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Giorgio Vittadini su Il Sole 24 Ore

Autonomia? Per il bene comune
non per il vantaggio di una parte

Il pronunciamento della Consulta sull'autonomia differenziata chiama in causa la (vera) sussidiarietà. Che implica un rapporto collaborativo tra i diversi livelli di governo, per rispondere al meglio ai bisogni dei cittadini

Quale Paese vuole diventare l’Italia, di fronte alle esigenze di cambiamento, globali e interne, che determinano questo periodo storico? Cercherà di salvare l’ispirazione solidale, costruttiva, egualitaria che si era data alla nascita della Repubblica?

Questa domanda emerge implicitamente dall’ultima sentenza della Corte Costituzionale sull’Autonomia differenziata (legge 86/2024). Da una parte, la Costituzione ammette “forme e condizioni particolari di autonomia”, e per questo la Corte non avrebbe potuto sollevare problemi sull’impianto generale della legge. Dall’altra però - e a tal proposito la Consulta sottolinea sette rilievi contro di essa -, l’autonomia non può essere attuata a discapito di altri principi, quali quello dell’unità, dell’equità, della solidarietà, della sussidiarietà.

Rispetto a quest’ultimo, i giudici costituzionali hanno chiarito, in modo inequivocabile, che cosa esso significhi. Distribuire il potere tra Stato e regioni non è di per sé sussidiarietà, se non ha come obiettivo il “bene comune della società e dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione”.

Anzi, proprio questo è il vero significato del principio di sussidiarietà, che contiene la logica della miglior soluzione possibile, nella distribuzione delle competenze, per affermare il bene di tutti, non solo quello di una parte. Perché ciò accada serve un rapporto equilibrato, collaborativo, coordinato tra i diversi livelli di governo. La Corte pare bandire – il condizionale è d’obbligo in attesa delle motivazioni – ogni approccio competitivo, divisivo e di contrapposizione. Per questo chiama in causa la sussidiarietà.

Ci sono certo “specifiche funzioni legislative e amministrative” (attenzione: la Corte non dice “materie”) che possono essere utilmente trasferite a livello locale. Ma non può essere persa la logica unitaria, a maggior ragione considerando le sfide globali che ci attendono.

La Consulta, nel suo comunicato, specifica che nel rispetto del principio di sussidiarietà, l’autonomia “deve essere funzionale a migliorare l’efficienza degli apparati pubblici, ad assicurare una maggiore responsabilità politica e a meglio rispondere alle attese e ai bisogni dei cittadini”.

Nella direzione di una maggiore sensibilità verso il bene comune vanno anche gli altri punti critici sollevati dalla Corte, in particolare il richiamo all’intervento del Parlamento nell’emendare la legge e nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (LEP), che non può essere una semplice decisione governativa.

Così come la distribuzione delle funzioni tra i diversi livelli di governo (sussidiarietà verticale), anche il passaggio di competenze tra pubblico e privato, o privato sociale (sussidiarietà orizzontale), può garantire le migliori risposte per i cittadini, se avviene in base a un progetto unitario di bene comune per il Paese. Per tale motivo la cultura sussidiaria implica un salto di qualità della funzione pubblica, non un suo arretramento, lasciando a logiche competitive la soluzione dei problemi.

È indubbio che le realtà del privato sociale possono vantare un know-how e un’esperienza consolidata nell’affrontare i bisogni sociali. E che agiscono spesso da collante tra i diversi attori delle comunità, costituendo un fattore determinante di coesione sociale e quindi di sviluppo.

Ma questo suggerisce, più che la frammentazione delle competenze, un rapporto di collaborazione tra pubblico e privato sociale più sistematico (in questa direzione vanno gli istituti della co-programmazione e co-progettazione tra enti pubblici e non profit), in cui venga messo a sistema il contributo di tutti i soggetti coinvolti, a partire da quelli più prossimi alla persona in difficoltà, in un contesto in cui lo Stato programmi, distribuisca le risorse e valuti gli obiettivi.

Non servono ulteriori divisioni e contrapposizioni. Le diseguaglianze crescenti sono già un macigno rispetto a ogni disegno riformatore. Per dare un nuovo impulso allo sviluppo e alla coesione del Paese occorre uno sguardo d’insieme, una visione di lungo periodo.

*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

Per gentile concessione de Il Sole 24 Ore