I cambiamenti nel mondo del lavoro che la pandemia del 2020-2022 aveva accelerato, hanno fatto emergere alcuni nodi irrisolti che covavano da tempo. Tra questi, la rigidità dei tempi e dei luoghi di lavoro, l’equilibrio tra vita professionale e privata e soprattutto il bisogno di una nuova ricerca di senso da dare alla propria vita professionale. La ricerca di Randstad e Fondazione per la Sussidiarietà, "Nuovi modelli per il lavoro: cresce la domanda di significato e di sviluppo professionale", analizza questi cambiamenti e le nuove richieste emerse.
Mentre il tasso di occupazione italiano è oggi al 62,3% – un record per il Paese, ma ancora lontano dalla media europea – dalla fine della pandemia le dimissioni volontarie e, più in generale, la mobilità lavorativa continuano a crescere. Ciò è più evidente per i giovani (fino a 34 anni) e per i lavoratori senior (età maggiore di 55 anni) per i quali i contratti a tempo indeterminato cessano entro 3 anni (per i primi al 55% e per i secondi al 48%).
Anche a causa della persistente difficoltà nel trovare personale, molte aziende hanno adeguato le loro ricerche assecondando maggiormente i desiderata dei lavoratori. Il percorso di carriera è indicato nel 30% delle offerte (era il 29% nel 2019), nel 31% compare la retribuzione-benefit (che comprende welfare aziendale, premio di produzione, assicurazione sanitaria, ed era solo il 19% cinque anni fa), nel 22% l’equilibrio vita-lavoro (contro l’11% del 2019).
Il lavoro a distanza ha certamente migliorato le condizioni di vita di tanti, ma ha anche sollevato interrogativi sul significato da dare al proprio lavoro. La ricerca ha messo in luce che l’allentamento del rapporto e del coinvolgimento tra persone, che lo smart working implica, rischia di far perdere il valore di crescita e soddisfazione personale che alla dimensione professionale si attribuisce.
Fenomeni come la Great Resignation (dimissioni volontarie), il Quiet Quitting (riduzione al minimo del proprio impegno) e il Job Hopping (cambi frequenti di lavoro) portano alla luce dinamiche ben più complesse nel rapporto che le persone desiderano instaurare con la loro occupazione.
Guardando ai mutamenti provocati dalla nuova rivoluzione tecnologica, da una globalizzazione non governata, da una distribuzione della ricchezza più iniqua rispetto al passato che ha portato alla necessità di maggiore guadagno, si può affermare che non esiste più il “lavoro di una vita” ma una “vita di lavori”.
Un lavoro dignitoso rimane il fattore fondamentale dello sviluppo personale e sociale, oltre che economico. Partecipare al processo produttivo è una responsabilità individuale che richiede ora consapevolezza e comprensione del proprio ruolo maggiori rispetto al passato. Questo è il cuore di una società “sussidiaria”, in cui tutte le energie sono messe a sistema, a partire da quelle individuali.
Continuare ad indagare come sta cambiando il mondo del lavoro, anche dal punto di vista della percezione dei lavoratori è parte della grande sfida di questa epoca che consiste nel rimettere la persona al centro dell’economia.
Questo comporta da parte dei lavoratori anche nuove competenze e approcci alla conoscenza che si diversificano inevitabilmente dal passato. E questo vale in un’impresa per l’operaio, per l’impiegato, per il tecnico ed anche per il manager. La domanda di competenze cambia rapidamente e molte aziende cercano figure con skill trasversali, come capacità relazionali e problem-solving, ormai richieste in quasi tutti i settori: tra il 34 e il 50% per le professioni di alto e medio livello, e fino al 58% per le professioni non qualificate.
Le caratteristiche della personalità che riguardano la sfera emotiva e psico-sociale, o character skill, sono sempre più cruciali in una società complessa e in rapida trasformazione come la nostra, in cui è decisivo “imparare a imparare” lungo tutta la durata della vita lavorativa.
*Per gentile concessione del Corriere della Sera
