Ho trascorso alcuni mesi del nuovo millennio come Nunzio Apostolico in Messico, prima di essere chiamato a Roma come Sostituto della Segreteria di Stato.
Sedici anni dopo, mi preparo insieme alla Chiesa Universale a vedere canonizzato il beato José Sanchez del Río, figlio dell’amata nazione messicana recentemente visitata dal Santo Padre Francesco, un ragazzo martirizzato all’età di quindici anni perché nel Paese era scoppiata una violenta persecuzione che aveva di mira la distruzione di quel diritto fondamentale che è la libertà religiosa. I sacerdoti si videro costretti alla clandestinità, a partire dal 31 luglio 1926, quando il ministero sacerdotale venne proibito e l’esercizio del culto sottomesso a uno stretto controllo dello Stato. José chiese lui stesso di essere martire mentre pregava sulla tomba del giovane avvocato Anacleto González Flores, ucciso in odio alla fede e anche lui ora beato. Chi ha visto il film Cristiada ha potuto incontrare la testimonianza di quel giovane devoto a Cristo Re e alla Santa Vergine di Guadalupe, che visse nel Michoacán.
Il senso di una appartenenza
Inizio così la mia riflessione perché a volte queste vicende, per quanto siano distanti da noi meno di un secolo, ci sembrano dei quadri d’epoca, da ammirare certo, ma che non ci coinvolgono. Ho invece ancora nel cuore l’incontro e gli occhi di un giovane ragazzo dell’età del beato Sanchez del Rio a Baghdad, nel maggio dello scorso anno. Avevo appena concluso la visita e il pranzo con un gruppo di rifugiati presso la cattedrale latina della città, e mi ha preso in disparte Youssef (lo chiamerò così), raccontandomi la sua vicenda: il padre aveva abbandonato la madre, lei si era vista costretta a sposarsi con un musulmano, e Youssef, nato, battezzato e cresciuto come cristiano, non avendo ancora diciotto anni, era poi risultato registrato all’anagrafe come fedele musulmano, pur non essendolo. Normalmente qualsiasi errore burocratico, se ammesso, può trovare la giusta soluzione, ma non per Youssef, perché nell’Iraq moderno, “liberato e consegnato alla democrazia” dall’Occidente dopo le due guerre del Golfo, per un giovane o per un adulto non è prevista la possibilità di un cambio di religione. Nella confusione che regnava e regna ancora sovrana, dalle nostre parti avremmo probabilmente suggerito al giovane che l’importante è vivere personalmente la propria fede, e non importa quello che è scritto nei documenti. Anzi, il non essere cristiano rende meno problematico l’accesso alla carriera lavorativa, anche in uffici pubblici.
Per Youssef però non era questione di un’etichetta e di una denominazione, ma era il senso di un’appartenenza: io sono cristiano, io sono di Gesù, e lotto perché questa identità mi venga riconosciuta, e chiedo aiuto per poterlo fare. È passato molto tempo, ma la lotta per l’affermazione della libertà religiosa è ben lungi dall’essere vinta.
Sono proprio i martiri della libertà religiosa, di ieri e di oggi, a invitarci a vivere queste sfide non con spirito di rivalsa o quasi fossimo parte di un ente di propaganda politica, ma con l’atteggiamento dei credenti. Chi ha visto e vede messo in discussione questo diritto fondamentale della persona umana, ci testimonia un’adesione al Signore profonda e incarnata, sprigiona e libera dall’intimo del suo cuore una capacità di “dare del tu a Dio” che fa bene alla nostra fede in Occidente, a volte sin troppo assopita.
Giova ricordare che anche per la Chiesa cattolica l’affermazione della libertà religiosa ha richiesto un cammino per una progressiva consapevolezza, che ha attraversato alterne vicende. Ripensiamo alle parole della preghiera che san Giovanni Paolo II pronunciò nella Giornata del Perdono del Giubileo del 2000, il 12 marzo: “Signore, Dio di tutti gli uomini, in certe epoche della storia i cristiani hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza e non hanno seguito il grande comandamento dell’amore, deturpando così il volto della Chiesa, tua Sposa. Abbi misericordia dei tuoi figli peccatori e accogli il nostro proposito di cercare e promuovere la verità nella dolcezza della carità, ben sapendo che la verità non si impone che in virtù della stessa verità”.
L’ultima parte di questa preghiera trova la sua origine nel primo paragrafo della Dichiarazione Conciliare Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa. Questa intuizione ci fa bene: ricordare la Verità del Vangelo di Gesù Cristo, ma ricordare che la Sua forza non è data da noi, ma da Lui che è il Signore della storia, e quanto più lasciamo che il nostro cuore e il nostro agire si conformino a Lui, tanto più riveleremo di essere sale della terra e luce del mondo.
