Le Aree Interne rappresentano quella parte del territorio nazionale, ampia e assai diversificata, caratterizzata da condizioni di svantaggio infrastrutturale e socio-economico, ma anche dotata di risorse e capitale naturale e umano, in termini di ricchezza di cultura, paesaggi e biodiversità. Tali territori, segnati da processi di spopolamento, invecchiamento della popolazione e rarefazione produttiva, costituiscono oggi uno snodo cruciale per la realizzazione della transizione ecologica, proprio in virtù delle risorse ambientali di cui dispongono. In questo contesto, il tema della rigenerazione assume una valenza strategica, richiedendo incisive politiche pubbliche di sviluppo industriale e coesione territoriale.
Le aree interne tra divari e diseguaglianze
L’Italia è coperta soprattutto da Aree Interne: esse costituiscono più della metà del suolo nazionale (circa il 58%), con una popolazione residente che rappresenta, tuttavia, meno di un quarto di quella complessiva (il 22.7%, poco più di 13 milioni di persone). Già questo dato evidenzia l’esiguità della popolazione nelle aree interne, destinata peraltro a diminuire più velocemente rispetto alle aree urbane e nei grandi centri abitati. Ma il depopolamento non è l’unico dato demografico che complica la situazione in queste aree.
A esso, infatti, si aggiunge il fattore dell’invecchiamento della popolazione, più accentuato nelle regioni tipicamente “interne” e, in particolare, nei comuni periferici e ultra-periferici, dove i processi di invecchiamento sono più rapidi e intensi, il che inevitabilmente incide sulle dinamiche dei mercati locali del lavoro di tali territori. I bassi tassi di occupazione invero si spiegano anche alla luce della diminuzione della popolazione giovane (dovuta, da un lato, al basso tasso di natalità, dall’altro, all’esodo dei giovani, particolarmente intenso nelle zone interne e montane) e del fatto che il reddito degli abitanti delle aree interne finisce per concentrarsi, in prevalenza, sul reddito da pensione. Dunque, i dati statistici relativi a queste aree vanno letti con grande attenzione. Nelle aree interne è tutto un po’ diverso, e comprenderne la complessità è il primo passo per affrontarne le sfide.

Il quadro delineato si aggrava ulteriormente se si volge lo sguardo al tessuto produttivo di tali territori, costituito per la gran parte da micro e piccole imprese – operanti soprattutto nel settore agro-alimentare e in quello del turismo – che presentano una limitata propensione all’adozione di tecnologie avanzate, all’innovazione e all’internazionalizzazione. Si tratta per lo più di imprese poco managerializzate, a conduzione familiare, con una struttura finanziaria vulnerabile e con problemi nell’accesso al credito, che ne comprimono ulteriormente le possibilità di crescita. Tutto ciò si riflette in livelli di produttività molto bassi.
La collaborazione inter-imprenditoriale per il rilancio delle Aree Interne
Alcune recenti ricerche evidenziano il ruolo cruciale dell’aggregazione imprenditoriale di tipo reticolare per accrescere la capacità innovativa e la competitività sul mercato delle PMI, nonché per la valorizzazione dei territori e per la ripresa di interi settori produttivi messi in crisi dalla pandemia. In particolare, il contratto di rete, grazie alle sue caratteristiche peculiari può costituire un importante fattore di sviluppo per quei territori nei quali si registrano fenomeni di spopolamento e di abbandono delle piccole imprese tradizionali. Infatti il modello organizzativo della rete non annulla ma supera la dimensione territoriale, consentendo a un insieme di micro e piccole imprese, anche geograficamente distanti, di ottenere – tra gli altri – i vantaggi propri di una dimensione maggiore. La promozione di filiere produttive (e il contestuale associazionismo “in rete”), oltre a rimuovere forme di marginalità delle imprese rispetto al mercato e a implementare lo sviluppo e le tecnologie nella produzione, favorisce il ritorno degli imprenditori nelle Aree Interne, rigenerando così il capitale territoriale anche mediante l’aumento delle opportunità occupazionali.
La propensione a collaborare in maniera stabile e solida, tuttavia, coinvolge ancora soltanto una piccolissima parte del frammentato sistema produttivo interno. La diffidenza rispetto alla costruzione di programmi comuni e, più in generale, alla cooperazione imprenditoriale è infatti molto diffusa, specialmente tra le micro e piccole imprese a controllo familiare; resta pertanto una sfida aperta (e da vincere) per i policy makers, i quali sono chiamati a definire politiche pubbliche che rafforzino le misure a sostegno della collaborazione inter-imprenditoriale, anche e soprattutto alla luce delle grandi potenzialità che le reti di imprese possono dispiegare nel perseguire obiettivi funzionali alla realizzazione della duplice transizione, digitale ed ecologica, e nell’intercettare le opportunità offerte dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
Invero, le reti possono supportare le organizzazioni produttive nel processo di trasformazione tecnologica, creando o consolidando le competenze nelle tecnologie abilitanti necessarie a realizzare il paradigma 4.0 (la rete è un formidabile strumento di trasferimento di conoscenze e competenze), nonché stimolando gli investimenti in ricerca e in beni strumentali nuovi funzionali alla transizione digitale dei processi produttivi, grazie soprattutto alla possibilità che il sistema reticolare offre alle PMI di realizzare economie di scala. Al pari, alla luce delle opportunità offerte dal PNRR e dal nuovo strumento degli “accordi di foresta”, il contratto di rete può rappresentare un efficace strumento di promozione e valorizzazione delle potenzialità selvicolturali e delle filiere forestali, di fondamentale importanza per la realizzazione di una transizione ecologica; circa il 70% della superficie totale delle Aree Interne è coperta da foreste.
