Nel cuore della Henry County, in Kentucky, c’è New Castle, un paese che all’ultimo censimento contava 884 anime. Si trova a qualche miglio di distanza dalla I-71, l’autostrada che connette Kentucky e Ohio, circondato da fattorie, accomodate sulle pendici di colline gentili. Poco distante dall’incrocio principale ci sono tre edifici rustici in fila: ciascuno con un’insegna appesa a un palo che sporge dalla parete. Sono gli uffici del Berry Center, nato per preservare e sviluppare l’eredità culturale del poeta contadino Wendell Berry. A oltre novant’anni ancora scrive nell’“ufficio” all’interno della sua fattoria, con una grande finestra che guarda sui campi. Quella finestra è diventata il logo del Berry Center: un modo di guardare alla realtà.
Dopo gli anni dell’università e un paio di impieghi accademici, Berry è tornato a casa a Port Royal, dove la sua famiglia ha lavorato la terra per generazioni; ha comprato un fondo e ha passato la vita tra il duro lavoro nei campi e la sua instancabile riflessione sul valore del proprio mestiere e delle storie che la famiglia gli ha donato. La forza di una storia doveva essere il titolo del suo ultimo libro, prima che l’editore gli suggerisse di aggiungere un nome, Marce Catlett, seguendo l’usanza della serie di figure eponime dei suoi altri romanzi della Saga di Port William: Nathan Coulter, Hannah Coulter e Jayber Crow.
Leah Bayens, direttrice del Farm and Forest Institute del Berry Center e Mary Berry, fondatrice e direttrice del Berry Center (da sinistra a destra).
Wendell Berry nasconde senza troppo sforzo la realtà di Henry County nelle sue opere romanzesche: Port Williams è Port Royal, Andy Catlett è lui stesso. “Diventare” Marce Catlett è il suo modo di raccontare finalmente la storia con la quale tutto ebbe inizio.
Nel 1906 suo nonno Marce andò al mercato per vendere un anno di raccolto di tabacco. Nella transazione, che stava alle regole del monopolista James Duke, aveva perso soldi. Tornò a casa abbattuto ma non sconfitto. Da quel giorno lui e la sua membership – come Berry chiama la comunità che cresce attorno alla vita agraria – lavorarono per risolvere il problema: come può un contadino guadagnarsi da vivere decentemente? Si trattava di difendersi contro le forze di un mercato più preoccupato del profitto che del benessere dei lavoratori. Era un’economia di sfruttamento (exploitation) che cercava di distruggere un’economia di cura (nurture), per usare i termini che Berry sviluppò nel suo fondamentale saggio del 1977, The Unsettling of America.
John Berry Senior fondò l’Associazione cooperativa dei coltivatori di tabacco Burley, con la benedizione delle politiche del New Deal. La cooperativa fu un modo di proteggere la terra da eccessi produttivi, i contadini da prezzi ingiusti e, stabilendo un sistema di quote di produzione, diede loro la possibilità di diversificare le colture. Permetteva così anche di preservare la cultura nella quale i Berry erano cresciuti e avevano raggiunto il proprio benessere.
Mary Berry – figlia di Wendell e fondatrice e direttrice del Berry Center – e la dottoressa Leah Bayens, direttrice del Farm and Forest Institute, ci spiegano la missione del centro, i suoi risultati e la loro visione del futuro.
Che cos’è questo posto? Cosa state cercando di fare?
Il Berry Center è stato fondato nel 2011 per continuare l’attività di difesa di piccoli contadini, delle loro comunità e della loro cultura. Nel 2009 ho scritto un documento programmatico e l’ho portato a mio padre. Avevo una lista di preoccupazioni, tra cui la mancanza di istruzione dei contadini. La prima cosa su cui lavorammo fu il programma educativo. Ho capito che io sono una di quelle persone fortunate che hanno ereditato una visione del futuro che potevo accettare o rifiutare. E non ho mai voluto rifiutarla.
Può spiegare meglio questa vostra visione?
L’idea che un giovane possa crescere in un’azienda agricola e desiderare di continuare a lavorare la terra, andare in una banca – è quello che ho fatto io –, farsi finanziare, comprare una fattoria all’interno della sua comunità e poi mettersi a lavorare duro per guadagnarsi da vivere, e aggrapparsi a quella cultura agraria che è riuscita a tenerlo in quel luogo. Questo è parte del nostro sogno. Poi, la prospettiva di lasciare alla generazione futura la terra meglio di come l’abbiamo trovata. Mio padre vide la fine dell’agricoltura alimentata dalla forza degli animali, io ho visto la fine dell’agricoltura comunitaria, fatta di persone che lavorano insieme. Quando coltivavamo tabacco e lo raccoglievamo, stavamo facendo qualcosa che i miei bisnonni avrebbero riconosciuto come familiare. Anche con l’avvento delle macchine, il tabacco è rimasto una coltura che si lavora in gran parte a mano. Mio padre ha scritto in The Unsettling of America che l’orgoglio della gente è nella propria casa. Io sono cresciuta in questa cultura. Questa contea però è cambiata moltissimo negli ultimi quindici anni.
