Per oltre trent'anni il dibattito economico è stato dominato da una eccessiva semplificazione: mercati aperti, concorrenza, integrazione internazionale e innovazione tecnologica avrebbero garantito crescita e benessere. Quel paradigma ha prodotto in principio risultati straordinari: secondo i dati della Banca Mondiale, dal 1990 al 2015 oltre un miliardo di persone è uscito dalla povertà estrema, mentre secondo il WTO il commercio mondiale si è quadruplicato, dando accesso a centinaia di milioni di individui che hanno così potuto fruire anche di servizi quali sanità e istruzione. Dopo la crisi finanziaria del 2008, però, quella stagione si è conclusa. Non perché il mercato abbia perso la propria funzione, ma perché non si è dimostrato affatto in grado di autoregolarsi e generare sviluppo equo, coesione e stabilità. La pandemia, le tensioni geopolitiche, la frammentazione delle catene globali del valore e la crisi della produttività europea hanno riportato al centro del dibattito temi quali la fiducia, il ruolo delle istituzioni, la cooperazione e il capitale sociale. Come evidenziano i Rapporti di Enrico Letta e di Mario Draghi, la sfida in particolare in Europa, non è scegliere tra Stato e mercato, ma costruire istituzioni capaci di mobilitare investimenti, innovazione e competenze.
La competitività è oggi intesa però come accumulo di risorse finanziarie e accaparramento di materie prime. Quello che manca è un vero ripensamento sullo scopo dello sviluppo, che riguarda la formazione delle persone, il valore del loro lavoro e la dignità dell’occupazione. Si parlerà di questi temi al prossimo Meeting di Rimini.
IA. Vittadini: comunità vive che coltivano l’inquietudine
Una ricerca del CRISP dell’Università di Milano Bicocca sulla velocità di diffusione dell’AI ha analizzato circa 19.000 mansioni riferite a 548 professioni nell’Unione Europea, costruendo l'indicatore Task Exposure to AI (TEAI).
Lo studio descrive un mercato del lavoro sempre più diviso tra professioni cognitive, fortemente interessate all’uso dell’AI (quali mansioni intellettuali, manageriali, amministrative, linguistiche e analitiche) e professioni manuali molto meno coinvolte (lavori manuali, artigianali e fisicamente complessi, come quelli edilizi).
La conclusione principale è quindi che l'IA non determina semplicemente la scomparsa dei posti di lavoro: sta soprattutto trasformando le attività richieste, rendendo fondamentali formazione, aggiornamento delle competenze e capacità di utilizzare e governare l'IA.
Oltre alle competenze cognitive, che oggi implicano sempre più pensiero analitico, capacità di apprendere continuamente, integrare saperi diversi, utilizzare criticamente gli strumenti digitali, saranno decisive le competenze trasversali, quali creatività, problem solving, motivazione, apertura alla realtà, capacità di imparare dall’esperienza, attitudine a lavorare insieme, adattabilità e responsabilità.
Quelli citati sono tratti di una personalità umana completa, che costituisce il primo fattore della competitività. Infatti la persona conserva caratteristiche che nessun algoritmo riesce a replicare pienamente: giudizio, responsabilità, fiducia, capacità di interpretare situazioni nuove e immaginare soluzioni che non derivano semplicemente dall'estrapolazione del passato. Molti economisti ricordano come desiderio, motivazioni, cooperazione e responsabilità non siano variabili esterne ai mercati, ma condizioni del loro funzionamento.
C’è una considerazione di fondo però che va fatta. La formazione della personalità diventa decisiva perché lo sviluppo tecnologico non sia un altro meccanismo spersonalizzante, un’altra “catena di montaggio”. Questo non riguarda solo il sistema di istruzione, nemmeno la formazione professionale dentro e fuori il lavoro, ma riguarda la crescita della persona nelle sue diverse dimensioni, cognitiva, affettiva, sociale, ideale.
Nell'economia dell'intelligenza artificiale la tecnologia diventerà sempre più una commodity. Quello che non dovrà diminuire è la capacità umana di apprendere, creare, cooperare e innovare. È qui che competitività e sostenibilità si incontrano. Ed è qui che si giocherà il futuro dell'Europa.
Il superamento del paradigma neoliberale non consiste nel contrapporre Stato e mercato, bensì nel riconoscere che lo sviluppo economico dipende dalla crescita umana delle persone e che la crescita umana, sociale e ideale di tutto il genere umano è lo scopo delle dinamiche economiche.

