo a questa condizione, infatti, ciascuno potrà esprimere il meglio di sé e trasformare il lavoro, ogni lavoro, in un mezzo (non più nel fine) della propria “forma” in relazione agli altri e ai vincoli del mondo.

Educazione, formazione e istruzione
A questo punto, occorre compiere un ultimo passaggio. Spesso termini quali “Educazione”, “Istruzione”, “Formazione” vengono utilizzati indifferentemente. Eppure nella lingua italiana – già più sfumata rispetto al secco binomio inglese “education” / “training” – se esistono tali distinzioni, vuol dire che sono anche portatrici di sensibilità e significati concettuali e culturali differenti, pur essendo, di fatto, sempre strettamente connessi e intrecciati tra loro. In questa prospettiva, si può sostenere che “educazione” è quel processo attraverso il quale un soggetto-persona più compiuto non solo ha intenzioni, ma causa azioni empiricamente registrabili ed elaborabili con rigore sul piano “scientifico” che aiutano di fatto un soggetto-persona meno compiuto a compiersi maggiormente e in modo per lui migliore, nel mondo naturale, storico e sociale che occupa e di cui è senza dubbio anche una determinazione necessaria che, da latente e irriflessa, è chiamata, tuttavia, proprio nell’educazione, ad esplicitarsi in modo via via più consapevole e critico.
“Formazione”, invece, è quel processo attraverso il quale un soggetto-persona che vive strutturalmente nei processi educativi, scopre la possibilità sempre maggiore di mettere in campo, lui in prima persona, le intenzioni e le azioni poi empiricamente registrabili ed elaborabili sul piano “scientifico” che gli permettono di configurare se stesso, nella propria storia nel mondo naturale e sociale, in una forma che, in libertà e responsabilità, reputa per sé più compiuta, migliore.
“Istruzione”, infine, rimanda all’impalcatura concettuale disciplinare o interdisciplinare che una persona che la possiede, tramite l’insegnamento, intende suscitare anche in un’altra che ne è priva.
I tre processi, con una priorità di quelli educativi (nessun soggetto-persona in potenza può diventare, infatti, soggetto-persona in atto senza almeno una relazione pedagogica con un altro soggetto-persona che sia più avanti di lui, appunto magis: maestro, in questa transizione e pure nell’istruzione), sono in realtà integrati e, a intensità diverse, anche tra loro simultanei. Non è possibile, quindi, separarli nella realtà vissuta, se non attraverso il decentramento dell’analisi formale.
Una formazione senza educazione e istruzione, da un lato, e una educazione senza istruzione e formazione, dall’altro, non solo non sono possibili nella vita concreta, esperienziale di ciascuno di noi, ma non sarebbero nemmeno augurabili: solo, infatti, un’educazione formativa e una formazione educante potranno contribuire a far crescere personalità “istruite” che – con creatività, innovazione, ricerca di significato, libertà, responsabilità – siano in grado di “concorrere al progresso materiale o spirituale della società” (art. 4 Costituzione). E questo a qualunque età della vita e in ogni lavoro, contesto sociale e latitudine del mondo globale in cui si troveranno nel corso della propria esistenza.

Riferimenti bibliografici
G. Bertagna (a cura di), Educazione e formazione. Sinonimie, analogie, differenze, Edizioni Studium, Roma 2018.
G. Bertagna, Dall’educazione alla pedagogia. Avvio al lessico pedagogico e alla teoria dell’educazione, La Scuola, Brescia 2010.
 

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