Quadrimestrale di cultura civile

Europa e libertà religiosa: un processo involutivo

di Carlo Cardia / Ordinario di Diritto ecclesiastico, Università di Roma Tre

L’eredità delle guerre di religione in Europa. La logica amico-nemico
In una breve riflessione retrospettiva, dobbiamo tener conto che la spinta alla libertà religiosa in Europa è relativamente recente, e matura nel passaggio alla modernità del XV-XVI secolo, dopo che il cristianesimo nei secoli precedenti ha reso l’uomo adulto, l’ha indotto a elaborare una cultura comune e una cornice istituzionale valida per i popoli e le culture d’Europa; ma l’unificazione realizzata dal cristianesimo si costituì all’interno di un monismo religioso e giuridico che considerava l’eretico come un “diverso”, da espungere dalla società, se necessario “reprimere” anche con la violenza. La divisione provocata da Lutero riflette il movimento sotterraneo delle correnti cristiane del secolo XVI ed esprime un’inquietudine che alimenta la polifonia delle nazioni. Lo stesso Lutero diviene il cantore degli Stati nazionali, fondatore ignaro dell’Europa plurale, mentre la divisione cristiana dà origine al pluralismo occidentale, provoca le prime richieste di libertà religiosa. Questa libertà, però, è codificata solo al termine di lunghe guerre di religione che insanguinano l’Europa tra il XVI e il XVII secolo, quasi a conferma di un male oscuro che alimenta la modernità: alla libertà religiosa si giunge dopo aver patito fino in fondo l’intolleranza, dopo aver vissuto, ciascuna Chiesa, la persecuzione a opera delle altre, sperimentato quell’odium theologicum che fa della religione un elemento di divisione anziché di unione. Sembra quasi che la libertà religiosa debba passare per l’inferno della repressione prima di prevalere: si conficca nell’animo europeo una logica amico-nemico che si sedimenta, lambisce la modernità, per certi versi emana ancora oggi i suoi veleni.
Per i conflitti religiosi che sconvolgono l’Europa, tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, qualche autocritica da fare, e noi troviamo le radici dell’intolleranza in tanti diversi fattori. Nella (antica) volontà dello Stato di garantirsi l’uniformità, la compattezza religiosa della comunità politica come necessarie alla sua prosperità. E in quel dogmatismo ecclesiastico che trova nello Stato un prezioso alleato, si consolida nelle Chiese e frena la loro evoluzione. Di fatto, le guerre religiose sono condotte dallo Stato, sponsorizzate dalle Chiese nazionali, contro eretici e dissenzienti d’ogni tipo, si attenuano solo quando una Chiesa vince sulle altre. Cattolici contro luterani, e viceversa, protestanti e cattolici uniti contro gli anabattisti che incendiano la Germania con la rivolta dei contadini, la diffusione dei calvinisti che alimenta le divisioni tra i protestanti, la scelta dei sovrani di farla finita con gli eretici di casa propria per ritrovare la pace religiosa e politica: questi gli ingredienti di una conflagrazione che risparmia pochi Paesi europei. L’Inghilterra sopravanza tutti per originalità, dà vita all’unico caso di vero cesaropapismo in Europa con l’atto di supremazia del 1543, mischia guerre dinastiche e religiose per un secolo, giustizia Thomas Moore, John Fisher, l’abate di Glastonbury, la cui testa mozzata è issata sulla porta dell’abbazia; inaugura una sorta di razzismo religioso nei confronti dei cattolici (papisti) fino a far giurare i funzionari pubblici di non credere alla transustanziazione. La cupa e intollerante Ginevra di Calvino manda al rogo Michele Serveto nel 1533, mentre la Francia annienta gli ugonotti con la strage di San Bartolomeo del 1572, e la Spagna scatena l’Inquisizione contro moriscos e conversos fino a fare della limpieza de sangre la condizione per garantire cittadinanza e sopravvivenza.
Forse la responsabilità maggiore delle Chiese è stata quella di non aver compreso che la motivazione più autentica della richiesta di libertà religiosa è nei principi e valori immessi dal cristianesimo nella società. Infatti, le rivoluzioni democratiche moderne si nutrono di quel giusnaturalismo di matrice cristiana che i filosofi del Sei-Settecento rileggono e interpretano in chiave politica. Il diritto di libertà religiosa ha radici nella sconfitta dello Stato e delle Chiese, incapaci di accettare il pluralismo, matura con una riflessione che smonta pezzo a pezzo le ragioni dell’intolleranza, le incrostazioni di uno Stato confessionale millenario, abbatte il potere temporale residuo. L’attuazione della tolleranza è lenta, inizia con un balbettio, risente di condizionamenti d’ogni genere. A leggerli con i nostri occhi, la pace di Augusta del 1555 e il Trattato di Westfalia del 1648, segnano uno spartiacque storico, ma si nutrono ancora del passato, determinano la grande spartizione confessionale d’Europa. Essi sanciscono il principio del cuius regio eius et religio (il suddito segue la religione del sovrano) per ribadire che l’unità politica si fonda sulla compattezza religiosa dello Stato. Però, il Trattato del 1648 apre le porte a una tolleranza che allenta la tensione, abitua le persone a convivere con l’eretico senza danni, fa capire che siamo tutti eretici gli uni verso gli altri, favorisce la coesistenza delle grandi aggregazioni politiche d’Europa. La freccia è lanciata, in un susseguirsi di atti, concessioni, tacite intese, la tolleranza si afferma un po’ dovunque e permette che la cultura laica cresca e cambi dall’interno leggi e coscienza dell’uomo europeo.