Cosa ha visto cambiare?
I soldi. Venti o trent’anni fa, se avessi detto ai pubblici ufficiali della contea: «Vogliamo portare una distilleria multinazionale in quest’area e porteremo tantissimi turisti nelle vostre strade», avrebbero detto di no, perché davano valore a ciò che era minacciato da una scelta del genere. Adesso dici: «Vogliamo investire 11 milioni di dollari nella vostra contea» e non si preoccupano minimamente. Io sono cresciuta in una cultura che era coerente. Anche le persone che non erano contadini erano coinvolte nel calendario agricolo e tutti lavoravano per garantire che i contadini avessero ciò di cui avevano bisogno. Questo rendeva le differenze tra le persone insignificanti. Quel tipo di sistema economico è stato minacciato e poi è scomparso. E le differenze tra le persone sono diventate “moneta corrente”.
Come si inserisce il Berry Center in questo processo?
Quando ho cominciato, ho imparato da mio padre che il modo di fare un buon lavoro in un luogo specifico è cominciare a fare un inventario. Con che cosa stai lavorando? La risposta a questa domanda ti guida. Se vogliamo fare un lavoro locale dobbiamo partire da un inventario locale, altrimenti cominciamo ad applicare quello che pensiamo dovrebbe succedere. Questo è ciò che è andato storto con il movimento del local food, perché ha cominciato ad applicare alla campagna qualcosa per cui la campagna non era pronta. Non si può passare dalla coltivazione del tabacco ai broccoli “bio”. È quello che la gente chiede nei ristoranti, ma l’anno dopo vuole qualcosa d’altro. Noi ci siamo guardati attorno per scoprire dove la cultura era già prospera, dove le persone che coltivano la terra erano ancora coinvolte con passione nel loro lavoro. Nel nostro caso, non è né il mais né la soia a offrire ancora questa opportunità, ma il bestiame.
Qui per centinaia d’anni è stato coltivato il tabacco. Quando la Duke Tobacco Trust controllava il mercato, i contadini non avevano nessun potere. Si tentò di costituire cooperative nella speranza di ottenere un prezzo più equo per i produttori. Quegli sforzi fallirono, spesso sfociando in violenza. Mio nonno continuò quegli sforzi e li trasformò nell’Associazione cooperativa dei coltivatori di tabacco Burley, che ha funzionato per più di sessant’anni. E i risultati erano bellissimi da vedere.
Perché funzionò?
In parte per la Grande Depressione, per una volta i poteri del tempo capirono che avevano bisogno di contadini. E funzionò, perché mio nonno sfruttò ogni opportunità per beneficiare questo luogo e questa gente. Lui aveva in mente le loro facce.
Il successo del programma risiedeva soprattutto nel suo riconoscimento legislativo?
Sì, non c’è dubbio. Noi adesso usiamo gli stessi principi: dobbiamo cercare di stabilire una parità economica tra costi e prezzi e mantenerla senza lasciare che l’offerta superi la domanda. Ciò che mio nonno aveva è ciò che abbiamo perso: una cultura di persone che sapevano come portare sul mercato un tabacco eccezionale e vivere con i mezzi a loro disposizione. Era una vita buona. Un benessere legato alla realtà. Non c’è modo di affrontare questo tipo di problemi se non partendo da una prospettiva locale. Io non riesco neppure a pensare ai problemi del Kentucky, devo pensare a Henry County. Fino a che non avremo un’economia locale, la terra non avrà voce in capitolo e le persone non avranno potere.
Voi volete preservare e promuovere un’economia e una cultura che faccia buon uso della terra. Perché?
Tutti noi viviamo della terra. Tutto viene dal suolo. Non possiamo continuare a vivere scaricando i nostri costi sull’anno venturo o sulla prossima generazione. I nostri figli dovranno fare i conti con tutto quello che noi abbiamo usato. Quale tipo di vita vogliamo vivere? Cosa facciamo con la vita che è data a ciascuno? La terra è un dono che abbiamo ricevuto, non ci appartiene. Gli esseri umani che vivono una vita senza limiti non diventano animali, diventano mostri. Abbiamo sbagliato modello agroalimentare, adesso dobbiamo cominciare a tornare indietro.
In cosa abbiamo sbagliato?
Abbiamo fatto errori terribili dal primo istante in cui siamo arrivati in questo continente. E qui sto parlando dei bianchi. Ma ci sono anche sempre stati – come papà descrive nel suo saggio – i boomers, che sono stati la forza dominante, e gli stickers, quelli che hanno trovato un luogo e hanno pensato: «Questo è un buon posto, costruiamoci una vita qui». Alcuni di noi hanno nelle ossa questo spirito di “rimanere”. Oggi soffriamo per la mancanza di una visione di ciò che stiamo cercando di raggiungere. Io sono cresciuta con una visione del futuro: uno poteva comprarsi una fattoria (io l’ho fatto!), pagarla, coltivarla. E poi vivere qui, senza pensare che ci sono cose migliori in posti migliori. Io voglio offrire questa stessa possibilità ai miei nipoti e ai loro figli.
