L’attuale stagione europea è inevitabilmente caratterizzata dalla guerra e da tensioni geopolitiche e commerciali.
Solamente un anno fa, Mario Draghi e Enrico Letta riportavano al centro del dibattito il ripensamento dell’attuale modello di sviluppo capitalistico. Fra qualche giorno i due personaggi saranno presenti al Meeting di Rimini 2025, insieme al ministro delle finanze Giancarlo Giorgetti, al Presidente dell’INPS Gabriele Fava, alla Ragioniera dello Stato Daria Perrotta.
Il modello di sviluppo che ha preso piede negli anni Ottanta, scelto dalla destra e accettato dalla sinistra è diventato il neocapitalismo, o turbocapitalismo, o quello che Luciano Gallino chiamò nel titolo di un suo grande saggio “Il finanzcapitalismo”.
Diamo uno sguardo ai dati Oxfam del 2024. La ricchezza dei miliardari nel mondo è cresciuta di 2mila miliardi di dollari, pari a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno, con un ritmo tre volte superiore all’anno precedente. In pratica, ogni settimana, in media, sono “nati” quattro nuovi miliardari. Al contrario, il numero delle persone che vive sotto la soglia di povertà (6,85 dollari al giorno) è rimasto invece invariato dal 1990: 3,5 miliardi.
I dati delle disuguaglianze disastrose del mondo di oggi dovrebbero essere il segnale inequivocabile del fallimento di questo modello di sviluppo, con una globalizzazione guidata in modo sbagliato e il ruolo decisivo della finanza che detta i tempi di uno “sviluppo” immaginario.
Il sistema finanziario ad esempio dovrebbe svolgere un ruolo attivo nel sostenere la crescita economica e risolvere problemi sociali e ambientali, non solo massimizzare i profitti. Oggi la finanza dovrebbe essere ripensata per diventare uno strumento a supporto dell’economia reale e del lavoro.
È pensabile che gli Stati e le società di ogni tipo possano continuare a tollerare questo tipo di capitalismo?
È possibile che la classe dirigente mondiale non si renda conto che ha creato una “democrazia stanca” e una “società liquida”, fortemente polarizzata su posizioni contrapposte che nulla hanno a che fare con la politica, cioè con l’arte del compromesso e del possibile?
Ma come può garantirlo questo sistema capitalistico che sta rendendo sempre più fragili le società del terzo millennio? Come garantire la loro tenuta e sostenibilità del tempo?
Pensando alla riforma di questo capitalismo, occorre rimetter a tema il ruolo dello Stato come investitore, regolatore e capace di interventi più innovativi nella stessa produzione industriale. In fin dei conti l’Europa ha cominciato a comprenderlo, seppur in modo parziale. La scelta della sostenibilità (pur appesantita da gravi difetti ideologici), il Next generation Eu, dopo la pandemia non sono forse timidi tentativi di riscoprire la necessità di una politica economica, cioè l’intervento pubblico sul mercato?
Certo non aiuta il fatto che il bilancio europeo abbia dimensioni minime rispetto al prodotto lordo comunitario. Sono troppi i politici europei che guardano con prudenza o addirittura con scetticismo la prospettiva di un progressivo aumento del bilancio comunitario a scapito dei bilanci nazionali. Oggi si moltiplicano le sfide che invocano più forza e più solidità dell’Unione Europea in politica estera, accordi internazionali, accordi commerciali in un quadro geopolitico caratterizzato dalla rottura dell’ordine avvenuto più di tre anni fa.
Del resto il rapporto Draghi che sottolinea l’esigenza di ingenti investimenti pubblici in capitale umano e il rapporto Letta che suggerisce la costruzione di una normativa comunitaria non vincolata agli Stati, a favore del libero interscambio tra piccole, medie, grandi imprese, vanno in questa direzione.
In questo scenario c’è un problema che diventa sempre più grave. La riduzione che questo sistema economico sta facendo del welfare universalistico. In Europa, in diversi modi, prevale questa concezione, cioè un modello dove lo Stato deve garantire benessere e protezione sociale, grazie a un forte intervento pubblico, secondo lo schema che due grandi economisti come Beveridge e Keynes realizzarono nel dopoguerra.
Ma da quarant’anni questo sistema viene attaccato guardando sempre più a quello americano dove prevale un modello selettivo, in cui prevalgono le regole del mercato con l’intervento predominante del settore privato, e con lo Stato ridotto a “rete di sicurezza minima” per i più poveri e una minore redistribuzione fiscale.
In Europa sistemi di protezione sociale, pensionistici in particolare, hanno il fondamentale compito di garantire benessere e coesione, ma anche sicurezza e stabilità dello sviluppo e minore disuguaglianza di reddito grazie a un welfare più esteso. Oggi molti in Europa temono che l’aumento per le spese militari, o di deterrenza, avvenga proprio a scapito del welfare.
Per una difesa del welfare universalistico, almeno nel breve periodo, possono essere decisivi i corpi intermedi e realtà non profit, fondamentali anche nel garantire coesione sociale insieme agli enti pubblici. Sono infatti soggetti capaci di generare integrazione, utilizzo di risorse private per il bene comune e soprattutto di sostenere il desiderio di bene e l’ideale senza cui non c’è né lavoro, né sviluppo, né innovazione sociale.
Sarebbe l’inizio di un capitalismo riformato.
*Per gentile concessione de Il Sole 24 Ore