Reti di imprese, foreste e green jobs
Con specifico riferimento al settore forestale, le reti di imprese possono contribuire sia alla valorizzazione delle tradizionali filiere foresta-legno sia allo sviluppo di filiere legate alla generazione e commercializzazione di utilità ecosistemiche. In particolare, il rafforzamento dei legami tra le imprese della filiera foresta-legno a livello locale è di rilevante importanza per la promozione e la commercializzazione di prodotti di legno certificati, utilizzando la materia prima prodotta in loco. In un sistema globale sempre più attento all’origine e alla certificazione delle materie prime, infatti, cresce l’attenzione verso lo sviluppo di filiere locali che “territorializzino” i propri prodotti attraverso una “provenienza di origine”. La creazione di reti di imprese può favorire una cooperazione strategica che dal bosco risale la filiera produttiva, sviluppando rapporti di collaborazione in grado non solo di generare valore aggiunto sul mercato per i beni prodotti, ma anche di promuovere uno sviluppo socio-economico del territorio basato proprio sulla valorizzazione delle specifiche vocazioni territoriali.
Numerosi sono i contratti di rete stipulati tra imprese forestali (e non solo) localizzate nelle aree interne del paese. Si pensi, per esempio, alla rete “Rete Imprese Forestali e Legnami BOSC.A.T. (BOSChi dell’Alto Tagliamento)”, sottoscritta da quattordici imprese tutte operanti nell’area di intervento SNAI Friuli Venezia Giulia - Alta Carnia, attraverso la quale le organizzazioni produttive intendono promuovere e condividere la loro attività nel settore della green economy, sviluppare il territorio, valorizzare la risorsa legno e la forza lavoro locale. A tal proposito, il ruolo sempre più polivalente che le foreste svolgeranno nella transizione verso un futuro sostenibile e climaticamente neutro avrà un riflesso significativo sul piano occupazionale, creando nuovi posti di lavoro “verdi” e favorendo la nascita di nuove professionalità (esperti in pratiche di gestione forestale più sostenibili, promotori nel settore ecoturistico e in quello della bioenergia, ecc.).

Accordi di foresta e transizione ecologica
Va detto che sul tema si è già mosso il legislatore nazionale. Nuove opportunità per l’espansione delle reti di imprese in ambito forestale sono oggi offerte dal PNRR (si veda la Componente 1 – Economia circolare e agricoltura sostenibile – della Missione 2) e, soprattutto, dal d.l. n. 77/2021, convertito dalla l. n. 108/2021, che, all’art. 35-bis (Misure di semplificazione e di promozione dell’economia circolare nella filiera foresta-legno), promuove la stipulazione di «accordi di foresta (…) quali strumenti per lo sviluppo di reti di imprese nel settore forestale».
Allo scopo di valorizzare le superfici pubbliche e private a vocazione agro-silvo-pastorale, nonché di assicurare la conservazione e l’erogazione dei servizi ecosistemici forniti dai boschi, attraverso tali accordi è possibile promuovere la gestione sostenibile delle proprietà agro-silvo-pastorali, prevedere la realizzazione di interventi volti alla riduzione del rischio idrogeologico e di incendio boschivo; nonché allo sviluppo di filiere forestali e alla valorizzazione ambientale e socio-culturale dei territori, favorire sinergie tra coloro che operano nelle aree interne. Occorre sottolineare che l’accordo di foresta è stato “agganciato” al contratto di rete, come risulta evidente non solo dalla sua collocazione normativa (le norme che disciplinano gli accordi di foresta sono state inserite nel d.l. n. 5/2009, recante “Distretti produttivi e reti di imprese”), ma anche dal disposto del comma 4-quinquies.4, d.l. n. 5/2009, come introdotto nel 2021, che equipara gli accordi di foresta alle reti di imprese agricole. Disposizione, questa, di fondamentale importanza in quanto estende agli accordi in commento la disciplina specifica (melius: agevolativa) che il legislatore ha riservato al contratto di rete stipulato tra imprese del settore primario.
Da leggere congiuntamente alle Green Communities, ovvero quelle comunità rurali e montane che intendono puntare alla valorizzazione dei propri territori attraverso l’utilizzo sostenibile del capitale naturale di cui dispongono (alle quali la Missione 2 del PNRR dedica una specifica linea di investimento), gli accordi di foresta rappresentano strumenti ideali per superare la parcellizzazione fondiaria e favorire una gestione associata e sostenibile del patrimonio forestale, di assoluto rilievo per la rigenerazione delle aree interne e per la realizzazione di una transizione ecologica.