L’intolleranza religiosa lascia comunque all’Europa un’eredità pesante che va oltre il fatto religioso, e dalla quale non riusciamo ancora oggi a liberarci del tutto: l’eredità tremenda della logica amico-nemico che presuppone e alimenta una pregiudiziale ostilità per l’altro, rifugge dal dialogo, respinge chi pensa diversamente. Questa logica si radica nell’epoca dei conflitti religiosi ma trasmigra nelle fasi storiche successive, anche in quelle che vogliono rivoluzionare il mondo, cambiare tutto, quasi ricominciare daccapo.

La modernità. I due separatismi, ostile e favorevole alla religione
Solo una vera rivoluzione può segnare il passaggio dalla tolleranza alla libertà religiosa e la rivoluzione assume il carattere liberal-separatista di fine Settecento sulle opposte sponde dell’Atlantico, Stati Uniti e Francia. È necessario, come in ogni rivoluzione, abbattere il vecchio ordine ed edificarne uno nuovo, su basi e presupposti teorici a loro modo semplici. Lo Stato è un ente astratto, autocefalo, ha in sé le ragioni del proprio ordinamento: la religione, e professione di fede, gli sono estranee perché riguardano le scelte che fanno i cittadini, i quali sono solo cives, mentre la qualità di fideles non incide più nella vita pubblica. Nasce lo Stato laico moderno che garantisce la libertà religiosa individuale e collettiva, considera eguali tutte le confessioni. Questi principi sono comuni alle forme di separatismo che si affermano nei due continenti, sono alla base del diritto di libertà religiosa, ma questa libertà si afferma in mezzo a sofferenze, lacerazioni, conflitti, come un fiume carsico emerge, sparisce, soprattutto resta vittima dell’antitesi amico-nemico che cattura l’anima europea e fornisce nuovo spazio a violenze, persecuzioni, facendosi travolgere dall’inferno totalitario nel “secolo di Caino”.
I due separatismi, americano e francese, sono intimamente diversi, sul piano teorico e storico-pratico. La cultura anglosassone, di matrice protestante-americana, produce una mentalità benevola verso la religione, un atteggiamento delle Chiese positivo verso lo Stato. Personalità e comunità religiose sono tra i fondatori delle colonie nel nuovo Continente, partecipano alla Guerra d’indipendenza degli Stati Uniti, la cui dichiarazione afferma: “È verità di per sé evidente che tutti gli uomini sono stati creati uguali e che il Creatore li ha dotati di alcuni diritti inviolabili fra i quali la vita, la libertà, il perseguimento della felicità”. Religioni e Chiese divengono amiche dello Stato, lo sostengono, gli danno un’anima, vivono in un contesto nel quale il pluralismo è strumento di coesione, anziché di disgregazione.
La cultura illuminista, al contrario, nasce in Paesi cattolici, fa del cattolicesimo un avversario da contenere, frenare, quasi da abbattere. Questa opposizione alimenta una critica distruttiva verso tutto quanto la storia ha prodotto, indica la religione come espressione di tutto ciò che è irrazionale e antimoderno. Nella cultura anglosassone nulla si distrugge, tutto si trasforma, l’illuminismo coltiva il principio opposto. Voltaire condanna la storia tutta intera, perché “presso tutte le nazioni è sfigurata dalla favola fino al momento in cui la filosofia viene a illuminare gli uominii”. Nasce nei Paesi latini un concetto di laicità distante e ostile verso la religione, che si radica nella cultura liberale sino ai giorni nostri. L’esperienza americana si svolge in un mondo nuovo, che ha un futuro da costruire, dove nessuna Chiesa ha posizioni predefinite, e dà a ciascuno le medesime chance.
In Europa si agisce su un mondo vecchio di secoli, stratificato, fondato su una religione che non si ama. Nell’ottica americana il passato quasi non esiste, il presente è proiettato verso il futuro, si coltiva ottimismo verso la vita e la storia. In Francia, e altri Paesi europei, ancien régime, cattolicesimo, sono da abbattere insieme, la libertà religiosa che ne deriva è diffidente, astiosa, avara di riconoscimenti.
