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Intervento sul “Il Giornale” del 21 agosto 2026

Istituzioni internazionali:
una crisi irreversibile?

La fine del multilateralismo mina pace, democrazia e bene comune. Ma c’è una strada per non arrendersi e ricostruire.  È il tema del primo incontro promosso dalla Fondazione al Meeting di Rimini

Il multilateralismo arretra da un ventennio. La posta in gioco non è solo geopolitica, ma riguarda la capacità delle democrazie reali di sopravvivere garantendo la qualità della vita e della convivenza dei cittadini e il contributo che ciascuno è chiamato a dare al bene comune.

Dalla guerra in Iraq del 2003 alla crisi finanziaria del 2008, dal blocco dell'Organo d'Appello del WTO, all'uscita e rientro altalenante degli USA dall'Accordo di Parigi sul clima; e ancora: le tensioni sull'OMS durante il Covid-19, la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza e recentemente i tagli drastici ai finanziamenti per le agenzie ONU e i dazi imposti al di fuori delle regole del WTO: le istituzioni sovranazionali sono in crisi da tempo. 

Le cause si intrecciano: una rappresentanza che non riflette più l'ordine multipolare, il ritorno della tensione tra grandi potenze, il contraccolpo populista di fronte a una globalizzazione diseguale. Le responsabilità sono distribuite tra scelte di singoli governi e un'incapacità collettiva di riformare che dura da decenni.

VIDEO I Istituzioni internazionali e bene comune

Il punto più delicato è il legame con la democrazia. Quando funzionano, le istituzioni globali spostano decisioni dal livello nazionale - controllabile da elettori e parlamenti - a sedi tecnocratiche: è il classico deficit democratico. Ma quando entrano in crisi, il vuoto non torna ai parlamenti: lo occupano mercati finanziari e grandi potenze, ancora meno responsabili verso i cittadini.

Le istituzioni multilaterali, secondo l'economista Dani Rodrik, servivano a conciliare iperglobalizzazione, sovranità nazionale e democrazia, offrendo regole comuni entro cui gli Stati mantenevano i margini necessari per il welfare. Senza queste reti di protezione i cittadini restano esposti agli shock, l'insicurezza sociale cresce e con essa la sfiducia nella democrazia, in un circolo che si autoalimenta, aggravato dai bilanci pubblici dirottati dal settore sociale a quello militare.

Non basta, di fronte a tutto questo, invocare astrattamente "più multilateralismo". Occorre un salto di qualità nel contributo di tutti che è la sussidiarietà, intesa non nella sua versione ormai superata - come delega di compiti dal centro verso il basso - ma come cultura che chiama in causa tutti.

Anzitutto la politica. Le istituzioni, a ogni livello - locale, nazionale, sovranazionale - devono investire non tanto in nuovi apparati, quanto in una capacità superiore di interpretare il bene comune, stabilire regole eque e verificabili, e creare le condizioni perché l'iniziativa di persone e corpi intermedi possa realizzarsi. L’interesse per il bene comune implica il ritorno alla politica come “arte del possibile” o, secondo l’allora cardinal Ratzinger, quale capacità di compromesso che è la vera morale dell'attività politica. “Uomini soli al comando”, “democrature” o semplicemente istituzioni fragili sono spesso in realtà “cavalli di Troia” per imporre la legge del più forte attraverso un mercato globale neoliberista senza regole. Basti pensare alle guerre dei dazi, alle pretese su nuove terre (Groenlandia), all’uso delle guerre per accaparrarsi le materie prime, alle multinazionali lasciate libere di agire senza regole, al rilancio degli armamenti per sostenere l’economia, allo strapotere della finanza, alla distruzione sistematica dell’ambiente. È la storia degli ultimi 30 anni, di cui si parlerà anche al Meeting di Rimini in corso.

Nessun salto di qualità nella convivenza può essere fatto senza il coinvolgimento delle persone che non possono continuare a concepirsi solo come consumatori. Sono chiamate a diventare soggetti responsabili e creativi verso il bene comune. Le comunità e i corpi intermedi vanno riconosciuti e sostenuti come luoghi dove le persone crescono e imparano a esercitare questa responsabilità e dove si formano un pensiero critico. 

L’Unione Europea potrebbe essere un esempio virtuoso se i suoi membri superassero il nazionalismo che li isola e li indebolisce e se decidessero di recuperare l’identità dell’Unione, nata per coltivare la democrazia.

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