“Tanti anni fa abbiamo perso la nostra guerra culturale. Negli anni Ottanta, negli Stati Uniti gli economisti di ispirazione neoclassica hanno assunto una posizione egemonica, la scuola di Chicago è cresciuta molto e il Washington Consensus è diventato la prima struttura politica e culturale. E noi ci siamo, quasi, arresi alla trasformazione del pensiero liberale in ideologia liberista e alla sua predominanza in Europa e in Italia. Ma, oggi, molto è cambiato. E vale la pena tornare a misurarsi, con convinzione intellettuale e senza complessi di inferiorità, sul rapporto fra l’essere umano, l’economia e la società. Sapendo che l’imprenditore è al centro delle cose. E che, ad animarlo, non è l’egoismo dei modelli economici mainstream. Ma, a spingerlo, sono la passione e il desiderio”.
Giorgio Vittadini – classe 1956 - è il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà e appartiene alla comunità di economisti che – fra accademia ed editoria, politica e grandi imprese pubbliche – si è formata all’Università Cattolica di Milano. Ha proseguito poi la sua carriera universitaria come statistico all’Università Statale e alla Bicocca di Milano. In Cattolica ha aderito al movimento di Comunione e Liberazione diventandone una delle figure maggiori.
Siamo all’Antica Osteria Cavallini di Via Mauro Macchi, vicino alla Stazione Centrale. Non distante si trova la Via Gluck cantata da Adriano Celentano: “Io abitavo nell’altra via Gluck di Milano. Mio papà Guido era pediatra. Mia mamma Marisa, casalinga, prima del matrimonio lavorava in ospedale come crocerossina. La nostra casa era nel quartiere di Baggio. Tutt’intorno crescevano prati e campi. Eravamo in mezzo alla campagna. L’unica traccia di modernità industriale era la Durbans, quella dei dentifrici. Ci sentivamo grandi, da bambini, quando in bicicletta passavamo davanti alla fabbrica e quando, alla TV, il Carosello dava la pubblicità di Virna Lisi con lo slogan “con quella bocca può dire ciò che vuole””.
In tavola arriva un’insalata di carciofi freschi con il parmigiano reggiano. Io, invece, prendo una tartare di fassona piemontese con acciughe, capperi, senape e insalata russa. La mia tartare è molto buona. Anche la sua insalata deve esserlo, perché lui ne chiede subito un’altra porzione. Vittadini è un intellettuale puro prestato a un confronto meticoloso e serrato fra le posizioni. Sa quanto – a differenza di quello che si ritiene di solito – le idee cambino lo stato delle cose e attivino processi profondi e radicali, che all’inizio sono poco visibili. Non ha nulla di violento, ma è solido. La sua robustezza è mitigata dalla rotondità di corpo e di animo. Dice Vittadini: “A Milano insegnavano Luigi Pasinetti, allievo di Piero Sraffa, l’economista banchiere Siro Lombardini, Ezio Tarantelli, che sarebbe stato ucciso nel 1985 dalle ultime schegge impazzite delle Brigate Rosse per i suoi studi di economia politica del lavoro, il sociologo e pensatore di riferimento della Cisl Guido Baglioni. A Bologna, che era l’altra grande scuola di matrice cattolica, trovavi Beniamino Andreatta e il suo allievo Romano Prodi, che si era laureato a Milano in Cattolica. Era un mondo politicamente democristiano e culturalmente vocato all’economia mista. L’Eni, l’Enel, la Telecom, la Montedison e la galassia Iri ne erano il sottostante industriale e tecnologico. Studiavamo Ricardo, Schumpeter, Marshall, Keynes. Senza, però, manifestare atti di fede verso alcun autore e per nessun metodo. Sotto il profilo culturale, non abbiamo capito la pericolosità di due fenomeni, uno di inizio Ottocento e uno di fine Novecento. Il primo era l’accettazione del pensiero di Auguste Comte che teorizzava le scienze umane neutrali come la fisica e come la chimica. Il secondo era la forza di cieco autoconvincimento dell’economia mainstream ultra-matematizzante in generale, e del liberismo in particolare, a pensarsi e a porsi come una scienza non soltanto esatta, ma data e naturale, appunto come la fisica e come la chimica”.
