Quadrimestrale di cultura civile

L’arte è un fattore di rilancio

  • APR 2026
  • Giuseppe Frangi

Condividi

Opere fisiche e festival sono, nei fatti, un elemento forte di rinascita, dall’estremo Sud al Nord. La bellezza diventa porta d’accesso strategica a luoghi anche feriti da drammatiche circostanze. Come nel caso di Gibellina, cittadina siciliana distrutta dal terremoto del 1968 e poi ricostruita. Come altre esperienze virtuose, sempre nella Sicilia delle Madonie, come nella Val d’Agri in Basilicata. E ancora: nella Val di Taro, nell’alessandrino che confina con la Liguria e nel cuore del Trentino. Esempi concreti di risveglio di luoghi per troppo tempo sopiti. Un vero e proprio ribaltamento legato a un certo presupposto fatalistico che sanciva come irrimediabile il declino sociale e culturale di tante aree interne in Italia; indicando che la cultura, sovrastruttura immateriale, può essere una possibile leva strategica per un rilancio e per uno sviluppo.

“Stella d’ingresso del Belice”, opera di Piero Consagra posta nel 1981 alle porte di Gibellina, è porta d’accesso alla cittadina siciliana distrutta dal terremoto del 1968 e poi ricostruita, ma rappresenta anche una porta d’ingresso a un’ipotesi nuova: quella che l’arte possa essere una leva di rinascita o di rilancio delle aree interne. Consagra, siciliano di nascita ma allora operativo a Milano, per realizzare quella stella d’acciaio alta 26 metri si era ispirato alle forme tipiche delle luminarie che si accendevano tradizionalmente a Gibellina in occasione delle festività natalizie e pasquali: una forma che, venendo dal passato, aiutasse a immaginare il futuro. Artefice straordinario di quella scommessa sull’arte in un contesto devastato dal sisma era stato Ludovico Corrao, avvocato, sindaco della cittadina immediatamente all’indomani del terremoto nel 1969 fino al 1994 (con una breve interruzione tra 1972 e 1974). Si trattava di ricostruire tutto e in quel contesto l’arte sembrava qualcosa di superfluo. Per questo era stata una scommessa assolutamente visionaria se pensiamo a quei tempi e se pensiamo che Corrao lanciò questa sfida senza puntare sui soldi pubblici. Lo ricordò anche nell’ultima intervista rilasciata poco prima di morire: «Abbiamo fatto tutto con risorse della gente. Tutto solo grazie all’impeto, alla generosità della gente di Gibellina, che ha capito quello che si andava facendo. Quando per esempio Consagra, dal progetto della Stella, ha fatto un modello per degli orecchini in oro, con una tiratura limitata di 300 pezzi, le donne di Gibellina hanno comprato tutti quegli oggetti e li portano ancora oggi con grande orgoglio».

Gibellina

Come ha detto Piero Consagra, «Gibellina è riuscita dove nessun’altra città ha saputo mirare, ha ottenuto attenzione come provocatoria mentre in verità l’intento è stato quello di fare fronte a una necessità individuale e irresistibile: legarsi alla creatività continua dell’arte che esprime fiducia». A conferma della bontà e affidabilità di quel percorso pionieristico, la cittadina del Belice si è candidata a Capitale dell’arte contemporanea 2026 e ha vinto, superando tutta la concorrenza. Negli anni tanti grandi artisti hanno aderito alla chiamata del sindaco, a cominciare da Alberto Burri che realizzò il Grande Cretto sulle rovine del paese distrutto e poi abbandonato, oggi diventato una vera icona globale. Il rischio però era quello di farne uno spettacolare parco attrattivo per il turismo anche internazionale, creando un distacco con il tessuto della popolazione. Invece Corrao volle che l’innesto creativo degli artisti funzionasse anche da spinta di sviluppo concreto. «La rinascita avviata da Corrao ha dato ai giovani l’opportunità di incontrare artisti italiani e stranieri a Gibellina», ricorda la figlia Francesca, oggi presidente della Fondazione Orestiadi.

