Quadrimestrale di cultura civile

Editoriale. Le minoranze creative
accendono la vita dei luoghi

Le aree interne sono territori capitali. Per questo è miope la visione di chi le ritiene realtà superate, ormai ai margini. Lo dice la storia. Lo dice questo presente. Perché lungo lo Stivale si affermano esperienze vive e vivaci. Laddove sono in azione piccole comunità che animano i propri ambienti. Laddove il perno è la centralità della persona quale soggetto aggregativo capace di legami che costruiscono. Oggi la sfida è quella di recuperare e rilanciare questa dinamica virtuosa. Per far uscire le Aree Interne da una narrazione romantica e improduttiva. E per motivare la politica, nazionale e territoriale, a un impegno strategico sul piano degli investimenti. Invertire la rotta si può.   

L’Italia tutta intera è un luogo di luoghi. E luoghi significano persone, comunità che li rendono vivi, donne e uomini che si relazionano e costruiscono. Le aree interne, quelle che sono dentro, anche molto dentro al corpo del Paese, sono parte significativa e complessa di una storia importante. Se scriviamo Agordo, con le Dolomiti bellunesi a cingere quel territorio, il pensiero corre in un attimo alla vicenda imprenditoriale di un’azienda che si è affermata in tutto il mondo: Luxottica. Dall’intuizione di Leonardo Del Vecchio, in quel piccolo centro così distante dai tradizionali crocevia, ha preso vita una realtà che ha fatto da perno a un notevole sviluppo dell’area. Economico, su fondamenta umane. Con altre caratteristiche – perché ogni storia è la sua storia – è ciò che è successo con Barilla nella Val di Taro e qui siamo nel parmense che sta per salire verso la Cisa. E poi, il cuore delle langhe, Alba. Qui il perno porta il nome della Ferrero, altro nome divenuto eccellenza assoluta a livello globale. Da piccole storie ordinarie hanno preso vita alcune delle migliori espressioni dell’imprenditoria italiana. Storie nate in Aree Interne. In luoghi che hanno fatto lievitare un forte senso di appartenenza. Territori capitali. Ambiti di ricchezza. E, per ciò stesso, di benessere inteso nel suo senso più largo.

La storia delle aree interne è storia di persone e di imprese. Esempi di questo tipo – numerosi e anche sorprendenti – ci permettono di ragionare, approfondire, entrare nel vivo della situazione che vivono tali aree, indubbiamente ad alto tasso di criticità. Eppure, anche nei momenti più delicati e drammatici, la persona rimane il punto creativo che riesce a costruire. È la radice che opera e afferma che c’è sempre un lato positivo che si coglie e si esprime nella realtà. Ed è per questo che non è conveniente assecondare la visione che definisce un’area interna come il “brutto anatroccolo” del Sistema Paese. Quasi fosse una partita da dare per persa, una sentenza definitiva.

Territori svantaggiati: una fotografia sfuocata

Certo, davanti all’evidenza, può essere che qualche posto non abbia più alcun motivo per riuscire a mantenersi vivo. Tuttavia, proprio per uscire dall’appellativo del “brutto anatroccolo”, la strada virtuosa da perseguire è quella di riconoscere che la presenza di criticità, anche vistose e dovute a più motivi, non è la condizione che precede la chiusura definitiva. Ma che, attraverso la collaborazione responsabile di tutti i soggetti coinvolti sul territorio e non solo, è possibile risolverle con giudizio e, dunque, realismo.

I numeri, si sa, parlano. E allora diventa complicato condividere una certa idiosincrasia verso le aree interne. Parliamo di circa il 60% della superficie nazionale, il 48,5% dei comuni e il 23% della popolazione. Ecco perché il tema ha rilevanza sistemica. Nuoce assai, dunque, accettare la fotografia sfocata che li rappresenta come territori svantaggiati.

In generale, va invertita la negligente tendenza a ritenere marginali molte aree interne del Belpaese. Un deficit umano, sociale, culturale, economico. E, ovviamente, vi è un deficit di politica e della politica. La voce dei territori dice che è improduttivo cedere alla rassegnazione. La voce dei territori sono le persone che fanno le comunità, che agiscono, si mettono in moto e così pungolano le istituzioni. Si tratta di risposte coraggiose a un certo processo di desertificazione del pensiero.

Ci sono luoghi interni che respirano di novità, che dicono la propria nel presente e non sulla carta, che testimoniano come idee e progetti entrino in circolo nel rapporto fra le diverse realtà che fanno la comunità. La vita della comunità.