Questa diversità strutturale produce forme di Stato laico quasi opposte. La libertà religiosa nell’ordinamento americano è piena, eguale per tutti i cittadini e i culti, garantisce le Chiese da ogni ingerenza dello Stato che mai si sognerebbe di imporre loro alcunché: assicura il diritto di creare istituti religiosi, strutture di assistenza, scuole, università, in un contesto di libertà dei privati tutelata dovunque. È una libertà positiva, e il favor religionis si esplica a tutti i livelli, nelle istituzioni e simbologie pubbliche, nelle esenzioni fiscali che non hanno eguali in altri Paesi, perfino in cerimonie e invocazioni religiose che caratterizzano, ancora ai giorni nostri, le istituzioni civili, compresi Congresso e Casa Bianca.
Per parte sua, la Francia separatista con la sua rivoluzione avvia una guerra chiassosa alla Chiesa cattolica. La libertà religiosa è disciplinata in modo tale da concedere poco spazio alla Chiesa fuori dai luoghi di culto, eroderne la base strutturale, negare diritti e prerogative. È questo il programma della Francia che nella sua fase rivoluzionaria approva la Constitution civil du clergé (1790), poi la Loi de séparation del 1905. L’ideale francese e illuminista resta quello di spezzare l’unità dei cattolici con Roma, fare una Chiesa debole, impone una struttura pseudo-democratica, con vescovi e parroci eletti dal popolo, nega la sua autonomia abolendo ordini e istituti religiosi, nazionalizza i suoi beni, le toglie ogni spazio nella scuola, si oppone alle scuole private. La Francia vuole creare il deserto attorno alla Chiesa, ridurla a una enclave: nega ai religiosi il diritto d’associazione, nazionalizza tutti gli edifici di culto creando l’ossimoro di uno Stato laico proprietario di chiese. Questo tipo di separatismo non si realizza dovunque, non mantiene a lungo la sua asprezza originaria. In Italia, ad esempio, tutto si stempera e, in un quadro riformatore complesso, il separatismo mostra un volto umano, la libertà religiosa è rispettata ampiamente, la Chiesa non rischia mai subalternità e umiliazione. Però, il laicismo ottocentesco segna un’epoca, coltiva una cultura del conflitto che penetra nella società, recupera e reinventa la logica dell’amico-nemico propria delle guerre di religione, la conficca nello spirito pubblico.

Totalitarismo e persecuzioni. Diritti umani, un nuovo editto per la modernità
La modernità si conclude con l’avvento e la caduta del totalitarismo del XX secolo, che con il comunismo al potere propone le peggiori persecuzioni religiose, con il fascismo inaugura un nuovo strumentalismo confessionale soprattutto nei Paesi cattolici. Primo in ordine di tempo, il totalitarismo comunista si afferma in Russia, il Paese più arretrato d’Europa, dove il regime realizza una modernizzazione radicale, con riforme che cancellano, sulla scia della Francia dell’89, l’ancien régime, il cesaropapismo zarista, la libertà religiosa, laicizzano gli apparati pubblici, nazionalizzano ogni proprietà ecclesiastica, in particolare della Chiesa ortodossa. Sono principi che hanno ascendenza illuminista, ma si riempiono di contenuti che portano a un sistema persecutorio di dimensioni e asprezze mai conosciute. L’abolizione della proprietà e dell’iniziativa private, attuata alla luce dei principi comunisti, riduce le Chiese in una condizione di emarginazione e mera sopravvivenza. Nulla resta nella loro disponibilità, quasi tutto è nelle mani dello Stato: cancellata la religione dalle scuole pubbliche, perde di significato il concetto di scuola privata che non esiste più; sono vietate le “società di beneficenza e di insegnamento […], o che in qualunque modo nascondono i propri fini religiosi”, è proibito “organizzare riunioni religiose o d’altro genere, destinate in modo speciale ai fanciulli, ai giovani e alle donne, come pure riunioni, gruppi, sezioni, circoli generali a carattere letterario o biblico ovvero che abbiano come oggetto il cucito, lavori manuali, insegnamento religioso ecc., come pure organizzare escursioni e giochi per bambini, aprire biblioteche e sale di lettura, organizzare sanatori e assistenza medica”. Scomparsa la proprietà ecclesiastica, s’inibisce ogni accumulo di beni, perché “nessuna comunità religiosa […] ha il diritto alla personalità giuridica”.
