Quadrimestrale di cultura civile

Un nuovo approccio
per la tutela della biodiversità

  • APR 2026
  • Luca Santini

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È sempre più evidente l’esigenza di una cura responsabile delle aree naturali protette. In Italia tale sistema è assai articolato: 25 parchi nazionali, 134 parchi regionali, 32 aree marine e centinaia tra Riserve statati e regionali. E con la ricchezza di boschi e foreste il nostro è un patrimonio naturalistico di valore inestimabile. In particolare, abbiamo parchi di montagna nelle Alpi e negli Appennini, in quei territori che vengono definiti aree interne. «I parchi italiani, sono innervati con una miriade di comunità operose. Le aree protette coinvolgono il 31% di tutti i piccoli comuni italiani; sono 502 quelli interessati dai soli parchi nazionali, tutti fondamentali come propulsori per uno sviluppo sostenibile, una preziosa risorsa per l’eco turismo, l’agricoltura biologica, la pesca sostenibile; dunque anche per l’economia dei territori».

L’Italia è il paese con la biodiversità più ricca d’Europa.  Abbiamo il maggior numero di specie animali e vegetali, tra esse 1300 di piante e 10000 di animali sono endemiche, cioè, vivono solo in Italia. La sola fauna italiana (marina, terrestre e d’acqua dolce) è stimata complessivamente in oltre 60.000 specie, di cui circa il 98% costituito da Invertebrati e il rimanente da circa 1.300 specie di Vertebrati (dati ISPRA).

Cosa dice l’orografia del nostro Paese

La maggior parte delle specie a rischio viene tutelata nelle aree naturali protette, un sistema molto articolato: 25 parchi nazionali, 134 parchi regionali, 32 aree marine protette e centinaia tra Riserve statali e regionali. L’Italia, inoltre, è ricca boschi e foreste che costituiscono un patrimonio naturalistico inestimabile. Il patrimonio forestale italiano è costituito da circa 9 milioni di ettari (dati MASE); interno delle aree protette la superficie forestale è di oltre 3 milioni e 800 mila ettari. Risorse naturali che svolgono funzioni fondamentali, fra questi l’assorbimento di 145 milioni di tonnellate di CO2 eq./anno.

I numeri ci mostrano un insieme variegato di parchi, per dimensioni, per collocazione geografica, per caratteristiche naturalistiche. Un sistema che rispecchia l’orografia del nostro Paese: abbiamo parchi di montagna, sia nelle Alpi che in Appennino, caratterizzati da quelle che vengono definite “aree interne”. Abbiamo parchi di collina e fluviali, abbiamo aree protette nelle pianure e tanti parchi costieri. E poi abbiamo quelli a mare, cioè le aree marine protette, alcune delle quali rientrano in parchi nazionali o regionali, altre invece hanno vita autonoma.

Il compito primario di un’area protetta è quello della tutela della biodiversità.  In questo quadro abbiamo gli obiettivi europei da raggiungere, a partire da quelli dell’agenda europea 30x30, ossia  30% di territorio protetto, sia a mare che a terra, entro il 2030. Complessivamente le aree protette registrano un’estensione a terra di 3.303.559 ettari (21% ca) e di 2.867.524 ettari a mare (16% ca). Ci sarebbero le condizioni per centrare gli obiettivi, ma occorre impegno e lavoro.

Teniamo presente, inoltre, che i parchi italiani, sono innervati con una miriade di comunità operose. Le aree protette coinvolgono il 31% di tutti i piccoli comuni italiani; sono 502 quelli interessati dai soli parchi nazionali, tutti fondamentali come propulsori per uno sviluppo sostenibile, una preziosa risorsa per l’eco turismo, l’agricoltura biologica, la pesca sostenibile; dunque anche per l’economia dei territori.

Ritengo, tuttavia, che la cosa più importante per le aree protette sia quella di contribuire ad un nuovo approccio culturale verso la conservazione della natura; che sia meno emotivo e più scientifico. Ovviamente non mi riferisco al mondo degli addetti ai lavori – ricercatori, scienziati, esperti di settori, operatori delle aree protette – ma al vasto pubblico che spesso vede nei parchi un luogo dove poter riposare, stare in contatto con la natura e divertirsi, nel rispetto dell’ambiente e degli ecosistemi.