Come piatto principale, lui sceglie un filetto di branzino gratinato con purè al limone, che spazza via in un solo boccone. Con la stessa dedizione io mangio le tagliatelle con il ragù alla bolognese che – specifica il cameriere – è stato cotto per sette ore. Niente vino. È mezzogiorno. Solo acqua minerale. Continua Vittadini: “Esiste una strana memoria selettiva. Il teorema dell’impossibilità di Kenneth Arrow viene sempre ricordato per la sua prima parte. Nel primo capitolo del suo libro del 1951, il premio Nobel per l’economia spiega che è matematicamente impossibile conciliare benessere individuale e benessere collettivo. Nel secondo capitolo del suo libro, che nessuno cita mai, Arrow sostiene che, facendo cadere una parte dell’utilità individuale con un atto di rinuncia dei singoli, tutto cambia e il benessere collettivo diventa perseguibile. Il gesto di rinuncia dei singoli è appunto un tema antropologico e umano. La scelta dell’individuo muta le condizioni della realtà e rende possibile quello che, con la pura algebra dell’egoismo, non lo è”.
Vittadini, che ha una formazione economica molto quantitativa e una abitudine alla modellizzazione, riflette sul problema della connessione fra elemento umano, economico e sociale: “In molti hanno pensato al nucleo fondativo delle scienze umane e sociali. Trovo legittimo cercare fonti al di fuori del perimetro dei nostri studi. Credo sia convincente la centralità che Don Giussani dava, come motore dell’azione economica, al desiderio. È il desiderio che anima la costruzione dell’impresa e la vita dell’imprenditore. Pensiamo a Enzo Ferrari e a Michele Ferrero. Erano di sicuro più permeati e più spinti dal desiderio che non dall’egoismo. So che molti economisti di professione storceranno il naso a sentire citare un prete, ma esiste un chiaro tema antropologico anche in studiosi di grande livello e di vasto impatto internazionale come Joseph Stiglitz, Elinor Ostrom, Raghuram Rajan”.
Il cameriere porta in tavola per lui una insalata mista e per me un piatto di funghi. Un bicchiere di rosso, con i funghi, ci vorrebbe, ma pazienza. Prosegue Vittadini: “Fin dalla Rerum Novarum, l’enciclica del 1891 di papa Leone XIII, la chiesa cattolica ha stabilito la piena accettazione del lavoro industriale, purché la fabbrica garantisse condizioni dignitose e salari accettabili. Il problema è quanto è successo nel Secondo dopoguerra. Non solo per il conflitto fra capitale e lavoro del pensiero di sinistra. Il modello è stato, per troppo tempo, il Calisto Tanzi di Parmalat. Durante le grandi ristrutturazioni degli anni Settanta e Ottanta ha preso piede, nel mondo cattolico, l’idea che l’imprenditore fosse per definizione un ladro o uno sfruttatore che poteva redimersi con la carità. Appartenere a una famiglia di imprenditori era una cosa di cui vergognarsi. Ricordo bene il disagio che provavo durante il Sessantotto”.
Vittadini appartiene infatti a una famiglia di piccoli imprenditori. Il nonno materno, Mario Laurentini, era un ragazzo umbro poverissimo, emigrato a Milano, così brillante a scuola da diventare, grazie alle borse di studio, ingegnere al Politecnico. Dopo la laurea, partendo da zero, nell’Italia del Boom economico fondò un’impresa specializzata nella progettazione e nella produzione di filtri industriali per grandi impianti, comprata nei primi anni Settanta dalla Gilardini, l’azienda di famiglia di Carlo De Benedetti. Il nonno paterno, Ugo Vittadini, era un imprenditore agricolo originario della Lomellina: “Aveva sia gli animali sia la terra. Fu il primo a possedere un trattore nella provincia di Pavia”.
Vittadini piega e stropiccia, stropiccia e ripiega il tovagliolo. Esiste la crisi interpretativa dell’economia. Ed esiste un problema di sentimento anti industriale in Italia. Riflette Vittadini: “Il lavoro e la fabbrica sono stati indeboliti dall’assistenzialismo, messo in pratica e, cosa quasi peggiore, teorizzato da una parte della Democrazia Cristiana. Gli anni Settanta, con l’ostilità della sinistra e del mondo cattolico alla figura dell’imprenditore, e gli anni Ottanta, con la crisi dell’economia pubblica e con l’abuso della spesa corrente, hanno creato condizioni politiche e culturali perché, negli anni Novanta, si verificassero due fenomeni che, poi, hanno avuto conseguenze di lungo periodo: le privatizzazioni sul panfilo Britannia, che avrebbero dovuto preservare una quota maggiore della vecchia economia di stampo Iri, e la finanziarizzazione della Fiat di Cesare Romiti, con la perdita dei cicli di investimento dell’auto”.
Arriva in tavola della frutta fresca. Quasi a tradimento, senza che nessuno dei due lo chieda, il cameriere porta un vassoio di piccoli cannoli alla crema. E, mentre entrambi beviamo il caffè doppio, mi vengono in mente, a proposito della natura intimamente imprenditoriale degli italiani e della identità profondamente industriale del nostro Paese, le parole di Luigi Einaudi: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno”.
* Intervista di Paolo Bricco, per gentile concessione de Il Sole 24 Ore