Una società che proibisce alle Chiese di organizzare lavori di cucito per fanciulle, o giochi ed escursioni per bambini, non ha un volto umano, ed effettivamente il separatismo sovietico si nutre di avversione contro la religione che si traduce presto in persecuzione delle Chiese fino al loro annientamento. Così avviene in epoca staliniana, quando è distrutto il ceto episcopale ortodosso, e si riduce la Chiesa a una vita catacombale che ha termine, singolarmente, nel 1943, quando Stalin si rende conto che la forza morale e popolare dell’Ortodossia è necessaria per far fronte all’invasione nazista, e invita al Cremlino i pochi metropoliti rimasti, li incita a ricostruire le strutture ecclesiastiche, offre l’aiuto dello Stato, promette di attenuare la repressione. In un incontro quasi surreale, Stalin assicura la parziale ricostituzione dell’Ortodossia, offre mezzi e libertà di movimento. Finita la persecuzione, le Chiese in Unione Sovietica, e nell’Europa orientale sottomessa al comunismo per quasi mezzo secolo, vivono una condizione di ordinaria subalternità ed emarginazione.
Quasi opposte le ragioni storiche del totalitarismo di destra che determina la crisi dello Stato liberale nell’Occidente europeo, e nel quale convergono e si amalgamano i veleni accumulati in società che non hanno conosciuto stabili regimi democratici. La paura del comunismo, instaurato in Russia, spinge le borghesie nazionali ad allearsi coi movimenti di tipo fascista che promettono restaurazione, usando la religione come strumento della politica e del controllo sociale.
Espressione eminente della svolta antiliberale è la scelta concordataria che si afferma in Paesi come Italia (1929), Austria (1933), Portogallo (1940) , Spagna (1950), e a modo suo la Germania (1933), e determina un regresso rispetto ai valori della laicità, una parziale rivincita dell’antico confessionismo. Non si torna all’ancien régime, ma la laicità si appanna, emerge un conformismo religioso in istituzioni e apparati pubblici di cui s’era perso il ricordo. Lo Stato ne esce umiliato, si apre una nuova ferita nei rapporti tra cultura laica e Chiesa cattolica che non si rimarginerà mai del tutto. Le confessioni non cattoliche rientrano in un limbo di emarginazione, mantengono garanzie di libertà di culto e organizzazione, e qualcuna nemmeno queste. Agli ebrei si aprono le porte dell’inferno quando in Germania i mostri dell’antisemitismo coltivati sin dall’Ottocento nelle viscere dell’Europa centrale trovano accoglienza nella legislazione nazista, provocano l’olocausto di milioni di ebrei che peserà per generazioni sulla coscienza dell’Occidente. L’inferno del totalitarismo sconvolge chiunque, provoca una catarsi delle coscienze, spinge tutti i protagonisti a un esame di coscienza nel quale ciascuno rivede le proprie rigidità, comprende che molte asperità sono state frutto di cattive ideologie, più che di esigenze reali, hanno provocato conflitti inutili tra Stato e Chiesa.
Quando l’Europa si libera dell’incendio totalitario vede svanire come in un sogno errori e meschinerie dell’Ottocento, le distanze tra le sponde dell’Atlantico appaiono legate alla storia europea e alle sue durezze, e il separatismo amico della religione si rivela più lungimirante dei dispetti e delle ripicche che erano prevalsi in Europa. La libertà religiosa assume carattere internazionale, è strumento di liberazione da dogmatismi e pregiudizi. Costituzioni e Carte dei diritti umani prefigurano una nuova forma storica di Stato laico sociale che si afferma un po’ dovunque, nei Pesi europei occidentali, poi in quelli orientali quando crolla il comunismo. Il nuovo Stato laico sociale non teme i Concordati perché li riforma, ne stipula di nuovi, li adegua ai principi costituzionali, cerca di evitare il risorgere della cosiddetta memoria del conflitto; neanche teme il separatismo perché questo ha abbandonato le vecchie ostilità. Infine, anche le Chiese e le religioni si evolvono, dismettono disegni egemonici, dialogano tra loro, rivedono la tendenza dogmatica che le rendeva ostili al nuovo. Di qui una libertà religiosa assicurata da uno Stato che riscopre di avere un’anima, dà luogo, nella diversità di tradizioni, quasi a una legislazione ecclesiastica comune per l’intera Europa. Diritti umani e Stato laico sociale sono l’Editto di Costantino del Novecento, voltano pagina rispetto al passato, promettono libertà, collaborazione, eguaglianza per tutte le fedi. Quasi non c’è Paese in cui una religione si trovi in condizione d’inferiorità rispetto alle altre, mentre diritto comune, concordati o accordi con Chiese, riconoscono libertà di organizzazione delle confessioni, libertà di culto, nomina del clero e dei religiosi. L’insegnamento religioso nella scuola pubblica è garantito dal diritto comune in quasi ogni parte d’Europa, com’è assicurato il sostegno alle scuole private quasi dappertutto, persino in Francia dove la laicité ha attenuato il volto arcigno delle origini. Sembrerebbe aprirsi un’età dell’oro della libertà religiosa, garantita dalle legislazioni nazionali e dalle Carte dei diritti umani che anche le istituzioni europee elaborano per assicurare una dimensione sovranazionale dalla quale non si può tornare indietro.