Se nel passato anche noi abbiamo pensato, secondo la comprensibile e diffusa logica del tempo, che il Vangelo si preservasse perché il sistema sociale lo imponeva come dato unico, e per difendere il sistema più che il Vangelo taluni sono caduti in atteggiamenti poco evangelici, ecco che la nostra disposizione attuale verso altri fratelli in umanità deve essere non tanto quello di condannarne il sistema, ma di un perenne invito a rimettersi ogni giorno in cammino.
Solo l’uomo che rimane pellegrino verso l’Assoluto di Dio nella storia può arrivare ad affermare, come ha fatto la già citata Dignitatis Humanae: “La persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità a essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società” (n.2).
Una battaglia per l’umanità
Il cammino di consapevolezza che ha portato la Chiesa durante il Concilio Vaticano II a fare questa affermazione è poi proseguito nei decenni successivi e fino a noi, tanto che sono numerosi gli interventi sul tema della libertà religiosa da parte dei rappresentanti pontifici che sono Osservatori della Santa Sede presso diverse istituzioni internazionali, in particolare alle Nazioni Unite a New York e Ginevra, all’Unione Europea e al Parlamento Europeo a Strasburgo e Bruxelles. Interventi che non mirano soltanto a difendere i tanti cristiani fatti oggetto di persecuzione o vessazione, ma cercano di promuovere l’affermazione di questo diritto per tutti. È un punto qualificante di una “battaglia di umanità” e per l’umanità, che ha la sua radice nel Vangelo di Gesù Cristo: come i cristiani in Medio Oriente desiderano rimanervi come cittadini a pieno titolo per portare il loro contributo proprio alla costruzione del bene comune delle società in cui sono inseriti da secoli, così nel mondo chiedono che venga riconosciuto il diritto alla libertà religiosa a tutela della dignità della persona umana.
In Occidente, pensiamo cosa significa questo se applicato al rispetto dell’obiezione di coscienza di fronte ad alcune pratiche biomediche che vanno contro le proprie convinzioni più profonde. Alludono a questa molteplicità di contesti di applicazione del principio queste parole di Papa Francesco, pronunciate a Philadelphia nel corso del Viaggio Apostolico negli Stati Uniti: “In un mondo dove le diverse forme di tirannia moderna cercano di sopprimere la libertà religiosa, o cercano di ridurla a una sotto-cultura senza diritto di espressione nella sfera pubblica, o ancora cercano di utilizzare la religione come pretesto per l’odio e la brutalità, è doveroso che i seguaci delle diverse religioni uniscano le loro voce per invocare la pace, la tolleranza, il rispetto della dignità e dei diritti degli altri”.
Per tutto ciò, in Oriente come in Occidente, abbiamo ancora e sempre più bisogno di testimoni credibili di questo cammino. Mi piace ricordare, a conclusione di questa riflessione, la figura di don Andrea Santoro, prete della diocesi di Roma ucciso in Turchia dieci anni fa, profondamente radicato in Cristo – tanto da versare il sangue con il Suo nome sulle labbra – e insieme convinto fautore dell’incontro, del dialogo e del rispetto, in un contesto di libertà religiosa in cui è stato capace fino in fondo di amare la Turchia e il popolo turco.
Scriveva nel 2002: “C’è bisogno di chi crede profondamente nel dialogo, nell’unità e nella comunione e se ne assuma, corpo e anima, il peso e la fatica. C’è bisogno di cercare vie per parlarsi, conoscersi, capirsi. La tentazione di stancarsi, di isolarsi, di rinchiudersi nel proprio mondo è forte. C’è bisogno che in Europa gente sia disposta a capire questo mondo così diverso dal nostro, questi vasti e vari popoli che compongono il Medio Oriente, questa realtà musulmana, ebrea e cristiana che qui vivono gomito a gomito ma che sempre più si ritrovano accanto anche nelle nostre nazioni europee. Bisogna essere disposti ad amare, a pregare, a entrare nel cuore sofferente di Dio che geme per i suoi figli divisi. Infine c’è bisogno, per noi cristiani, di guardare a Cristo e seguire Lui. Gesù ce l’aveva detto: Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca”. Tutto passa: solo la santità attraversa i secoli e rischiara il mondo. Solo l’amore rimane. Si tratta in definitiva di cominciare a ridiventare semplicemente cristiani.