Giorgio Vittadini Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà ha conferito oggi il Premio Sussidiarietà 2026 al Presidente nazionale Sebastiano Favero dell’Associazione Nazionale Alpini, a Fabio Ciciliano, Capo Dipartimento Protezione Civile e per il Dipartimento dei Vigili del fuoco, del Soccorso pubblico e della Difesa civile, e a Luigi Giudice, Direttore regionale dei Vigili del Fuoco del Friuli Venezia Giulia.
La cerimonia si è tenuta al Teatro Comunale Luigi Candoni di Tolmezzo alla presenza del Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, del Sindaco di Tolmezzo Roberto Vicentini, mentre i ministri Matteo Piantedosi (Interni) e Nello Musumeci (Protezione civile e politiche del mare), assenti per impegni istituzionali, hanno inviato il loro saluto.

Intervento di Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà
Eccellenze, Autorità civili militari e religiose, signore e signori, buongiorno.
Il terremoto del Friuli del 1976 è una ferita indelebile nella memoria.
Ma indelebile nella memoria è anche la straordinaria mobilitazione delle comunità e delle istituzioni, prima per fronteggiare l’emergenza e organizzare i soccorsi, subito dopo per avviare la ricostruzione.
Fin dalle prime ore successive al sisma, emerse con evidenza il protagonismo della società: cittadini, associazioni, parrocchie e volontari si attivarono autonomamente, mentre l’intervento dello Stato garantì risorse, coordinamento e alte competenze.
Il passaggio decisivo avvenne nella fase della ricostruzione. Lo Stato mostrò di saper fare un salto di qualità. Il Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti era presente in pianta stabile partecipando intensamente della vita dei terremotati. Come lui stesso disse, voleva far capire alla gente che lo Stato non lesinava di fronte a una simile tragedia.
Nello stesso tempo, si scelse di delegare ampi poteri alla Regione Friuli Venezia Giulia, la quale a sua volta li trasferì ai Comuni e ai sindaci.
I sindaci divennero protagonisti, le comunità parteciparono alle decisioni (come nel caso del «dov’era com’era» o del «prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese»), e la ricostruzione avvenne in tempi rapidi e con forte radicamento territoriale.
A distanza di decenni, questa esperienza continua a essere un esempio di risposta alla crisi economica e a quella della politica: in Friuli, durante la ricostruzione, maggioranza e opposizione collaborarono invece di fronteggiarsi. Si evitarono scontri ideologici e si lavorò insieme per ricostruire, mettendo da parte interessi di partito. Inoltre, molti imprenditori continuarono a pagare gli stipendi ai dipendenti anche quando gli stabilimenti erano danneggiati o fermi, mostrando un’idea di impresa come comunità, più vicina a una logica di corpo sociale che di puro strumento di profitto.