Multiculturalità, neo-laicismo. Erosione dei diritti umani
La storia della libertà religiosa è dunque finita, si può dunque dire che le relazioni tra Stato e Chiesa sono entrate in un’epoca di pacificazione irreversibile? Non è così. Il peso della storia, l’eredità del passato, si fa nuovamente sentire, acquista nuove sembianze, camuffate ma sempre negative. Le Carte internazionali affermano l’universalità dei diritti umani: eppure, in alcune aree geopolitiche, la civilizzazione s’è affermata scarsamente, il rapporto con la religione segue antichi sentieri, si pratica la persecuzione o l’emarginazione di Chiese affinché abbiano scarso seguito nella società. E l’Occidente, con il tumultuoso fenomeno migratorio, vive l’esperienza multiculturale che rimette in discussione alcuni capisaldi dello Stato laico, provoca tensioni che sembravano archiviate. Infine, il processo di secolarizzazione delle nostre società fa insorgere una dura conflittualità a livello etico che di nuovo divide le coscienze e le culture. L’amalgama di questi fattori è di ardua decifrazione, anche perché tutto avviene nello spazio di pochi anni, i protagonisti della vita civile e del processo legislativo non riescono ad affrontare le novità, attingono spesso agli elementi meno positivi del passato, a volte più prossimi all’intolleranza che non alla libertà religiosa.
Il primo spostamento d’orizzonte è provocato da un relativismo che può far incrinare l’asse dei diritti umani, contestandone l’universalità. La questione è di cruciale importanza, perché la modifica d’equilibrio dei diritti fondamentali comporta conseguenze sulle libertà codificate, ivi compresa la libertà di religione. Per alcuni importanti autori, come Danilo Zolo, “la tesi del fondamento filosofico e della universalità normativa dei diritti dell’uomo è un postulato dogmatico del giusnaturalismo e razionalismo etico che manca di conferma sul piano teorico”; e il consenso che i diritti umani ottengono nel mondo “non giustifica alcuna pretesa universalistica e intrusività missionaria”. I diritti umani hanno valenza geo-politica, ma non sono universali, valgono per noi, non per chi entra oggi nulla storia. Insuperabile la risposta di Luigi Ferrajoli: “Sarebbe un segno di eurocentrismo” negare i diritti umani “in danno di quanti hanno la ventura di appartenere a popoli che non hanno compiuto il nostro stesso percorso storico […]; sicché, frattanto, le donne afghane dovrebbero attendere, per la liberazione, che padri e mariti compiano la loro ‘rivoluzione francese’”.
Il primo riflesso di questa mentalità investe le ripetute e gravi violazioni della libertà religiosa in aree geopolitiche non occidentali, nelle zone di guerra del Medio Oriente ove l’islam è storicamente maggioritario, ma anche in Paesi come il Pakistan, nelle terre d’Africa che conoscono l’attivismo militare del fondamentalismo islamico, alcune aree dell’India dove le comunità cristiane sono oggetto di violenze improvvise, se non di persecuzioni endemiche. La diffusione dei diritti umani mette a nudo situazioni che prima erano nascoste agli occhi del mondo, spesso si torna ad assistere a veri pogrom nei confronti di cristiani ed ebrei, a violenze così aspre da provocare l’estinzione di comunità religiose storiche, per trasmigrazione o dispersione. L’applicazione della sharia si è estesa negli ultimi decenni a zone nelle quali le leggi si erano con il tempo mitigate: punizione per blasfemia, uccisione pubblica di apostati, pene umilianti per donne implicate anche senza colpa in fatti contrari all’etica musulmana. In queste aree si avverte l’assenza di un’evoluzione simile a quella vissuta all’Occidente nella modernità: sembra che il film della storia torni indietro, ai tempi delle guerre di religione.
Le conseguenze dell’ideologia relativista ricadono, deturpandola, anche sulla libertà religiosa nelle terre d’Occidente, introducendo tratti crescenti d’illiberalità nei nostri ordinamenti: la multiculturalità potrebbe essere un banco di prova per verificare se laicità e libertà religiosa sono valori stabili, eguali per tutti. In realtà, da quando la multiculturalità ha cominciato a mischiare le carte della storia, portando sullo stesso territorio popolazioni e tradizioni d’ogni parte del mondo, l’Occidente si sente insicuro, teme il rischio della globalizzazione, avverte il lato oscuro di un multiculturalismo che si fa progetto politico, sembra quasi rinunciare a mantenere un collante di valori e di principi comuni, e accettare l’ottica comunitarista per la quale la cittadinanza finisce condizionata dall’appartenenza a un raggruppamento culturale.
