Quadrimestrale di cultura civile

Processi, comunità e tempo della rigenerazione dei borghi marchigiani.
Due esperienze.

  • APR 2026
  • Alessandra Panzini

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Ecco come si è avviato il percorso di rivitalizzazione delle aree interne: il "Metroborgo" a Montalto in provincia di Ascoli Piceno e i villaggi delle ex miniere di Cabernardi a Sassoferrato. Si tratta di un processo complicato perché tocca sì gli spazi, ma anche le relazioni, gli usi, la capacità di un borgo di tornare a essere abitato, riconosciuto, desiderato. Ciò significa che gli investimenti necessari non producono di per sé un effetto automatico. Gli esempi che qui si raccontano dicono proprio che il borgo non può rimanere solo un’eredità da conservare, ma deve scoprire di avere una funzione contemporanea.

Negli ultimi anni la parola “rigenerazione” è diventata una presenza costante nel lessico delle politiche pubbliche e nel racconto dei territori. Applicata ai borghi, viene spesso restituita come una sequenza ordinata e rassicurante: finanziamenti, cantieri, riaperture. Una promessa implicita di trasformazione rapida, capace di convertire luoghi segnati da spopolamento e marginalità in nuove centralità attrattive di turismo e di residenzialità.

Un senso condiviso

Nella realtà le cose sono più complesse. Un borgo non torna a vivere per effetto automatico di un investimento, né si rigenera solo perché un insieme di strutture vengono recuperate e valorizzate. Il processo è più lento e più difficile: riguarda gli spazi ma anche le relazioni, gli usi, la capacità di un luogo di tornare a essere abitato perché desiderato, perché riconosciuto spazio di valore.

Montalto

Chi lavora dentro questi processi lo sa bene: un borgo non si rigenera come si ristruttura un manufatto edilizio. Ritrova, piuttosto, una propria forza generativa attraverso un percorso lungo, non lineare, fatto di avanzamenti e rallentamenti, di resistenze e adattamenti. Non è solo una questione di spazi, ma di senso condiviso e di possibilità concreta di vita.

In questa prospettiva, il borgo non è soltanto un’eredità da conservare. È un luogo che deve ritrovare una funzione contemporanea, capace di tenere insieme patrimonio, vita quotidiana, lavoro, cultura e nuove forme dell’abitare.

Due esperienze recenti nelle Marche – il progetto "Metroborgo" a Montalto delle Marche, in provincia di Ascoli Piceno e il percorso di rigenerazione dei villaggi delle ex miniere di zolfo di Cabernardi a Sassoferrato, in provincia di Ancona – permettono di osservare, da angolazioni diverse, cosa significhi oggi “far rinascere un borgo”.

Tra passato e futuro

Il caso di Montalto delle Marche si presenta come un progetto fortemente intenzionale. Selezionato come borgo pilota nell’ambito della Strategia Nazionale per l’Attrattività dei Borghi del Ministero della Cultura, sostenuta da risorse PNRR, il progetto “Metroborgo Montalto Lab. Presidato di Civiltà future si fonda su un investimento rilevante (20 milioni) e su una visione esplicita: costruire non un semplice attrattore turistico, ma un luogo capace di offrire servizi innovativi, produzione culturale e nuove opportunità di vita.

L’idea di Metroborgo si fonda su una tensione precisa: portare nei contesti interni alcune qualità tipiche delle aree urbane – accesso ai servizi, densità culturale, connessioni – mantenendo la scala e la qualità della vita proprie dei borghi. A questa si affianca una visione estroflessa del progetto: non un borgo “monade”, ma un sistema capace di relazionarsi con un territorio più ampio. In questo senso, il riferimento storico al Presidiato istituito alla fine del Cinquecento da Papa Sisto V (che elevò Montalto a “Magnifica città” mettendola a capo di un’area comprendente diciassette comuni), viene reinterpretato in chiave contemporanea, dando forma a un borgo in grado di offrire servizi, attivare reti collaborative e assumere funzioni di scala regionale e nazionale. In questa prospettiva, la rigenerazione diventa un lavoro di ricomposizione tra passato e futuro, tra dimensione locale e apertura verso l’esterno.