La biomassa vivente è per l’87% vegetale

Questa riflessione muove da un'equazione che solitamente viene fatta da bambini, ma che ci portiamo dietro fino all'età adulta: conservazione della natura uguale conservazione degli animali. Un tema ricorrente, una tesi consolidata che tuttavia non regge a una analisi appena un poco più accurata.

Partiamo da un punto fondamentale: la biomassa vivente sul nostro pianeta è per l'87% vegetale, poi abbiamo funghi e altri organismi che rappresentano circa il 7-8%, ma la parte animale nel nostro pianeta rappresenta lo 0,3% della biomassa vivente, quindi una parte piccolissima, e l'uomo fa parte di questo 0,3%. Tuttavia, nella nostra visione antropocentrica, è quella che contraddistingue la nostra specie e catalizza la nostra sensibilità. 

Noi tendiamo a non porre attenzione sul fatto che la stragrande maggioranza della biomassa sul pianeta è vegetale, ma all'interno di quello 0,3% vogliamo anche fare delle classifiche, delle graduatorie che solitamente vengono fatte per delle motivazioni che sono emotive e non hanno nessuna base scientifica.

C’è, invece, una solida base scientifica quando stiliamo elenchi delle specie, animali e vegetali, in difficoltà e a rischio estinzione.  Lo facciamo in modo tecnico e accurato perché la Lista Rossa della IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, di cui Federparchi cura il comitato italiano presieduto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) costituisce un database delle specie minacciate costruito in base ad una metodologia rigorosa di analisi e verifica dei dati.

Poi, però, nella nostra vita quotidiana ed anche nella nostra narrazione di ciò che accade in natura, tendiamo a dare più valore ad alcune specie e meno valore ad altre specie. E non a caso diamo più valore a quelle che ci assomigliano di più, quindi ai mammiferi che sono, per noi, un gradino sopra agli altri.

Poniamo una grande attenzione – parlando sempre in generale - per i grandi mammiferi, siano essi erbivori o carnivori, e abbiamo una grande attenzione perché riceviamo un grande impatto emotivo nella vista e nell'incontro in natura con questi animali.  I cervi, i daini, i caprioli per rimanere sulla fauna nostra, ma anche i grandi predatori come l'orso e il lupo, impattano nella nostra emotività e quindi noi tendiamo a dare il risalto a queste specie.  Lo facciamo anche quando succedono degli imprevisti a questi animali e quindi nel caso in cui perda la vita un orso marsicano per cause colpose dell'uomo o peggio, dolose sempre dell'uomo, abbiamo titoli di prima pagina nei giornali, aperture dei telegiornali e questo è giusto perché l'orso marsicano è una specie che è davvero minacciata di estinzione; ne sono rimasti davvero pochi esemplari ed è confinata in un piccolo territorio rispetto all'ecosistema Terra.

Quando, però, ci occupiamo delle specie minacciate che appartengono agli uccelli, la nostra sensibilità diminuisce anche se siamo ancora in un settore che in qualche modo impatta sulla nostra emotività.  Abbiamo i rapaci che con la loro regalità e con la loro possenza ci colpiscono; ammiriamo gli altri uccelli per la loro varietà di colori, per il bel canto.

Se rivolgiamo lo sguardo ai rettili e agli anfibi, anche se si tratta di specie che sono a rischio estinzione, lo scenario si ribalta.  La nostra sensibilità diminuisce notevolmente perché l'aspetto estetico o addirittura la sensazione di paura che noi abbiamo nei confronti di queste specie ci fa essere meno empatici nei loro confronti, anzi, spesso ne siamo respinti. Arrivando alla categoria degli insetti ci ritroviamo tra un mondo sconosciuto o che, in alcuni casi, ci fa addirittura ribrezzo.  Imenotteri, lepidotteri, coleotteri diventano in qualche modo un mondo che non riusciamo a vedere, addirittura andiamo anche a confondere le varie specie.