Le risposte a questo pericolo sono diverse. Ce n’è una più rigida, proveniente dalla tradizione francesizzante dell’Ottocento, che vuole negare ogni rilievo pubblico alla religione, con esiti che provocano il sorriso, perché comportano una sorta di guerra ai simboli religiosi d’ogni genere. C’è da sorridere perché, di fronte alla trasmigrazione di milioni di persone da un continente all’altro, al mischiarsi di culture e tradizioni a livello mondiale come risponde la Francia? Proibisce ogni simbolo religioso, sia esso il velo islamico, o altri simboli come il crocifisso o la kippah, nelle scuole, poi li inibisce alle madri che accompagnano i figli alla gita scolastica, infine vuole escluderli anche in locali pubblici non scolastici, perfino nell’università che è il tempio della cultura e della libertà. Il simbolo è ammesso solo se “di piccole dimensioni”. Siamo di fronte alla deriva dello Stato laico che si fa ragioniere della libertà dei cittadini, la misura col centimetro, senza accorgersi di realizzare la parodia di una piccola tirannide. La tendenza francesizzante è una tentazione per molti, convince la Corte di Strasburgo nel 2009 a decidere per la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche in un Paese come l’Italia, sostenendo che esso viola la libertà di educazione dei genitori, confligge con il pluralismo tutelato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Questa sentenza però contrasta con lo Stato laico sociale, con la libertà religiosa aperta a ogni tradizione, ignora che il crocifisso è segno (di dialogo) della tradizione cristiana in ogni parte d’Europa. Infatti, nella sentenza della Grande Chambre del 2011, che modifica la pronuncia del 2009, l’analisi è più ampia, si sofferma sulle tradizioni italiane, sul pluralismo della scuola italiana, per concludere che in una società laica il simbolo della religione radicata nella storia e nella popolazione può avere rilievo pubblico perché non incide sulla libertà degli altri.
Una risposta diversa alla tentazione multiculturalista, rispetto a quella francesizzante, unisce insieme relativismo e laicismo ottocentesco, li adatta secondo convenienza a tradizioni e religioni diverse. Si determina un macroscopico squilibrio nei rapporti tra religioni, con il naufragio del principio d’eguaglianza, si gioca quasi una partita su due tavoli, in funzione della religione con cui si interloquisce. Verso le Chiese cristiane si riesuma una laicità geometrica, già superata dallo Stato laico sociale; per altre religioni si accetta pienamente l’alterità, pur in presenza di gravi violazioni dei diritti umani. Così, la nebulosa multiculturale destruttura il sistema occidentale di laicità e libertà religiosa, giunto al traguardo dei diritti umani. Il primo vulnus è per l’eguale dignità delle religioni: oggi è normale che si critichino, contestino, alcune religioni, mentre per altre si spalancano le porte del dileggio, dell’offesa gratuita, fino al limite dell’osceno. Però, esponenti di altre fedi possono pronunciare anatemi, fatwa pesanti, evocare ritorsioni contro intellettuali o giornalisti che offendano la loro religione, senza che s’abbiano reazioni di sorta, e alcuni soggetti contestati (giornalisti, autori di vignette satiriche) devono entrare in clandestinità per evitare che le minacce diventino realtà.
Un altro valore soggetto a erosione è quello dell’eguaglianza dei cittadini, anche a livello internazionale. Si realizza sotto traccia l’introduzione di alcuni spezzoni di sharia in Gran Bretagna, con il rilievo dato ai tribunali islamici cui si può ricorrere volontariamente per le controversie legate a questioni familiari, senza interrogarsi sulle conseguenze che una scelta del genere può avere sullo statuto di cittadinanza delle persone, e sulla strategia spartitoria che così si attiva verso confessioni che tengono i fedeli come chiusi in enclave nelle quali operano le costrizioni religiose. Si pensi al divieto di alcune religioni per i propri fedeli di aderire a un altro credo, di sposare una persona di diversa fede, alla subalternità femminile in famiglia e nel gruppo di appartenenza. Un caso speciale è quello del burqa, che copre tutta la persona, impedendone identificazione e socializzazione. Dal punto di vista della dignità ed eguaglianza tra uomo e donna, esso è segno di umiliazione della donna, sancisce quasi la “non esistenza” come persona: eppure, tra quanti giustificano il burqa, vi sono spesso coloro che in passato hanno aderito al più ardito femminismo, ma accettano oggi la doppia verità laicista. Di qui, il rischio di crisi dello Stato laico e del sistema dei diritti umani che porterebbe alla regressione della civilizzazione in Europa. Rinascerebbe lo spirito di Westfalia con la soggezione degli immigrati a leggi che non rispettano i diritti umani, e la chiusura delle nostre religioni tradizionali nel vecchio recinto laicista. C’è, infatti, chi reclama la laicità dello Stato, s’affretta a togliere il crocifisso, abolisce il Natale o altri simboli cristiani dalle scuole, ma consente che nelle stesse scuole si celebri la ricorrenza del Ramadan, cancella il lessico religioso dagli auguri per le grandi festività cristiane, chiede di eliminare i riferimento a Dio dall’inno nazionale della Svizzera, o di cancellare la domenica come festività generale. In questo modo, l’Occidente sembra perdere fiducia in quei principi che hanno fondato il suo umanesimo e che sono capaci di attrarre gli altri uomini.

