Alfred Runte è uno dei principali storici dell’ambiente americani, noto per il suo fondamentale libro National Parks: The American Experience. Lo abbiamo intervistato sul tema dei grandi parchi nazionali americani, un esperimento unico al mondo.

Siamo nel 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, un momento in cui molti riflettono sugli ideali fondanti della nazione. In che modo sono stati espressi o sviluppati attraverso la creazione dei parchi nazionali?
Una delle cose da ricordare è che negli Stati Uniti non avevamo un grande patrimonio culturale. Siamo nati come colonie europee, principalmente di Spagna e Gran Bretagna. E partivamo da un continente meraviglioso, ma senza una storia che potessimo davvero considerare nostra. Quando la rivoluzione iniziò, nel 1776, gli americani erano alla ricerca di qualcosa di distintivo, in modo da poter dire all’Europa: «Noi abbiamo qualcosa che dovrebbe interessarvi: la natura». Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti dal 1801 al 1809, un giorno sale su quella che oggi è conosciuta appunto come la “Roccia di Jefferson” a Harper’s Ferry. Guarda in basso, dove il fiume Shenandoah incontra il Potomac, e dice: «Questa è una delle scene più stupende della natura. Da sola vale un viaggio attraverso l’Atlantico». Ma sta parlando di montagne alte 500 metri! Voi in Italia avete le Alpi, il Vesuvio… Non c’è paragone. Eppure, la natura è comunque un argomento importante nella definizione di un’identità nordamericana. Tutti dall’Europa volevano venire a vedere le Cascate del Niagara, scoperte da Padre Hennepin nel 1579. Già allora l’America era nota per i suoi paesaggi spettacolari. Noi difendiamo ciò che abbiamo. Difendiamo il fiume Hudson e le sue splendide montagne, difendiamo la Valle dello Shenandoah in Virginia, e quei luoghi sono diventati simboli di patriottismo, qualcosa che gli americani possono legare alla loro cultura e che useranno come parte della giustificazione della propria indipendenza. E certamente, mentre la nazione si consolida nei successivi 50-75 anni, diventano anche un argomento a favore del diritto dell’America a possedere questo spettacolare continente, così da potersene prendere cura.
Ken Burns in un documentario ha definito la creazione dei parchi nazionali come «la migliore idea americana». Perché? Vede qualche differenza con la tutela dell’ambiente in Europa?
Questa espressione viene dallo storico Wallace Stegner che, nel 1983, scrive che la migliore idea americana sono proprio i parchi nazionali. Lo stesso termine “parco nazionale” è tipicamente americano. La conservazione dell’ambiente però inizia molto prima ed è presente in una certa misura in tutte le culture. L’idea di preservare certi luoghi particolari del pianeta considerati “sacri” deriva dai Greci e dai Romani, che proprio in quei luoghi costruivano i loro templi. In Francia e in Gran Bretagna hanno i loro parchi pubblici in città: Birkenhead, nel Merseyside, è considerato il primo parco civico finanziato dalla gente, solo in seguito venne rilevato dalla Corona britannica. Quando Frederick Olmsted, il progettista di Central Park, alla fine dell’800 si reca in Inghilterra, commenta che il più povero contadino britannico è libero di godere del parco di Birkenhead quanto la Regina d’Inghilterra: non è forse una cosa meravigliosa? L’idea di parco è quindi tipicamente occidentale, proviene da molti paesi e si può trovare in varie forme, ma negli Stati Uniti è stata applicata a vaste distese di paesaggio, non solo ai parchi cittadini ma a catene montuose, a interi ecosistemi.
Lei ha messo in rilievo il fatto che i parchi nazionali non si limitano a mettere certi terreni sotto tutela, ma danno forma a un'identità nazionale condivisa. In che modo la bellezza della natura selvaggia ha aiutato gli americani a immaginarsi come un unico popolo unito da un paesaggio comune e, al tempo stesso, molto diversificato?
È una prospettiva che all’inizio venne imposta da quelli che, secondo lo Yosemite Act (la legge del 1864 considerata l'atto fondante del concetto di parco nazionale), erano “gentiluomini amanti dell’avventura, dotati di gusto e raffinatezza”. Proveniva da un’élite degli Stati Uniti, non dai coloni. James Mason Hutchings, uomo d’affari, riteneva che la Yosemite Valley gli appartenesse in base agli Homestead Acts degli anni ’40 e ’50 dell’Ottocento. Diceva: «Se diventerà un parco, va bene, ma io ho tutto il diritto di rimanere qui, nella mia fattoria».
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Un gruppo ristretto cercava una giustificazione per l’esperienza e l’“esperimento americano”, che rimase tale anche molti decenni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza. Queste idee provenivano dall’alto: poi, con il tempo, gli americani tutti hanno iniziato ad aderirvi, e ancora oggi c’è un ottimo marketing: le ferrovie, per esempio, sono bravissime a promuovere i parchi nazionali presso la classe media e medio-alta. Nel 1959, mia madre portò me e mio fratello in un meraviglioso viaggio di sei settimane nei parchi nazionali: non potevamo certo definirci ricchi, mia madre era vedova, vivevamo a Binghamton, New York, in una casa anonima, forse sarebbe meglio definirla una baracca, ma ci innamorammo di quell’idea, che all’epoca veniva diffusa non solo dal governo ma anche nelle scuole superiori e università.