I limiti di un approccio emotivo

Se ritorniamo alle considerazioni inziali, cioè che l'87% della biomassa vivente sul pianeta è vegetale e se consideriamo che il 90% dei vegetali selvatici si riproduce grazie all'impollinazione degli insetti impollinatori e il 70% dei vegetali che noi coltiviamo per la nostra alimentazione e per l'alimentazione degli animali che alleviamo si riproduce grazie all'impollinazione degli insetti impollinatori; allora possiamo capire che per il funzionamento dell'ecosistema Terra, le specie animali più importanti non sono i grandi mammiferi ma sono gli insetti impollinatori. Quindi sono molto più importanti gli insetti impollinatori di tanti mammiferi, erbivori o carnivori che noi mettiamo al primo posto tra le nostre priorità di conservazione; ma soprattutto l'ecosistema Terra funziona grazie a un mondo vegetale. Un mondo vegetale che ci fornisce tutti quei benefici ecosistemici di cui tutte le specie animali hanno bisogno per vivere. Uso il termine “benefici” e non “servizi ecosistemici” perché la natura ce li offre gratis, non ci chiede nulla in cambio.

Tutto questo per dire che noi solitamente abbiamo un approccio emotivo al mondo che ci circonda, ma quello che è peggio è che abbiamo un approccio emotivo a quello che è il mondo della conservazione, dove tendiamo a dare priorità ad approcci emozionali e non teniamo conto, invece, di quelli che sono gli aspetti tecnico scientifici che dovrebbero guidare la nostra azione.

Il mondo vegetale garantisce la produzione di ossigeno, garantisce l'assorbimento di CO2 che in questo momento è un tema all'ordine del giorno. Per quanto riguarda noi umani ci aiuta a contrastare il dissesto idrogeologico. Il mondo botanico e quello forestale forniscono, come già accennato, dei benefici ecosistemici che permettono a tutte le specie viventi animali di poter continuare a vivere su questo pianeta. Quindi la biodiversità vegetale è fondamentale per la sopravvivenza del pianeta stesso; eppure, nella nostra percezione e spesso nelle nostre attività di conservazione e tutela della natura, essa è secondaria rispetto a quella del mondo animale.

È quindi necessario un impegno maggiore per tutelare la biodiversità vegetale, dalle specie botaniche fino a quelle forestali.  In una fase di cambiamenti climatici come quella che stiamo vivendo è importante anche monitorare quello che accade anche nel mondo vegetale. Lo possiamo fare con monitoraggi sempre più assidui e puntuali perché dobbiamo continuare a studiare anche gli spostamenti che le specie botaniche fanno e lo possiamo fare quasi in tempo reale perché le specie botaniche hanno, in generale, un ciclo di vita annuale.  Lo dobbiamo fare anche con le specie forestali che, invece, hanno bisogno di più tempo, perché naturalmente gli alberi hanno una vita che è come quella dell'uomo, e in molti casi ancora più lunga. Pensiamo agli alberi forestali e a quelli secolari.

Impostare pianificazioni forestali

Serve quindi uno sforzo per andare oltre la nostra visione antropocentrica nelle attività di pianificazione forestale, che devono essere pensate non tanto per noi e neanche per i nostri figli o i nostri nipoti, ma devono essere pensate per i figli dei nostri nipoti e quindi dobbiamo spogliarci da questa impostazione che ci vede al centro del mondo e che solitamente ci porta a programmare al massimo per quello che è l'orizzonte temporale della nostra vita.

Dobbiamo andare oltre i nostri tempi, per capire e meglio impostare le pianificazioni forestali anche per quanto riguarda gli eventuali impianti di rimboschimento artificiale; per simulare, ad esempio, quali saranno le variazioni altimetriche che le varie specie subiranno negli anni con il cambio anche di pochi gradi o di pochi centesimi di grado della temperatura sul nostro pianeta. E regolare di conseguenza i nostri interventi.

Vi è quindi la necessità di cambiare l'approccio culturale alla natura e soprattutto alla conservazione della natura. Noi dobbiamo lavorare affinché le nuove generazioni abbiano chiaro che il funzionamento dell'ecosistema Terra è basato sulla vita vegetale e non sulla vita animale.  Tutte le specie animali dipendono dal funzionamento del mondo vegetale. Questo deve essere il nostro obiettivo per il futuro e cioè andare a formare nuove generazioni di cittadini che siano consapevoli di come funziona l'ecosistema Terra ridando valore a tutto quello che è il mondo vegetale e che contribuisce in modo determinante a far sì che il nostro pianeta continui a vivere.

Luca Santini  è  presidente della Federparchi nonché sindaco di Pratovecchio-Stia (AR). Dal 2013 a novembre 2024 è stato presidente del parco nazionale delle Foreste Casentinesi e componente del Consiglio Direttivo della Federparchi.