«Gli artigiani hanno lavorato con Accardi, Consagra, Pomodoro; i ragazzi delle scuole e la cittadinanza hanno ascoltato le poesie di Isgrò, Scialoja e Adonis. Nel crescere con gli artisti si è data a molti giovani di allora – tra cui il personale, i collaboratori e gli amici – la possibilità di assumersi responsabilità a vario livello, realizzando opere o gestendo eventi».

È un’ipotesi di lavoro che sta dimostrando ancor oggi la sua affidabilità come dimostra la mobilitazione e la partecipazione al progetto Gibellina Capitale dell’arte contemporanea per il quale è stato scelto un titolo emblematico, fedele all’idea originaria del sindaco Corrao: “Portami il futuro”. Come dice il direttore artistico del progetto Andrea Cusumano, l’ambizione e l’impegno sono quelli di fare di Gibellina «un grande riferimento per la contemporaneità».

Oltre Gibellina

 L’ambizione è stata certamente una delle componenti decisive del modello Gibellina. Ambizione nel senso di fare qualcosa di impensabile, teoricamente al di là delle realistiche premesse e delle proprie forze. Data l’eccezionalità di questo caso-prototipo, è improprio pretendere di ritrovare altrove parabole analoghe. Tuttavia, l’esperienza di Gibellina ha funzionato da riferimento contagioso e ha ribaltato un presupposto fatalistico che sanciva come irrimediabile il declino sociale e culturale di tante aree interne in Italia. Non solo: ha indicato che la cultura, sovrastruttura immateriale, può essere una possibile leva strategica per un rilancio e per uno sviluppo.

Per il ritorno alla civitas

Uno strumento utile per monitorare il dinamismo che sta attraversando tanti centri marginali del territorio italiano è la guida annuale curata da Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino In giro per festival. Guida nomade agli eventi culturali (Edizioni Altraeconomia). È uno strumento collaudato frutto di un’osservazione diffusa che ha fatto emergere un panorama dalle dimensioni inaspettate: ben 2200 festival, per la stragrande maggioranza promossi e organizzati fuori dai grandi e medi centri. Il festival è diventato insomma uno strumento agile e mobilitante per rinsaldare consapevolezza e rilanciare un orgoglio di appartenenza a luoghi marginalizzati dai trend dello sviluppo. Inoltre i festival si sono rivelati degli incubatori di professionalità nuove ed esportabili nel campo della progettazione e dell’organizzazione culturale, con l’Italia del Sud in prima linea. Restando in Sicilia, è straordinaria la storia della “Macchina dei sogni”, appuntamento nomade in regione ma da qualche anno insediato nel meraviglioso borgo di Polizzi Generosa, nel parco delle Madonie. Nato nella primavera del 1984 come omaggio ai cinquant’anni di attività artistica di Giacomo Cuticchio, grande puparo palermitano, e come segno di riconoscenza dei figli nei confronti del padre-maestro. Instancabile motore di questo appuntamento è Mimmo Cuticchio, che da puparo si è fatto caposcuola di una nuova forma di rilancio della tradizione, quella del “cunto” siciliano. “La Macchina dei sogni” coinvolge attori e spettatori in un grande festa del teatro, il teatro di figura e di narrazione che, per sua natura, chiede a chi assiste di essere parte attiva nell’elaborazione delle storie, che si arricchiscono e si completano nella sua immaginazione.

Se i festival proliferano, diventa importante sapersi ritagliare aree tematiche che incidano sul contesto e che, nel contempo, colpiscano un immaginario largo.

È la scommessa riuscita ad Aliano, borgo solitario nella Val d’Agri in Basilicata legato alle pagine di Cristo si è fermato a Eboli, il famoso romanzo di Carlo Levi. Qui si tiene ogni anno in agosto (ma a volte con un bis a fine anno) il festival di paesologia “La Luna e i Calanchi” inventato da Franco Arminio, popolare e infaticabile cantore di quest’Italia marginale. La “paesologia” è qualcosa di più che una branca della geografia, è una forma cosciente di resilienza. Spiega Arminio: «La paesologia ha capito che i luoghi sono importanti. Bisogna guardare quello che ci facciamo coi luoghi, bisogna saperci fare coi luoghi. Non può essere solo una faccenda di urbanisti o di sociologi. La paesologia non è una scienza ma un vento che viene da sotto».