Tre realtà in particolare si distinsero per il valore del loro contributo: la "cabina di regia" che coordinò tutti gli interventi, operata dal commissario straordinario, che diventerà tra il 1982 e il 1992 la Protezione Civile; i Vigili del Fuoco e gli Alpini.
Nata come risposta sistemica proprio al terremoto del Friuli, la Protezione Civile ha saputo trasformare una tragedia nazionale in un modello organizzativo di eccellenza, oggi punto di riferimento internazionale per la gestione delle emergenze. La sua forza risiede nella capacità di integrare strutture statali, enti locali e volontariato formando una catena operativa coesa. In questo mondo incarna il principio di sussidiarietà nella sua forma più concreta: ogni livello — nazionale, regionale, locale, civico — contribuisce secondo le proprie competenze al bene comune.
I Vigili del Fuoco rappresentano lo Stato nel momento più acuto dell’emergenza: quando la vita è in pericolo e ogni secondo conta.
Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco si mobilitò con grande rapidità, inviando uomini e mezzi da tutta Italia per soccorrere le popolazioni colpite. Le operazioni si concentrarono soprattutto sul salvataggio di persone sepolte sotto le macerie — spesso mentre le scosse di assestamento continuavano, con un rischio altissimo per i soccorritori stessi — sul recupero delle salme dagli edifici crollati, e sullo sgombero delle macerie dagli edifici semidistrutti e pericolanti. I vigili del fuoco parteciparono inoltre, insieme a esercito e altre organizzazioni, all'allestimento delle prime strutture di accoglienza per gli sfollati, e fornirono anche un sostegno più "umano" alle popolazioni colpite, restando a lungo sul territorio.
L'Associazione Nazionale Alpini, accanto ai primi interventi di emergenza, prese in carico anche la gestione dei campi per gli sfollati. L'organizzazione seppe attivare in tempi rapidissimi migliaia di volontari provenienti da tutta la penisola: da ogni provincia si mossero autocolonne di alpini, cariche di tende, cucine mobili, utensili e generatori elettrici. Giunti sul posto, gli uomini alzavano i tendoni, mettevano in funzione le mense comuni e servivano da mangiare — zuppe fumanti, polenta, caffè caldo.
Per chi aveva perso tutto, quel pasto caldo valeva molto più del suo contenuto: era la prova concreta che qualcuno era loro accanto. Gli alpini e le genti del Friuli condividevano d'altronde uno stesso modo di intendere la vita di montagna, fatto di misura, fatica e rispetto di sé. Chi ha raccontato quei giorni ricorda spesso lo stesso dettaglio: si dava una mano senza fare discorsi, i fatti contavano più delle parole.
Con il tempo l'Ana diede vita a un vero e proprio circuito nazionale di aiuto: ogni sezione locale prendeva sotto la propria ala un comune terremotato, mandandogli rifornimenti e persone. Quella rete di mutuo soccorso capillare fu, di fatto, un primo abbozzo di ciò che negli anni a venire sarebbe diventato il volontariato della protezione civile.
Gli Alpini incarnano la dimensione più autentica della sussidiarietà orizzontale: cittadini organizzati che, per vocazione statutaria e cultura profonda, si mettono al servizio della comunità nei momenti di bisogno. Nel terremoto del Friuli
furono tra i primi a intervenire, portando non solo braccia ma identità, senso di appartenenza e capacità organizzativa radicata nel territorio.
La Fondazione Sussidiarietà – che mi piace definire un laboratorio di pensiero e di ricerca – da 25 anni realizza studi e riflessioni su come valorizzare il contributo di tutti per il bene del Paese.

Secondo la sentenza n.192/2024 della Corte Costituzionale, sussidiarietà significa distribuire i poteri per affermare il bene di tutti, non solo quello di una parte.
Abbiamo istituito il Premio Sussidiarietà per far conoscere le tante cose belle che accadono, nella convinzione che, anche in questa epoca difficile, il bene superi sempre il male. Nelle difficoltà è sempre meglio costruire su quanto di positivo esiste, piuttosto che combattere ciò che non va.
Una politica illuminata, una società matura, una grande quantità di cittadini educati alla resilienza e alla generosità crearono quella forma originale di messa a sistema del contributo di tutti gli attori in campo: istituzioni civili, militari e religiose, corpi dello Stato, società civile, imprese, corpi intermedi, volontariato. Questa capacità di mettere a sistema secondo criteri di bene comune e leale collaborazione è la sussidiarietà.
Si tratta di una lezione preziosa anche per l’oggi, forse oserei dire soprattutto per l’oggi, quando un rapido e radicale cambiamento del vivere civile spesso produce fragilità nei legami sociali, crisi dei corpi intermedi, discredito della politica e debolezza delle istituzioni.
Come ci disse il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione del Premio Sussidiarietà 2025 che gli conferimmo, “Le identità plurali delle nostre comunità locali e sociali, sono frutto del convergere delle persone verso mete comuni e, a loro volta, partecipano della costruzione del percorso verso il bene comune della nostra società.
In questa maniera si invera la democrazia che è fatta di sostanza e non di mera forma; di eguaglianza dei cittadini, che si realizza rendendo effettivi i diritti sociali, attraverso l’intervento del servizio pubblico e di ogni altro soggetto che può concorrere allo sviluppo del Paese e al benessere delle sue comunità”.
Il Premio Sussidiarietà 2026 viene assegnato congiuntamente a queste tre realtà, diverse per natura, mandato e storia, in riconoscimento di un modello unico di collaborazione che, nato cinquant’anni fa tra le macerie del terremoto, continua a essere un riferimento vivo per il Paese intero.
La Fondazione per la Sussidiarietà non li premia solo per quello che seppero fare in quei terribili giorni del 1976, ma per quello che continuano a fare ancora oggi, ogni volta che il Paese ha bisogno di loro.

Tutte le foto sono di Denis Blarasin
