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Il nuovo DG della Fondazione su “Avvenire”

Occhetta: il mio nuovo inizio
sulla via della sussidiarietà

  • 17 GIU 2026
  • Maddalena Occhetta

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“La mia esperienza nel campo della filantropia e della cooperazione internazionale mi ha insegnato che nessuno è una monade. Serve promuovere una fiducia esigente, perché il destino dell’altro riguarda anche me stesso”

C’è una consapevolezza che porto con me come nuovo direttore generale della Fondazione per la Sussidiarietà: anche prima di conoscerla, la sussidiarietà ha sempre fatto parte del mio modo di pensare.  

La lunga esperienza nella filantropia e nella cooperazione internazionale mi ha poi insegnato che sostenere non significa agire al posto degli altri, ma far emergere il valore che c’è. 

Le risorse, anche finanziarie, non servono solo a colmare bisogni, ma a riconoscere e sviluppare il capitale immateriale fatto di motivazione, talento, desiderio e speranza.

È questo il punto di incontro con la “comunità pensante” della Fondazione: fare ricerca, riflettere, confrontarsi per far emergere l’unicità di ogni persona, la sua capacità di creare relazioni non orientate a un vantaggio privato, ma alla costruzione di soluzioni “di sistema”. Nelle comunità. Nei territori. Nei Paesi. 

Nessuno è una “monade”: non i governi, non le amministrazioni locali, non le agenzie internazionali, non le grandi fondazioni, né le piccole realtà non profit radicate sul territorio. Serve un pluralismo autentico, non nominale, un mondo che faccia parlare altri mondi. 

Di fronte a un contesto internazionale spesso caratterizzato da distanze incolmabili  tra ricchi e poveri, l’obiettivo è costruire un ponte, un linguaggio comune per trasformare la buona volontà in una vera alleanza. Un progetto sociale non regge se tiene insieme i soggetti solo per convenienza. Diventa generativo quando crea relazione e ciascuno comprende quale parte del bene comune gli è affidata.

La sussidiarietà non è una delega verso il basso di compiti residuali, né una riduzione del bene comune a ciò che resta dopo il mercato. È un diverso modo di pensare il pubblico oltre lo Stato, come spazio comune in cui cittadini, corpi intermedi, istituzioni e imprese sociali concorrono all’interesse generale. E questo non indebolisce le istituzioni, ma le stimola a svolgere un ruolo di promozione, accompagnamento e garanzia, a tutela di diritti, uguaglianza e coesione.

La cultura della sussidiarietà risponde a due crisi del nostro tempo: quella della democrazia, segnata da solitudine, sfiducia, riduzione della partecipazione e consenso intermittente da parte dei cittadini. La democrazia, infatti, vive dove le persone possono esercitare responsabilità, non solo esprimere opinioni. 

La seconda è la crisi del modello neoliberista che ha spesso separato libertà e coesione, efficienza e giustizia, crescita e sviluppo. 

La sussidiarietà rimette insieme libertà personale e responsabilità sociale, iniziativa e solidarietà.

Con questo nuovo inizio mi unisco al percorso che la Fondazione porta avanti da 25 anni, non per difendere una parola ma per tradurla in esperienza concreta nei campi del welfare, della pubblica amministrazione e dello sviluppo sostenibile, per contribuire ad arricchirlo attraverso il confronto internazionale, per comprenderne e valorizzarne le diverse declinazioni.

La sussidiarietà non è un equilibrio tecnico tra pubblico e privato, ma una cultura della fiducia esigente, che nasce quando soggetti diversi imparano a riconoscere che il destino dell’altro riguarda anche se stessi.

 

*Direttore generale, Fondazione per la Sussidiarietà