In questo percorso, tra i principali cantieri di progetto si colloca il MuTeB - Museo del Territorio e della civiltà dei Borghi, concepito non come semplice spazio espositivo, ma come parte integrante del processo di rigenerazione, in dialogo con le pratiche di innovazione sociale. La sua costruzione intreccia ricerca scientifica, raccolta e studio documentale, coinvolgimento della comunità e confronto con un comitato scientifico che include anche i custodi delle memorie locali. Il museo si ramifica nel borgo attraverso le micro-installazioni diffuse di Borgostory, un format originale che nasce dal lavoro di inventariazione, ricerca e digitalizzazione degli archivi storici e si intreccia con le storie recenti – raccolte anche grazie alle mappature emozionali e ai laboratori del teatro di comunità – costruendo una narrazione stratificata e condivisa. In questo modo, il MuTeB diventa, oltre che un attrattore culturale, uno strumento operativo per rafforzare l’identità e riattivare il rapporto tra patrimonio e cittadinanza attiva.

Il tutto si inserisce in un ecosistema digitale integrato, capace di connettere i diversi interventi e di generare nuove relazioni di senso e di funzione all’interno del sistema borgo, con un investimento significativo anche su sistemi di intelligenza artificiale generativa, usati per dare nuova linfa al patrimonio materiale e immateriale del territorio.

Accanto agli interventi fisici, grazie anche all’ampia rete di partenariato attivata, il progetto sviluppa quindi un insieme coerente di azioni immateriali: dispositivi culturali, strumenti digitali, nuove modalità di racconto. Proprio questa struttura articolata, però, mette in evidenza una prima tensione: quella tra la velocità richiesta dai programmi di finanziamento (in questo caso, quattro anni) e i tempi necessari perché gli spazi diventino effettivamente vissuti.

Presentazione progetto Metroborgo

“Estrarre valore, creare futuro”

Se Montalto rappresenta un caso di costruzione guidata, Cabernardi e Cantarino raccontano un percorso diverso. Ex borghi minerari, sviluppatesi in poco più di cinquant’anni all’inizio del Novecento, segnati dalla chiusura delle attività estrattive alla fine degli anni Sessanta e da una lunga fase di marginalità, sono oggi al centro di un processo avviato a partire da un intenso lavoro di ascolto e co-progettazione con la comunità locale.

Qui la rigenerazione non parte da un grande investimento, ma da una domanda: quale futuro è possibile per un luogo così fortemente segnato dalla propria storia? Il percorso si sviluppa in modo progressivo, cercando di trasformare quella storia legata all’“oro giallo” di Cabernardi in una risorsa attiva e condivisa, stimolando soprattutto una nuova intraprendenza comunitaria, anche attraverso azioni di capacity building e formazione peer to peer.

La costruzione di una visione condivisa, sintetizzata nella formula “estrarre valore, creare futuro”, ha permesso di riattivare relazioni, energie e possibilità individuando cinque cantieri di progetto prioritari che intrecciano azione pubblica e azione privata.

Alcuni di questi mostrano con chiarezza come la rigenerazione possa tradursi in nuove economie di luogo: i vecchi forni Gill all’interno del Parco Archeominerario, per esempio, possono essere rimessi in produzione attraverso funzioni inedite legate all’affinamento di vini e formaggi, capaci di connettere patrimonio industriale, filiere locali e nuova attrattività esperienziale. Allo stesso modo, l’immobile dell’ex cooperativa dei minatori è immaginato come spazio da prendere in carico insieme a giovani e abitanti del villaggio, per dare forma a una cooperativa di comunità capace di attivare non solo economia turistica, ma anche promozione delle produzioni di agricoltura biologica e tipiche e di offrire servizi di prossimità.