Laicità strumentale, antropologie diverse
Insieme ai rischi del multiculturalismo, la libertà religiosa deve affrontare la sfida inedita della secolarizzazione relativista che ha investito il nostro modo d’essere e pensare. La sfida non riguarda i temi classici delle relazioni ecclesiastiche: è più sottile, meno visibile, coinvolge quell’intreccio tra antropologia, scienza e religione, che determina le scelte fondamentali della vita umana, sulla famiglia, la procreazione, le fasi iniziali e terminali dell’esistenza. Il conflitto tra concezioni antropologiche determina quasi una frattura coscienziale che investe le più intime convinzioni: le divergenze riguardano l’istituto del matrimonio, esteso a ogni tipo di convivenza, come una porta girevole nella quale tutti entrano ed escono quando vogliono, fino alla previsione dell’adozione per le coppie non eterosessuali, nonché la procreazione realizzata fuori dell’alveo naturale, in più varianti. Sul versante del dolore e della sofferenza, s’afferma il principio per il quale la vita merita tutela se risulta gratificante per l’individuo, mentre le patologie terminali, o connesse a handicap o malattie croniche, sono passività da rifiutare, se possibile espungere radicalmente.
Senza entrare nel merito delle tematiche, si può constatare che l’antropologia individualista provoca conseguenze sul diritto di libertà religiosa. Essa pone al centro dei diritti umani la volontà e sovranità dell’Io, rivendica diretta filiazione dal pensiero moderno, afferma che il politeismo etico non è che l’altra faccia del politeismo religioso già realizzato dall’illuminismo. Il punto teorico investe il concetto di laicità, perché, come afferma H.T. Engelhardt, “il presupposto politeistico è inevitabile”, “il politeismo della post-modernità è il riconoscimento della radicale pluralità delle visioni morali e metafisiche”. Il pluralismo etico è eguale al pluralismo religioso “affermatosi con la Riforma”; “come oggi ammettiamo e rispettiamo le varie confessioni religiose […], così dobbiamo riconoscere le varie moralità che si affiancano o sostituiscono la fede religiosa”. All’etica si deve applicare il principio di neutralità, come lo Stato non ha competenze religiose, neanche la legge può interferire nelle scelte morali.
In realtà, il discorso sulla neutralità è puramente strumentale, serve solo a far passare i canoni del permissivismo più sfrenato, privi d’ogni legame con la cultura dell’Occidente. I contenuti dell’individualismo estremo non possono vantare alcuna filiazione con il pensiero classico e con quello liberale, o con i grandi filosofi razionalisti, le cui impostazioni etiche sono spesso di un rigorismo opposto al permissivismo contemporaneo. Si pensi al giusnaturalismo classico, a Immanuel Kant, ai padri del liberalismo ottocentesco, legati ai valori della famiglia, a principi etici che formano buoni cittadini, ai doveri di solidarietà che favoriscono la coesione sociale. Confrontiamo con questa cultura la teoria della “non-verità dell’etica”, sostenuta da Umberto Scalpelli: “nell’etica non c’è verità. I valori di vero e di falso convengono alle proposizioni del discorso destrittivo-esplicativo; né un’etica può dirsi vera derivabile, come da assiomi, da principi auto evidenti”. Due mondi opposti, due universi che non s’incontrano. Le derive individualiste comportano anche il naufragio per le culture solidariste della modernità, riproponendo i sentieri del mercatismo estremo, non privo di tratti malthusiani. Se il figlio è oggetto del desiderio che si può avere, comprare, dismettere, esso diviene una variabile indipendente di rapporti non umani, per cui si contratta nei mercati della maternità surrogata, nei laboratori privi di controllo sparsi nel mondo. Se si attivano cliniche che danno la morte su richiesta, per evitare le sofferenze, con la soluzione più facile a chi rifiuta la vita, sceglie la solitudine piena, si realizzano nuove forme di “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”, l’uso mercificato della persona, la selezione delle vite come scarto di produzione.
