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Intervista di Vittadini al “Corriere” e articolo su “Buone Notizie”

La straordinaria attualità
del “metodo Friuli 1976”

La ricostruzione post sisma fu un laboratorio di sussidiarietà. Quella che occorre oggi per rinsaldare le democrazie:  collaborazione tra istituzioni e realtà sociali in base al criterio del bene comune

Cinquant’anni fa il terremoto del Friuli. Una tragedia che la gente e gli amministratori pubblici hanno affrontato in maniera esemplare tanto da trasformarsi in un caso studiato in tutto il mondo. Giorgio Vittadini, lei presiede la Fondazione per la Sussidiarietà che ha fondato quasi un quarto di secolo fa, è quello il modello a cui fate riferimento? 

«Ciò che avvenne allora si capisce appieno solo oggi, alla luce della sentenza 192-2024 della Corte costituzionale, per la quale la sussidiarietà è la distribuzione dei poteri in base al criterio del bene comune, che si realizza attraverso la collaborazione tra istituzioni e realtà sociali. Prima si diceva: più società, meno Stato. Ora abbiamo capito che serve più Stato e più società».

L’idea però già esisteva...

«Nel 1976 andai come volontario nei luoghi del terremoto. Era evidente l’armonia di azione. Ma non era cosciente e soprattutto non si poteva prevedere quanto sarebbe diventato necessario oggi aprire i canali perché l’interesse privato si ponesse anche l’obiettivo del bene collettivo».

Quando e come è nata la Fondazione? 

«Nel 2002, dopo la battaglia per far introdurre nella Costituzione l’idea di una sussidiarietà che si basi su democrazia e mercato non speculativo e che, nello stesso tempo, non rifiuti le regole della modernità. Abbiamo poi combattuto la battaglia sulle fondazioni bancarie insieme a Giuseppe Guzzetti. Stavano diventando appannaggio dei partiti, Guzzetti si oppose e si giunse alla sentenza della Corte costituzionale che riconosceva l’autonomia di realtà private senza scopo di lucro che realizzano l’interesse pubblico. Fu importante mostrare che l’economia civile porta benessere collettivo».

Il mondo, a dire il vero, sembra sospinto verso una deriva diversa da quella che voi proponete: solidarietà, welfare…

«Questa, ritengo, è la causa principale dell’attuale crisi della democrazia. In assenza di corpi intermedi in cui matura il senso critico nelle persone, queste inevitabilmente si chiudono in se stesse e si piegano al potere. Mai come oggi, per difendere le democrazie, occorrono comunità pensanti. Dal punto di vista del pensiero economico, forse si dovrebbe modificare l’idea di sostenibilità come è stata comunicata in questi anni: oltre a enunciare i diciassette obiettivi fissati dall’Onu è importante comprendere cos’hanno in comune la difesa dell’ambiente, il climate change, il lavoro per tutti, la lotta alla povertà, l’educazione: è il benessere di ogni singola persona, la cui natura è relazionale. A questo scopo serve la sussidiarietà, cioè la distribuzione dei poteri in base al criterio del bene comune e della “leale collaborazione” richiesto dalla specifica funzione. Inoltre, la sostenibilità diventa incomprensibile e sembra alternativa allo sviluppo, se non si dimostra che è possibile perseguire una crescita fatta di occupazione, di equità, di lotta alla povertà, di welfare universale. Abbiamo perso di vista, purtroppo, l’idea che welfare, sanità e istruzione universali siano un fattore di sviluppo».

Il concetto di sussidiarietà messo in pratica su eventi drammatici ora si può applicare anche nella vita di tutti i giorni? 

«Non possiamo limitarci a una sussidiarietà fissata giuridicamente, perché se le comunità e i corpi intermedi non sono costituiti di persone che discutono e hanno interessi non corporativi, allora non funzionano. L’uomo solo al comando non dipende esclusivamente da una volontà accentratrice di potere, ma è anche responsabilità di una società senza ideali. La sussidiarietà rimette tutto in moto se ci si apre al confronto, se non si è corporativi, se accettiamo l’altro, se si superano le ideologie. Così diventa un fattore fondamentale di sviluppo. Ecco, in questa prospettiva la sussidiarietà può essere una chiave di volta, se non la si limita alla riserva indiana del terzo settore o peggio ancora del privato. È tempo di riprendere un dialogo in Italia e nel mondo, che realtà diverse ragionino per il bene comune accettando la diversità». 

(Pier Luigi Vercesi)

Speciale Buone Notizie / "Il modello di coesione che ci ispira ancora oggi"

La ricorrenza dei cinquant’anni dal terremoto del Friuli, non è solo la rievocazione di un evento tragico, con le sue vittime e i suoi momenti di rinascita. Quell’esperienza di emergenza e di ricostruzione non fu semplicemente una risposta efficace, ma un vero laboratorio istituzionale e sociale. Un metodo di straordinaria attualità. Infatti, si registrò un “più” di iniziativa a tutti i livelli: dallo Stato, con il coordinamento innovativo che avrebbe poi dato origine alla Protezione civile; alle amministrazioni locali, protagoniste nella gestione della ricostruzione; fino al Terzo settore, al volontariato e alla stessa cittadinanza, capace di esprimere creatività e responsabilità.

Accadde un “più” di iniziativa diffusa e la distribuzione dei poteri in base al solo criterio del bene comune. Fu realizzato il principio di sussidiarietà. 

Questa pluralità di attori non generò frammentazione ma una convergenza verso soluzioni condivise. È qui che il metodo Friuli mostra la sua modernità: nella capacità di superare una visione gerarchica del potere pubblico, senza però rinunciare al suo intervento. Si tratta di un equilibrio dinamico che anticipa molte delle riflessioni contemporanee sulla governance “multilivello”.

Alla base di quell’esperienza vi è però un presupposto spesso implicito ma decisivo: l’importanza della responsabilità personale, alimentata da una passione ideale che nasce dall’amore per la propria vita e per quella degli altri. Senza questo coinvolgimento umano profondo, nessuna istituzione sarebbe in grado di generare una risposta realmente efficace e condivisa.

In un contesto attuale, segnato da crisi complesse – ambientali, sociali e istituzionali – il modello friulano offre indicazioni preziose. Innanzitutto, dimostra che l’efficacia delle politiche pubbliche dipende dalla capacità di mobilitare risorse diverse, valorizzando l’iniziativa dei corpi intermedi e dei cittadini. Inoltre, il metodo Friuli suggerisce che l’innovazione istituzionale nasce spesso nelle situazioni di crisi, ma può diventare patrimonio stabile se sostenuta da una visione condivisa. In questo senso, il suo valore non è solo storico, ma profondamente attuale e politico: indica una via concreta per ripensare il rapporto tra Stato e società in chiave collaborativa, responsabile e orientata al bene di tutti.

(Giorgio Vittadini)