Editoriale. La tela della diplomazia

Il volano delle imprese

Ridare centralità a queste aree è un affaccio consapevole al futuro. Là dove non si viene meno ai propri valori costitutivi. Alla propria tradizione. La premessa contiene la promessa. Oggi – e la storia è dalla loro parte – le aree interne hanno molti requisiti per tornare a occupare stabilmente il centro della scena. E non sono appena intenzioni a buon mercato; è sufficiente girare un po’ per lo Stivale per prenderne visione. Mettendosi in ascolto. Per raccogliere racconti che significano qualcosa di importante. Magari, poco o per nulla conosciuti.

Pensiamo solo al carattere della piccola impresa che, in questi luoghi di comunità, è all’origine pre-economico. Per costituzione antropologico e sociale. Perché si fonda sulla persona e quindi scommette sulla fiducia, sul genuino entusiasmo che è inesauribile nelle famiglie che hanno intrapreso la sfida imprenditoriale. Che non è mai stata solo agricola, bensì trasversale ai settori produttivi, anche nel manifatturiero. Un tessuto imprenditoriale ricco, insomma.   

La realtà, che non è narrazione, ci restituisce un quadro della situazione che mostra come il declino, magari dolce e non traumatico, non è già scritto. Seppur da qualche parte lo si trovi scritto nero su bianco per ragioni irragionevoli. I territori sembrano voler comunicare il proprio essere centrali nel modo che gli si confà. Perciò quei luoghi non sono ormai solo ambienti dimenticati di storie sbagliate. Sono luoghi che adesso, in momenti così tellurici, possono esprimersi come laboratori innovativi mossi da una visione creativa che può sorprendere.

Un Paese illuminato che si riconosce nel suo essere corpo unico e nell’evidenza di specificità naturali, sociali, culturali ed economiche, consapevole di ritardi e visioni parziali, oggi è chiamato ad accelerare affinché si attui in misura rigorosa e strutturata una programmazione strategica che contribuisca alla valorizzazione delle Aree Interne viste, a tutti gli effetti, come patrimonio di sviluppo sostenibile. In tal senso, quel che è stato fatto dalla politica con il lancio nel 2013 della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) alla prova dei fatti ha mostrato più di una crepa: in questo numero, analizziamo le cause di un processo decisionale a dir poco farraginoso.

Il perno del costruire

I nodi che ancora ci sono vanno sciolti. La semplificazione è un’urgenza per dare il via libera a investimenti fondamentali. C’è un’infrastruttura umana che necessita di infrastrutture. La questione riguarda la politica nazionale, le regioni, i sindaci dei territori. Non è più il tempo di accostare le Aree Interne a visioni romantiche, a immagini fiabesche. Il fenomeno del progressivo spopolamento è dovuto in larga misura a errori di impostazione o addirittura a prolungate distrazioni. La deficienza di servizi a tutti i livelli è il dato più eclatante e allarmante. Questo è avvenuto e continua a succedere. La domanda di vita che si esprime in quei luoghi non può essere evasa, perché è sempre un fattore di rinascita. Anzi: il fattore.

Ecco allora che le aree interne – detto delle numerose e problematiche criticità – sono luoghi che testimoniano che vivere è sempre possibile. Che si può costruire anche nei territori più compromessi; finanche dove c’è la guerra resiste una comunità che può costruire luoghi di vita. È l’io come persona il soggetto che fa. È la “programmazione” umana che non si arrende all’incessante rumore delle macerie (che poi le macerie sono simboleggiate dal freno a mano tirato di chi coltiva le “cattive pratiche”).

Oggi si vive la crisi della persona. E questo incide su qualsiasi esperienza di convivenza. Il perno del costruire è un percorso di ritorno – che è un bel procedere in avanti – alla centralità della persona relazionale.

Per queste e altre ragioni è opportuno oggi, in un contesto globale così sfilacciato e allarmante, insistere sul valore delle aree interne presenti in qualsiasi parte del mondo come luoghi abitati da minoranze creative che costruiscono. Comunità locali che generano esperienze di convivenza virtuose, anche in condizioni di certificata precarietà.

Il punto di partenza è allora una provocazione culturale forte. Vale a dire che in queste aree si può vivere in piccole comunità che esprimono la bellezza di una vita piena. È giunto il momento di abbandonare, una volta per tutte, la convinzione errata di pensare alle Aree Interne come spazi. E di pensarle invece come luoghi. Come corpi che pulsano.