Quadrimestrale di cultura civile

L’investimento in cultura
come asse di sviluppo sociale

  • APR 2026
  • Anna Finocchiaro

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Per la presidente di Italiadecide si tratta di una questione cruciale per superare una certa “siccità culturale”. In questa prospettiva le politiche culturali vanno pensate come politiche di primo piano rispetto all’obiettivo di sviluppo sostenibile. Il tema è complesso, certo. Tuttavia, rappresenta un balzo in avanti necessario. Un percorso trasformativo che deve coinvolgere l’attore pubblico come il privato. In un quadro d’insieme che consideri «la cultura non come asset separato dalle esperienze di vita delle comunità interne (o marginali, come comunemente si suole chiamarle), bensì come bene pubblico, asse di sviluppo “generale”, in collegamento stretto con il territorio e le comunità».

Intendo tornare sul tema delle aree interne e, in special modo, sul tema della cultura come strumento di sviluppo delle stesse.

L’idea è quella di considerare le politiche culturali come politiche di primo piano rispetto all’obiettivo di sviluppo sostenibile.

Un tema assai complesso, che reca con sé una straordinaria necessità di innovazione non solo negli strumenti destinati a sprigionare gli effetti – che possono essere potenti – di questa scelta, ma che investe trasformazioni profonde nel modo stesso di progettare politiche, applicarle, gestirle e monitorarne gli effetti, nonché trasformazioni ulteriori nei soggetti, istituzionali e sociali, coinvolti nel processo.

Politiche trasversali

Messa da parte l’idea tradizionale di politiche misurate esclusivamente sulla “messa a reddito” di beni culturali, materiali o immateriali, propri di ciascun territorio, l’idea è quella di considerare l’investimento in cultura come asse di sviluppo innanzitutto sociale, con riflessi ed effetti sulle comunità. Ciò ha un primo, decisivo riflesso che consiste nella necessità che le politiche culturali debbano essere trasversali, cioè finalizzate allo scopo sia che si tratti di ambiente, sia di istruzione, sia di qualità dell’amministrazione, sia di infrastrutturazione. Si pensi per esempio alla potenza degli strumenti telematici e della loro possibile utilizzazione nei molteplici campi della vita di una comunità, dell’istruzione, dall’informazione alla salute...

Questo comporta che esse non possono essere episodiche e casuali, bensì strutturali e di impianto generale.

Già questo vale a collocare la cultura su un terreno generale e farne “affare di tutti”, non riserva destinata ai pochi eletti che hanno le competenze per sceglierla e apprezzarla.

Il primo passo, dunque, è considerare la cultura non come asset separato dalle esperienze di vita delle comunità interne (o marginali, come comunemente si suole chiamarle), bensì come bene pubblico, asse di sviluppo “generale”, in collegamento stretto con il territorio e le comunità.

L’investimento in cultura come asse di sviluppo sociale

L'urgenza di nuovi strumenti

Un’accezione nuova, che richiede strumenti nuovi.

In primo luogo, perché questa accezione immediatamente rimanda all’adozione di politiche che possono essere efficaci solo se segnate da partecipazione delle comunità (nelle sue diverse articolazioni, si pensi al coinvolgimento di fondazioni, associazioni, archivi, biblioteche) e condivisione.

In secondo luogo, perché il compito di progettarle e attuarle nel nostro sistema implica fare i conti con un sistema multilivello di governance e, dunque, di decisione; questo esige da una parte l’adozione del metodo della programmazione condivisa, dall’altra quello della continua collaborazione e condivisione.

In terzo luogo perché le politiche culturali come asse di sviluppo necessitano – sotto il profilo finanziario, ma non solo – di una capacità di relazione tra pubblico e privato che non è propria del nostro modo di amministrare.

Infine (e non abbiamo di certo esaurito le difficoltà) esigono ancora un sistema di monitoraggio e valutazione degli effetti, che vanno misurati sulla reale capacità di innescare un processo di rinascita territoriale.

Se è vero che il compito è assai arduo, è però altrettanto vero che la scelta di fare della cultura un asse di sviluppo per le aree interne innesca fenomeni di cambiamento e, anzi, obbliga alla trasformazione l’agire dei governi (nazionale e locali) coinvolti, che dovranno giovarsi di nuove competenze e di un modo diverso di amministrare per indurre effetti reali di crescita di comunità e territori, di creazione di sviluppo sociale, oltre che economico, di rivitalizzazione di quelle aree contro fenomeni di “siccità culturale”, per incidere positivamente sulla coesione delle comunità, per evitare il difetto di coinvolgimento nell’uso e nella valorizzazione di risorse culturali tradizionali, paesaggistiche, ambientali dei territori.

Missione nazionale

Non si può pensare che l’opera si compia con facilità. Abbiamo già visto come l’obiettivo di sostegno allo sviluppo delle aree interne abbia già prodotto un’apposita articolazione del governo rispetto al modello tradizionale, fatto di settori separati e Ministeri diversi, con la creazione dell’Agenzia per la coesione territoriale (2012) e la Strategia Nazionale per le aree interne (SNAI – programmazione 2014-20), adottando una programmazione settennale che vede inseriti i fondi strutturali di investimento europei.

Sappiamo che il sistema di governance della SNAI ha la necessità di essere modificato per massimizzare l’efficienza, oltre che l’efficacia, delle decisioni.

Ma questo non può e non deve significare tornare indietro, abbandonando la strada intrapresa.

Per questo trovo utile continuare a discutere del tema nei termini in cui lo abbiamo fatto. Vale la pena farne una missione nazionale, perché quella delle aree interne è – e non solo in termini di numeri e dati – questione nazionale.

Anna Finocchiaro è un politico e magistrato. È presidente dell’Associazione italiadecide.