«La salute è un diritto fondamentale. E l’universalismo del sistema non è solo uno strumento di salute per i cittadini, ma collante sociale. Va tutelato». Giorgio Vittadini, ordinario alla Bicocca, è presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. Non ha dubbi: «Il problema dell’equità sta diventando pressante. Anche in Lombardia, dove le liste di attesa rendono difficile l’accesso alle cure, soprattutto per le fasce più povere».
Il Covid ha peggiorato le cose?
«Sto lavorando a un articolo scientifico che sarà pubblicato tra qualche mese: indubbiamente l’essersi fermati per quasi un anno, tra il 2020 e il 2021, ha inciso molto sul fronte della prevenzione, generando malattie che avrebbero potuto essere evitate e che, quindi, ora vanno curate. È un problema che riguarda la Lombardia così come tutta Italia. Però, al di là di questa frattura, c’è un sistema che a parer mio è da modificare».
In che senso?
«Oggi il sistema lombardo è “ospedalocentrico”: vi sono 240 strutture ospedaliere, tra pubbliche e private a contratto con la Regione, distribuite su tutto il territorio per trattare le patologie acute. Ma ben poche sono invece le strutture, e le risorse, che si occupano di prendere in carico i cronici con bisogni non solo sanitari, ma socio-sanitari. Il tema riguarda gli over 65, ma non solo».
Ovvero?
«Penso al problema delle dipendenze, che tocca anche i giovani. Così come quello della salute mentale, nel quale negli ultimi anni stiamo assistendo a un incremento sempre maggiore della domanda di salute: sono tutti settori nei quali le risposte si fatica a trovarle».
Con quali risultati?
«Che spesso tutto grava sulle famiglie, che sono sole: per questo uno dei focus del Rapporto è la necessità di più sinergia tra la sanità e l’ambito socio-sanitario, dove sono operativi vari attori, dai Comuni alla Regione, all’Inps al Terzo settore al privato no-profit, da integrare meglio tra loro».
A livello territoriale, post Covid, per rafforzare la presa in carico sono state nate le Case di comunità.
«È vero, ma purtroppo in questo caso interviene un altro dei grandi problemi del sistema, ossia la grande difficoltà nel reperire personale, in particolare medici di medicina generale e infermieri. Per questo, tanto a livello regionale che nazionale, nel Rapporto auspichiamo maggiori incentivi per questi professionisti: solo per la Lombardia, è stato calcolato che servirebbero oltre 1.500 medici di famiglia per le Case di comunità».
Nel Rapporto vi focalizzate anche sul tema del privato profit, auspicando maggiori controlli.
«È una questione di governance: se opportunamente guidato, il privato aggiunge valore al sistema. Ma deve essere controllato: la Lombardia è la seconda regione, dopo il Lazio, per la quota di spesa sanitaria assorbita dal privato a contratto. Ma se nelle strutture private viene fatta una “selezione” degli interventi, focalizzandosi soprattutto su quelli più remunerativi, il meccanismo non funziona come dovrebbe».
Cosa vuole dire?
«Se si guarda ai dati del fatturato, in Lombardia su oltre 500 tipologie di intervento, le strutture private raggiungono la metà dei loro introiti grazie a soltanto 25 prestazioni, contro le 43 del pubblico. Ed è acclarato da diverse statistiche che spesso nelle strutture private il numero di pazienti ricoverati tramite il pronto soccorso (persone ricoverate a prescindere che debbano fare un intervento remunerativo oppure no, ndr) è più basso della media: se non si parte correggendo questi aspetti, la situazione non migliora. Si tratta di un tema politico: serve una governance sussidiaria, cioè orientata al bene di tutti».
di Alessandra Corica
Per gentile concessione di la Repubblica
