Quadrimestrale di cultura civile

Russia: la fede in libertà vigilata

di Andrej Desnickij / Scrittore e biblista russo

Descrivere lo status delle libertà civili nei Paesi autoritari è abbastanza difficile, soprattutto quando se ne parla a persone che non hanno esperienza di vita in Stati di questo genere. Generalmente, infatti, gli interlocutori immaginano un quadro a tinte ben definite: o una democrazia liberale che assicura ampi diritti a tutti i cittadini, oppure una sorta di Reich hitleriano, dove basta una parola incauta per finire in un lager.
I regimi autoritari, tra cui la Russia del “post-Crimea” o la Russia del terzo mandato del presidente Putin, sono strutturati in maniera ben più complessa. Il grado di libertà può variare da una libertà quasi completa a una quasi nulla a seconda delle circostanze, e talvolta anche della fortuna. Inoltre, le dichiarazioni ufficiali di spirito abbastanza liberale possono discostarsi in maniera significativa dalla pratica, e la vita può essere regolata non tanto dal diritto, quanto dalle abitudini.

Posizioni privilegiate
Sotto il profilo giuridico formale, in Russia è in vigore la Costituzione liberale del 1993 che garantisce a ciascuno piena libertà religiosa. Nel 1997 è stata approvata la legge, tuttora in vigore, che regola questo principio nel dettaglio. In essa si parla del particolare ruolo svolto dal cristianesimo ortodosso nella storia del Paese, e si riconosce inoltre un particolare status ad altre tre religioni tradizionali professate da minoranze nazionali: islam, buddismo, ebraismo.
Un nota bene: quasi tutti i musulmani russi sono sunniti. Per contro, in Russia esistono numerosi protestanti e, sebbene in numero inferiore, molti cattolici, ma la legge non dichiara “tradizionale” il cristianesimo come tale, bensì soltanto l’ortodossia. Nella sostanza, questo significa assicurare una posizione privilegiata a un’organizzazione religiosa, la Chiesa ortodossa russa, mentre tutte le altre confessioni cristiane (tra cui anche quelle che si definiscono ortodosse ma non sono subordinate al patriarca) non vengono riconosciute come tradizionali.
Questa distinzione inizialmente poteva sembrare rispecchiare un dato di fatto, e cioè fissare le tradizioni religiose che hanno svolto un ruolo-chiave nella storia dei popoli della Russia; tuttavia su di essa vengono modellati sempre più numerosi atti normativi di livello inferiore. Ad esempio, a scuola si insegnano gli elementi fondamentali della religione o dell’etica laica, e i genitori possono scegliere solo fra quattro corsi di carattere religioso, tutti relativi alle religioni tradizionali. È chiaro che islam e buddismo, fuori dalle aree dove sono diffusi, praticamente non vengono insegnati, e gli ebrei sono abbastanza scarsi ovunque, così che di fatto gli studenti russi si trovano a scegliere fra etica laica e ortodossia.
Inoltre le leggi vengono continuamente riviste. I principi basilari non sono messi in discussione, ma cambia la normativa pratica. Ad esempio, dal 2015 i gruppi religiosi sono tenuti a informare le autorità dell’inizio della propria attività, e così pure a rendicontare i finanziamenti che ricevono dall’estero, mentre il ministero della Giustizia ha ottenuto il diritto di controllare l’attività di tali organizzazioni. Sotto questa normativa rientra qualunque gruppo di credenti che abbia ricevuto anche una sola volta delle offerte dall’estero.
Cosa questo significherà, per il momento non è chiaro. Bisogna dire che questa è la caratteristica delle innovazioni legislative esistenti in Russia negli ultimi anni: lo Stato prescrive ai cittadini di rendere conto per un numero crescente di azioni e si riserva sempre più diritti di controllarli. Nella pratica, controllare ciascuno su ogni punto è impossibile, ma nei casi in cui il cittadino si è reso per qualche motivo sgradito alla Stato esiste facilmente la possibilità di metterlo alle strette.
Ciò che avviene nella pratica dipende molto dalle autorità locali, che di regola non hanno un atteggiamento molto benevolo nei confronti delle confessioni non tradizionali. Non è raro udire racconti di come le comunità “non tradizionali” stentino a ottenere dalle autorità locali la registrazione, il permesso di costruire edifici di culto e così via, naturalmente, con qualche pretesto formale che non ha direttamente rapporto con le questioni religiose. Recentemente nella città di Šachty, in provincia di Rostov, due predicatori dei Testimoni di Geova sono stati multati ciascuno per 10.000 rubli (140 euro). La polizia ha equiparato la loro predicazione per strada a un raduno non autorizzato, ma non si tratta che di un caso particolare di una pratica generalizzata. Le autorità cercano di stroncare qualunque tipo di espressione pubblica che non abbia ricevuto un’autorizzazione, mentre solitamente non ingeriscono nella vita privata dei cittadini.
Un altro esempio: il 29 novembre 2015 nella città di Podol’sk nei pressi di Mosca alcuni attivisti ortodossi hanno interrotto con la forza una festa organizzata da un gruppo di Hare Krishna nel parco cittadino e concordata con le autorità municipali. La polizia questa volta non è intervenuta, perché si trattava di fedeli “tradizionali” che combattevano contro credenti “non tradizionali”. Da un lato, siamo davanti a un’iniziativa privata, dall’altro le autorità hanno appoggiato con piena consapevolezza nello scontro una delle due parti.
In alcune regioni su questa pratica viene riformulata anche una base legislativa. Nella regione di Stavropol’ alla fine del 2015 è stata approvata una legge sull’attività missionaria volta a “tutelare i cittadini dall’influsso negativo di visioni e convinzioni a essi estranee, che possano contenere anche elementi di estremismo”. Nel territorio della regione i missionari saranno d’ora in poi obbligati a registrarsi e a informare le autorità del proprio operato, e questa non è l’unica regione del Paese in cui sia stata approvata una legge del genere.
Particolarmente aspra appare la lotta contro l’estremismo nelle religioni con una popolazione tradizionalmente musulmana. Nella Repubblica del Tatarstan è stato condannato a 7 giorni di arresto uno specialista di islam che aveva pubblicato in rete una raffigurazione della bandiera dello Stato islamico; in realtà, il tribunale di istanza superiore ha poi commutato l’arresto in una multa di 1500 rubli (20 euro). Nonostante tutto, il Tatarstan è una regione relativamente pacifica rispetto alle repubbliche del Caucaso settentrionale, dove si può assistere a misure ben più dure.
Molto emblematica una storia accaduta nel 2015: il tribunale dell’isola di Sachalin (Estremo Oriente) ha dichiarato estremista un libro islamico con citazioni del Corano, è così anche le citazioni sono entrate nella lista dei testi vietati. Questo ha indignato il presidente della Cecenia Ramzan Kadyrov, che ha contestato la decisione facendo ricorso al tribunale di istanza superiore e vincendo la causa (le autorità russe non sono abituate a negare qualcosa a Kadyrov, garante della stabilità in Cecenia).
Dopo questa vicenda, per iniziativa del presidente Putin il Parlamento russo ha approvato una legge che vieta di controllare l’esistenza di elementi estremisti nel libro sacro di ciascuna “religione tradizionale”: la Bibbia, il Corano, il Tanakh (Bibbia ebraica) e il Kangyur (Canone tibetano), senza spiegare però in che cosa la Bibbia cristiana si differenzi dal Tanakh.