Se guardiamo bene dentro questa nuova frontiera relativista vi scorgiamo l’antica logica amico-nemico che l’Europa ha coltivato per secoli. Il nemico da abbattere resta, per la cultura individualista, la religione, anche nelle espressioni etiche elementari che hanno costruito, con l’eredità classica, le basi della civiltà contemporanea, non solo occidentale. Un momento drammatico di questa rinnovata logica sta nel negare diritto di cittadinanza a qualsiasi voce, istanza, principio etico, che sia motivato confessionalmente. Si può sostenere qualsiasi cosa, motivandola con il piacere individuale, il desiderio, ma se essa si fonda su convinzioni religiose viene respinta, espunta dal dibattito, non ha diritto di cittadinanza nella democrazia. Si è giunti, con questa logica, a teorizzare e praticare il matrimonio gay e le adozione a genitori dello stesso sesso, dimenticando il diritto dei bambino alla doppia genitorialità, ad avere una madre, a crescere in un contesto di armoniosa complementarietà delle psicologie. E s’è respinta ogni altra impostazione, solo per una sua motivazione religiosa o confessionale.

Il rischio della secolarizzazione: la religione nei confini del tempio
Si è poi proceduto oltre. Elevata al vertice dell’ordinamento, la sovranità dell’Io incide sulla testimonianza che la coscienza, religiosa o laica, vuole dare dei propri valori fondativi. Si registra da tempo una netta inversione di tendenza sui diritti della coscienza nei confronti delle leggi permissive, che vogliono imporsi nell’interiorità della persona, anche di chi la pensa diversamente. Si sviluppa una filiera di scelte che mina alcuni aspetti essenziali della libertà religiosa imponendo atti e scelte contrarie alle proprie convinzioni. In Spagna s’è negata l’esenzione dall’insegnamento di Educazione alla cittadinanza, introdotto con la Ley Orgánica de Educación del 2006, che invade la sfera intima della persona, e contrasta con il diritto di educazione dei genitori. In Spagna e in Francia si è respinta l’obiezione, di giudici e sindaci, verso la celebrazione di matrimoni gay, sostenendo che non sono imposti doveri o atti di natura religiosa, ma solo oneri di carattere tecnico-giuridici, quindi neutrali.
Una violazione diretta ed esplicita della libertà religiosa collettiva si è imposta in Gran Bretagna con l’obbligo di affidare i minori in adozione a coppie omosex per chiunque, anche per istituti religiosi, o di altra tendenza ideale. Viene negato così in radice il diritto di libertà religiosa che spetta alle cosiddette istituzioni di tendenza, le quali devono poter agire coerentemente con i principi che integrano la propria identità. In Irlanda alcune chiese sono state obbligate ad affittare le sale di loro proprietà anche per ricevimenti di nozze gay; in Danimarca il Parlamento ha approvato una legge che obbliga la Chiesa evangelica a celebrare matrimoni omosessuali. In Scozia due ostetriche sono state obbligate da una sentenza a prendere parte a un aborto effettuate dalle loro colleghe, mentre l’Ordine dei medici inglese ha stabilito che i medici stessi devono prepararsi a mettere da parte le loro opinioni religiose per alcune pratiche cui in coscienza sono contrari. In alcuni documenti internazionali si è cercato, sino a oggi senza riuscirci, d’introdurre il “diritto all’aborto”, che vanificherebbe del tutto la relativa obiezione di coscienza. Infine, da tempo filtra in Europa la proposta di abolire la domenica come giorno festivo, fingendo di ignorare che il riposo è tale se tutta la comunità si riposa, altrimenti finisce paradossalmente con l’imporre l’obbligo di stare chiusi in casa.
Assistiamo così a un fatto singolare. Mentre i diritti umani hanno a fondamento le libertà di pensiero, espressione, coscienza, la legislazione più recente introduce un ambiguo reticolo di limiti ideologici, col negazionismo che diviene reato, l’omofobia che confonde discriminazione e libere opinioni in materia di sessualità, con la riduzione sistematica dell’obiezione di coscienza. Di soglia in soglia, si erodono i confini della dialettica religiosa, si mettono paletti da cui è difficile uscire, fino a prospettare frontiere prima impensabili. L’ultima in ordine di tempo riguarda l’educazione tecnico-sessuale che si vorrebbe introdurre nelle scuole dei più piccoli. In questo modo si crea di fatto un uomo artificiale, contando sul fatto che nel frattempo la società si abitua a tutto, accetta per assuefazione ogni cosa. Ci si può interrogare sul significato di questo stillicidio d’illiberalità, proibizioni, divieti, che incidono sulla libertà religiosa, limitano la testimonianza che si può dare della fede. Esso determina nuove pressioni ideologiche, per spingere indietro la religione, il suo dinamismo, quel suo interrogare le coscienze, per chiuderla nei confini del tempio. Ma la religione esiste proprio per uscire dal tempio, irradiarsi tra gli uomini, offrire testimonianza di sé, questa irradiazione è l’essenza della libertà religiosa.

 

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