In Europa certi valori giudeo-cristiani, almeno fino a un certo punto, hanno formato un’identità culturale condivisa. Negli Stati Uniti – scrive nel suo libro – «non abbiamo cattedrali o monumenti, non abbiamo una lunga storia». È questa bellezza del paesaggio a unirvi?
Quando ti trovi nel Grand Canyon o a Yellowstone e guardi giù verso tutte quelle guglie, in fondo puoi immaginare che siano castelli e cattedrali. Coloro che descrivono le Cathedral Rocks (una collina naturale di arenaria vicino a Sedona, in Arizona, uno dei luoghi più fotografati dello stato, ndr) come più belle della basilica di San Pietro a Roma, sono sinceri.
Gli americani però avvertono davvero la loro mancanza di cultura. Per l’élite, il Grand Tour di formazione rimase a lungo un viaggio in Europa: ci si imbarcava e si attraversava l’oceano per vedere Firenze o il Colosseo a Roma. Davanti a quelle pietre messe insieme duemila anni fa, gli americani rendevano conto che lì c’era una storia, e niente di simile esisteva negli Stati Uniti. Così, ripiegarono sulla migliore alternativa possibile e dissero: «Beh, voi non avete Yellowstone, non avete il Grand Canyon, non avete le Montagne Rocciose, non avete questa natura selvaggia ancora incontaminata. Noi siamo il futuro e voi siete il passato». È una sorta di compensazione. Anche se non sempre ci credono.

Cascate del Niagara
Il sistema dei parchi nazionali prese avvio subito dopo la Guerra Civile. Quanto ha influito quel momento storico sul desiderio di mantenere alcuni luoghi incontaminati e protetti?
Ci fu una convergenza di diversi fattori. La Guerra Civile americana fu molto traumatica, oggi si stima che siano morte 750 mila persone. Il paese era dilaniato. Proprio nello stesso periodo, il pittore Albert Bierstadt si reca in California, e le sue immagini di Yosemite Park iniziano a circolare. La gente ne rimane incantata, in quel momento diventa un punto in cui il paese sente crescere dentro di sé un fervore patriottico. Il senatore californiano Conness raccontò: «Qualche anno fa abbiamo inviato 60 tonnellate della corteccia di una sequoia gigante al Crystal Palace di Londra», che nel 1851 ospitò la Prima Esposizione Universale. «Gli inglesi l’hanno esaminata e all’inizio hanno detto: “Questa è una truffa, una falsificazione bella e buona. Non è possibile”. Alla fine, prima che riuscissimo a classificare quest’albero portentoso chiamandolo “Washingtonia,” l’hanno battezzato “Wellingtonia Gigantea” in onore del Duca di Wellington. Che insulto!».
Conness presentò allora una proposta di legge per proteggere la valle delle sequoie giganti dallo sfruttamento commerciale e turistico, firmata da Abraham Lincoln il 30 giugno 1864 come Yosemite Act, il primo intervento federale a tutela di un paesaggio di eccezionale bellezza. Proprio in quei giorni si era conclusa la campagna più sanguinosa della Guerra Civile, 80mila morti su entrambi i fronti dall’inizio di maggio. Il Paese, terminata la guerra, era alla ricerca di qualcosa che lenisse le sue ferite, che lo guidasse e gli restituisse l’orgoglio. Tutti questi elementi finirono per convergere. Yosemite è un luogo semplicemente meraviglioso, è la “cattedrale d’America”. Così abbiamo deciso che dovevamo assolutamente proteggerlo.
Mi ha colpito l’enfasi che lei pone sull’idea di salvaguardare il paesaggio come eredità per le generazioni future. Questo è stato davvero il principale motore di sviluppo dei parchi nazionali, più di considerazioni economiche e della promozione del turismo, che ovviamente sono venuti di conseguenza?