Libertà a tempo determinato
Esiste, dunque, in Russia la libertà religiosa per chi professa religioni “non tradizionali”? Nel complesso esiste, ma fino al momento in cui il potere non fiuterà in esse un potenziale pericolo per sé, o finché i credenti delle “confessioni tradizionali” non saranno troppo determinati a mettere i bastoni tra le ruote agli altri fedeli.
Nella questione della libertà religiosa c’è anche un altro aspetto che non è immediato. La Chiesa ortodossa russa sul territorio della Russia non incontra nessuna opposizione e praticamente non deve rendere conto di nulla allo Stato: dichiara di non ricevere alcun finanziamento dall’estero e per questo in base alla nuova legislazione non è tenuta a rendere conto delle proprie finanze. Nello spazio pubblico la voce dell’ortodossia risuona continuamente. Ma questo significa che gli ortodossi sono realmente liberi di dire ciò che vogliono? Lo sono nella misura in cui le loro posizioni non si discostano troppo da quelle del Cremlino.
Tutto ha un prezzo, e la protezione dei vertici va pagata con la lealtà. I discorsi della gerarchia su temi socialmente rilevanti negli ultimi tempi ricordano sempre più frequentemente i discorsi dei propagandisti del Cremlino, e ormai diventa difficile capire fin dove questa posizione sia forzata e dove invece sia volontaria. Alla fine del 2015 le strutture ecclesiastiche ortodosse hanno licenziato due personalità molto in vista in Russia: il direttore della “Rivista del Patriarcato di Mosca”, Sergej ?apnin, e padre Vsevolod ?aplin, responsabile delle relazioni del Patriarcato con la società. Due persone con cognomi molto simili ma con visioni molto diverse: il primo è noto per la sua posizione sociale di stampo liberale, il secondo per una visione patriottico-fondamentalista più radicale di quella tenuta dal Cremlino (in particolare, ha definito l’operazione militare russa in Siria una “guerra santa”). Si può dedurre che la possibilità di esprimere apertamente una posizione indipendente, continuando a collaborare con le strutture ecclesiastiche, non esiste in Russia per gli uomini di destra come per quelli di sinistra. È una questione connessa alla libertà di religione o alla libertà di parola? In ogni caso, risulta evidente che la Chiesa prevalente non può permettersi più libertà di quanta possa permettersene la società a cui essa appartiene.
(traduzione di Giovanna Parravicini)

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