Cosa risponde a chi obbietta che il mondo sta andando in un’altra direzione?
E allora? Noi abbiamo la responsabilità di provarci.
Qual è stata la vostra esperienza di questi anni?
Per fare il lavoro necessario e perseverare nei valori della cultura agraria – tutti dovrebbero preoccuparsene – devi semplicemente fare la cosa giusta che hai di fronte a te. In questi anni ho visto contadini che hanno iniziato a cercarsi per darsi consigli e per tenersi compagnia. Si trovavano per parlare della loro storia condivisa, per leggere libri insieme. Se leggi i libri di mio padre e sei un contadino puoi dire: «Questa è la mia storia, ed è raccontata con rispetto». Le persone che vengono a lavorare qui al Centro non diventeranno ricche, eppure si alzano al mattino ogni giorno e cercano di risolvere il problema che hanno davanti.
Quando lei parla di “benessere” non ne parla come si fa di solito…
Quel benessere è falso. E non è di certo condiviso da tutti. Ci sono tante persone che stanno soffrendo, la terra stessa sta soffrendo proprio per quell’idea di benessere. Una frase che usiamo spesso qui è: «Le persone hanno bisogno di farsi una vita, non di ucciderne una». Vogliamo vedere gente che è in grado di mantenersi, ma senza distruggere. In questo paese sembra che abbiamo solo due alternative: industrie o piccole imprese, che non crescono. Noi stiamo cercando di mettere qualcosa nel mezzo. Secondo me abbiamo bisogno di iniziative come questa ogni 60 o 100 miglia. Cos’altro dobbiamo fare? Mio papà mi ha detto una volta che anche qualora tutti decidessero di essere d’accordo con noi e mettere in atto dei cambiamenti, ci vorrebbero comunque un centinaio di anni per vedere risultati concreti. Le cose migliorano nel tempo. Ma sembra che abbiamo perso questa idea e vogliamo una soluzione immediata… o nessuna soluzione.
Cos’è Our Home Place Meat (“la carne di casa nostra”, ndr)?
Un’impresa che lavora con dieci allevatori e affronta problemi incredibili: con i dazi di Trump, il prezzo della carne che non è mai stato così alto (e senza una particolare ragione). E in più, Trump parla anche male degli allevatori (beef-people, li chiama) perché si lamentano. Comunque, lavoriamo con dieci allevamenti per fornire carne allevata bene ai ristoranti dell’area. Senza la pressione dei mercati. Firmiamo con loro un contratto ogni anno per la quantità che stimiamo avranno bisogno e stabiliamo un prezzo base. In termini di vendite, qualità e solidarietà tra gli allevatori, il risultato è straordinario: non avrei scommesso un quarto di dollaro che avremmo aumentato la qualità della carne così velocemente.
A cosa è dovuto?
Alla terra. Alle pratiche di allevamento. Abbiamo assunto un uomo che ha lavorato in questo settore tutta la vita per stare al fianco dei nostri allevatori: loro imparano da lui e sono contenti. È difficile trovare persone che diano valore agli allevatori. È stata una soddisfazione vedere un gruppo di lavoratori della terra che si trovano insieme e si dicono: «questo è ciò che abbiamo in mente di fare, vieni anche tu con noi».
E ci guadagnano?
Assolutamente. Quando abbiamo cominciato, guadagnavano già 400 dollari in più per animale di quanto erano pagati nel mercato tradizionale. Una parte del Centro si dedica alla raccolta di fondi. Durante la pandemia siamo riusciti a mandare carne a West Louisville, un quartiere molto povero della città. Abbiamo fatto fronte ad alluvioni e tornado, e abbiamo distribuito velocemente quello che in questa parte del mondo chiamano “proteine”: a noi piace chiamarla carne. Siamo contenti di essere riusciti a farlo. Se ci prendiamo cura dei nostri contadini e allevatori in tempi buoni, loro per noi ci saranno in tempi di difficoltà. Questa è la vera “politica di sicurezza nazionale”. Ma i politici non fanno mai niente… Adesso a Louisville siamo in rapporto con due Banchi alimentari. Le persone indigenti non hanno bisogno di cibo pessimo. E i produttori devono essere pagati un prezzo giusto per il buon cibo che producono.

Che cosa c’è di bello di ciò che fate?
La cosa bella è l’opportunità stessa di fare questo lavoro. E lavorare con la gente. Io sono contenta di essere qui, che questo stia accadendo a New Castle, il paese che amo. Non vengo da una famiglia benestante, non ho neanche ricevuto una grande istruzione. Sono stata fortunata ad avere i genitori che ho. Questo è un programma che funziona. Per la terra e per la gente, non per l’Economia. Ma funziona anche da un punto di vista economico.