È certamente un elemento centrale. In quel 1864, in California, solo poche centinaia di persone riuscivano ad andare nella Yosemite Valley da turisti. Ma se si vogliono conservare questi beni, la tutela dev’essere permanente. Mi ha colpito che quando nel 2019 la cattedrale di Notre Dame a Parigi fu devastata da quel terribile incendio, i francesi si rimboccarono le maniche e la restaurarono, con un costo di oltre un miliardo di dollari, e cinque anni di lavori. Perché simboleggiava la loro permanenza, la loro durata nel tempo. Quindi sì, queste sono cose che si fanno per il futuro, per le generazioni che verranno dopo di noi. Ma deve essere un impegno permanente, un simbolo del genere non si può cambiare a piacimento, non lo si può demolire. Alexis de Tocqueville duecento anni fa viene negli Stati Uniti e scrive: «Se entrate in una taverna, fareste meglio a godervela, perché se tornate l’anno prossimo potreste non trovarla più». Io non sono mai stato a Firenze, è uno dei posti che vorrei visitare, ma ogni volta che guardo quel panorama urbano e ogni volta che penso a tutta la meravigliosa arte che c’è lì, mi dico che questo è ciò che rende “Italia” l’Italia. Giusto? Questa possibilità di tornare al passato, questo durare nel tempo. Già nell’800 negli Stati Uniti si discuteva molto di queste cose, e all’inizio il tono era molto patriottico: «Dobbiamo farlo perché siamo americani. Dobbiamo salvare questo patrimonio del paese punto e basta». Poi hanno iniziato a subentrare altri argomenti: abbiamo bisogno dei parchi nazionali per addestrare i nostri soldati. Abbiamo bisogno dei parchi per formare alpinisti. O per far esercitare gli sciatori. Di volta in volta, viene usato l’argomento che sembra più efficace. Alla, fine il turismo diventa l’argomento principale. A inizio Novecento, tutti continuavano ancora a visitare l’Europa, a vedere ciò che aveva da offrire. Poi scoppiò la Prima Guerra Mondiale e l’Europa si chiuse ai viaggiatori americani. A quel punto, l’argomento cambiò: tutti questi americani dovevano pur vedere qualcosa negli Stati Uniti, e bisognava farsi trovare pronti. Così, i promotori iniziarono a pubblicizzare il proprio paese.
Nel suo libro c’è un capitolo intitolato "Terre senza valore", in cui afferma che certe aree furono preservate non solo per la loro bellezza, ma anche perché erano considerate prive di interesse per l’agricoltura, gli insediamenti e altre forme di sviluppo.
Certo, è così. In storiografia oggi una tesi sostiene che i nativi americani furono espropriati di terre che sono diventate poi parchi nazionali. Ma chi vivrebbe, oggi, a 2400 metri di altitudine? Chi consuma tutte quelle calorie per salire e scendere, chi sopporta cumuli di neve alti 6-12 metri in inverno? I parchi sono meravigliosi d’estate, si va a Yellowstone... Ma io ci sono stato a settembre; all’improvviso si è scatenata una bufera di neve e siamo dovuti scappare. In effetti, è un vantaggio che molte di queste meraviglie siano impervie, inaccessibili. Di una bellezza straordinaria, ma decisamente indesiderabili per chi voleva fare l’allevatore, l’agricoltore o il minatore... Per fortuna, la maggior parte di questi parchi non conteneva neppure grandi giacimenti minerari.
Gli Stati Uniti in questo momento sono profondamente segnati da divisioni e polarizzazione. Crede che i parchi rappresentino ancora una fonte condivisa di identità, appartenenza e unità nazionale?
Sono preoccupato, e penso che ogni americano dovrebbe esserlo. Negli ultimi venti o trent’anni, questo paese ha perso gran parte della sua visione. Mi preoccupa che i giovani non vengano educati in quei valori ideali che sono stati insegnati a me da bambino. Tutti i professori allora parlavano del paese in modo idealistico, a scuola si recitava il “giuramento di fedeltà”, si salutava la bandiera. Alla partita di football tutti stavano in piedi quando risuonava l'inno nazionale. Faceva parte di una cultura. Poi, quando è arrivato il movimento per i diritti civili ci siamo tutti impegnati, perché era la sola cosa giusta da fare. Ma ora tutte queste cose si sono trasformate in una postura del tipo: «Io ho ragione mentre tu hai un atteggiamento sbagliato». E il Paese ha perso la pazienza e la prospettiva. Ricorda l’espressione: “Roma non è stata costruita in un giorno”? È una città nata nel VII secolo a.C. che si è sviluppata per oltre mille anni. La civiltà occidentale è un processo di costruzione che dura da oltre duemila anni. Non è il momento di dare nulla per scontato. È proprio il momento di apprezzare ciò che abbiamo qui in America, le nostre libertà. Un bene piuttosto raro al mondo. La Cina ora ha sei grandi parchi nazionali, bellissimi. Dieci anni fa alcuni giovani studiosi vennero qui, mi intervistarono, erano tutti entusiasti e pagarono al mio editore i diritti per tradurre il mio libro in cinese. Poi, qualcuno ad alto livello ha detto di no, il governo di Pechino ha posto un vincolo. A quella giovane studiosa che aveva già tradotto il mio libro è stato detto che non poteva più pubblicarlo. Cosa c’è di così pericoloso nei parchi nazionali? Non so nemmeno se la parola “Cina” sia presente nel libro.
Sono preoccupato per il futuro, dobbiamo tornare a una certa dose di idealità. Nessun paese al mondo è perfetto, ma tutti noi abbiamo qualcosa da offrire a quella grande cosa chiamata civiltà. Lei è una storica del Medioevo: guardi tutta l’arte prodotta in quei secoli, fino al Rinascimento, tutte le meraviglie create dagli europei che ancora oggi ammiriamo e di cui parliamo in continuazione. Se non le avessimo? Saremmo tutti più poveri. Quindi, anche noi americani faremmo bene a salvaguardare i nostri parchi.