In oltre un anno di lavoro sul campo, il processo si è radicato nei tempi del territorio, facendo emergere una comunità desiderosa e capace di rimettersi in gioco, reinterpretando in modo contemporaneo la “civiltà dello zolfo”. Ma anche in questo caso non mancano le difficoltà. La maggiore aderenza ai tempi sociali si accompagna a una fragilità operativa: tradurre la visione in azioni stabili, intercettare risorse, evitare la dispersione delle energie attivate.

I due casi, letti insieme, mostrano una questione centrale: il rapporto tra progetto e processo. Da un lato serve una visione capace di orientare e attivare risorse; dall’altro è necessario costruire condizioni reali di abitabilità, che richiedono tempo, adattamento e capacità di mediazione.

In questo spazio si colloca il ruolo di chi progetta e accompagna simili percorsi. Non basta definire gli interventi o seguire la spesa: serve un lavoro continuo di regia, di coordinamento e di relazione tra attori diversi. Nelle esperienze di Montalto e Cabernardi questo ruolo è stato svolto da Marchingegno, che ha operato come soggetto di connessione tra istituzioni, comunità e partner operativi, tenendo insieme ascolto, costruzione della visione, sviluppo delle azioni e accompagnamento nel tempo anche nella fase di intercettazione e gestione delle risorse.

Più che guidare dall’alto, si tratta di rendere possibile: creare le condizioni perché il progetto possa evolvere insieme al territorio, senza che sia irrigidito in schemi predefiniti. Il nodo del tempo resta, dunque, una questione aperta. Non solo per i territori, ma anche per le politiche che li attraversano. È nella distanza tra tempi amministrativi e tempi reali che si gioca l’efficacia dei processi di rigenerazione.

Montalto e Cabernardi, pur nella loro diversità, mostrano una stessa evidenza: la rigenerazione non coincide con la realizzazione degli interventi, ma con la loro capacità di attivare uso, relazioni, continuità. È lì che si misura il passaggio decisivo, quello che separa un progetto concluso o un target raggiunto, da un luogo che torna a vivere.

Festival di poesia

Misure di accompagnamento

Per questo la questione non è soltanto come intervenire sui borghi, ma come costruire condizioni che tengano nel tempo. Dopo una stagione straordinaria di investimenti, e dopo quella che per molti territori è stata una vera e propria “droga” di finanziamenti concentrati, si apre una fase altrettanto delicata, in cui occorre sostenere l’avviamento, la gestione e il consolidamento dei processi attivati.

Non si può pensare che, una volta realizzate le opere o avviate le progettualità, tutto proceda da sé. Come accade per le imprese o per le startup, anche i borghi hanno bisogno di misure di accompagnamento all’avvio: risorse per la gestione ordinaria, strumenti di sostegno ai soggetti attuatori, presìdi capaci di tenere insieme programmazione, cura, relazioni e adattamento.

Senza questa attenzione all’ordinario, lo straordinario rischia di esaurirsi rapidamente. Ed è proprio qui che si misura la qualità delle politiche pubbliche: non nel numero di interventi conclusi o avviati, ma nella capacità di rendere i borghi nuovamente generativi e attrattivi per le comunità presenti e, soprattutto, per le comunità future.

 

"Pubblicazione a valere sul progetto “Empower eventi verdi” CUP C31B23000420004 ID-PNRRBI-20230003368388/4 finanziato dall’UE – Next Generation EU- PNRR M1C3, Sub-inv. 3.3.3 (Az. B I)."

Alessandra Panzini è architetta e manager della cultura e dello sviluppo locale, esperta in processi di rigenerazione territoriale. Presidente del Comitato tecnico-scientifico per gli Ecomusei della Regione Marche e co-fondatrice di Marchingegno srl.