È il vento portato ogni anno da decine di poeti e musicisti che invadono il paese insieme a migliaia di spettatori.

I festival per i luoghi sono occasioni per riflettere anche su sé stessi. Come accade per “Appenino Futuro Remoto” che, dal 2022, si tiene in Alta Val Borbera, nel comune di Carrega Ligure (che in realtà è in provincia di Alessandria), 55 kmq di estensione e 88 abitanti. Il progetto “Appenino Futuro Remoto” nasce dall’esigenza di frenare l’esodo demografico sul territorio che, anno dopo anno, si sta drammaticamente spopolando, attraverso una serie di linee d’azione che coinvolgano direttamente la comunità locale e attraggano sul territorio nuovi residenti che possano creare circuiti economici innovativi. Dicono i promotori: «Con questo titolo si vuole identificare la zona in cui si realizza il progetto, l’Appennino, e con Futuro Remoto la sfida che vogliamo vincere: mantenere le nostre identità culturali, storiche, tradizionali “remote” proiettandole nel futuro».

La manifestazione “Appennino futuro remoto” a Carrega Ligure (Anna e Angela De Leo)

Non solo festival

I festival funzionano come delle semine ma hanno il tallone d’Achille nella loro episodicità. Invece il modello Gibellina suggerisce di puntare su percorsi che garantiscano una continuità di azioni e di pensiero. Ci sono casi in Italia che hanno seguito questa strada. Vorrei segnalarne due, differenti per storia e per natura. Il primo è il “Museo Ettore Guatelli” che, come recita lo slogan suggerito da quello straordinario personaggio a cui è dedicato, è un museo «dall’estremo ieri all’estremo domani». Guatelli era un maestro elementare nella Bassa di Val di Taro, che per tutta la vita raccolse decine di migliaia di oggetti della civiltà contadina. Li ha allestiti nella sua grande casa cascinale a Ozzano Taro in modo curatissimo e spettacolare, così da spiazzare chiunque vi metta piede. L’oggetto povero, invece di essere visto come reliquia di un passato commovente, diventa parte di installazioni che ne ribaltano completamente la percezione: da memorie di una miseria vissuta si trasfigurano in portatori di uno splendore inatteso. Si assiste all’estrinsecazione di una bellezza che cambia completamente l’immaginario. Grazie a questa intuizione modernamente esperienziale, il Museo Guatelli è diventato il cardine simbolico di un percorso di rilancio che riguarda tutta la Val di Taro, coordinato con le amministrazioni locali, le organizzazioni di Terzo settore e le importanti imprese attive a fondo valle.

Diverso il caso di Arte Sella, grande progetto di land art realizzato nel territorio del comune di Borgo Valsugana in provincia di Trento. Artisti di tutto il mondo (oltre trecento, in tutti questi anni) sono stati chiamati a lavorare con materiali naturali e a realizzare opere che, in molti casi, sono sottoposte al consumo del tempo: opere che vengono dalla natura e tornano alla natura. Arte Sella è un’associazione culturale nata nel 1986 e oggi diventata impresa sociale. Promossa da un gruppo di amici di Borgo Valsugana che sognavano di coniugare arte contemporanea e natura, senza avere come prima preoccupazione il rilancio del loro territorio. L’idea di partenza era comunque che le opere nascessero da una forte relazione dell’artista il contesto, con le sue caratteristiche naturali ma anche con la sua complessità sociale e umana. Da questa relazione si doveva sviluppare il processo che, attraverso le diverse fasi di ideazione, progettazione e realizzazione, ha portato le opere a inserirsi nel contesto naturale. Oggi Arte Sella è meta per decine di migliaia di visitatori e, soprattutto, ha generato un indotto evoluto nei settori educational, organizzazione culturale e conservazione delle opere.

Giuseppe Frangi, giornalista e curatore. Ha diretto il settimanale Il Sabato tra 1988 e 1990 e il settimanale Vita non profit dal 2001 al 2018. È presidente dell’Associazione Giovanni Testori. È fondatore di Casa Testori, un hub culturale alle porte di Milano, luogo espositivo dedicato ad artisti delle nuove generazioni. Collabora con Il Manifesto e con l’Osservatore romano.

Nello stesso numero