“Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di
cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che
in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza
dei riti”. Riletto a distanza di molti anni, l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – approvato
dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948 – suona tanto perentorio e impegnativo nella
sua formulazione quanto lontano dall’attuazione. La libertà religiosa è un nervo scoperto della nostra epoca:
milioni di persone subiscono aperte persecuzioni o vengono sottoposte a discriminazioni a motivo della loro
fede, migliaia sono coloro che ogni anno perdono la vita per motivi legati ai loro ideali religiosi, e anche nei
Paesi dove l’attacco non è frontale si registrano provvedimenti legislativi o comportamenti politici che tendono
a relegare la pratica religiosa in una dimensione privata, negando così una delle sue caratteristiche
peculiari: la possibilità di essere praticata e testimoniata anche a livello pubblico.
I cristiani sono la comunità più colpita, come testimoniano molti studi pubblicati recentemente. Nel mondo
sono oltre 100 milioni i seguaci di Gesù vittime di persecuzioni, discriminazioni e violenze messe in atto da
regimi autoritari o da seguaci di altre religioni.
Secondo la World Watch List 2016, l’anno scorso sono stati uccisi 7.100 cristiani rispetto ai 4.344 del 2014.
Le chiese attaccate sono state oltre 2.400 contro le 1.062 del 2014.
Un recente studio di Open Doors, organizzazione non profit statunitense che svolge analisi su oltre 60 Paesi,
ogni mese nel mondo 322 cristiani vengono uccisi per la loro fede, 214 sono gli edifici distrutti o danneggiati
per motivi religiosi e 772 i casi di violenza che comprendono percosse, rapimenti, stupri, arresti e matrimoni
forzati.
Un rapporto curato dall’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre (ACS) rileva che in 17 dei 22 Paesi monitorati
da qualche anno, la situazione dei cristiani si è aggravata nel periodo preso in esame, ovvero tra
l’ottobre 2013 e il giugno 2015. Aumentato anche il numero di nazioni classificate come di “estrema” persecuzione,
che rispetto alla precedente edizione del rapporto, datata 2013, sono salite da 6 a 10, a seguito
dell’aggiunta di Iraq, Nigeria, Sudan e Siria. Le “nuove entrate” sono tutte segnate dall’ascesa dell’estremismo
islamico, che si conferma una delle principali minacce alla comunità cristiana. Dieci dei 17 Paesi in cui si
sono registrati peggioramenti sono stati colpiti dalle violenze dei fondamentalisti, che inducono sempre più
cristiani a emigrare in cerca di lidi più sicuri.
In Iraq, ad esempio, la popolazione è diminuita da un milione a meno di 300mila dal 2002 a oggi, con una
media di 60-100mila partenze ogni anno. In Siria cinque anni di conflitto hanno portato al dimezzamento
della percentuale dei cristiani, che oggi sono il 3 per cento della popolazione. Alcuni analisti sono arrivati a
pronosticare la possibilità di una scomparsa dei cristiani proprio nelle terre in cui il cristianesimo è nato duemila
anni fa, in quel Medio Oriente dove è in atto uno scontro (che è insieme teologico, culturale e politico)
tra differenti interpretazioni del pensiero e della prassi che si rifanno all’islam.
Ma anche in altri contesti ci si deve misurare con l’uso strumentale dell’ideale religioso a fini politici, oppure
con la negazione – apertamente proclamata dai regimi al potere o attuata in maniera più “morbida” ma
non meno insidiosa – di principi religiosi.
Su questi temi Atlantide propone un confronto a più voci e – secondo lo spirito che la contraddistingue,
quello di un mondo che fa parlare altri mondi – a partire da punti di vista diversi e talora dialettici, ospitando
contributi scritti da esponenti di differenti culture e fedi religiose.
È un viaggio che fa tappa nel mondo islamico, ebraico, cattolico, induista. E che illumina alcuni contesti
geopolitici particolarmente significativi: Cina, Russia, Stati Uniti, Pakistan, Egitto, Messico, Francia e
un’Europa che la storia, nel corso dei secoli, ha portato a misurarsi con molti avvenimenti: dalle guerre di
religione ai totalitarismi, alla sfida della laicità e del multiculturalismo.
Anche la Chiesa cattolica ha dovuto affrontare un percorso non sempre facile per arrivare a fare proprio,
con il Concilio Vaticano II, il principio della libertà religiosa come fondato sulla dignità di ogni persona
umana, chiedendo che venga riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico delle
società. E da tempo è in prima fila sulla scena internazionale per l’affermazione di tale diritto, come documentano
il lavoro su vari fronti da parte della diplomazia vaticana e l’impegno di Papa Francesco, che se
ne è fatto interprete anche recentemente nel documento firmato a Cuba insieme al patriarca ortodosso di
Mosca, Kirill (pubblicato integralmente nella sezione Documenti). Nella consapevolezza che nella libertà di
credere e di poterne dare pubblica testimonianza risiede il fondamento autentico dei diritti umani.
Editoriale / Libertà religiosa
di Giorgio Paolucci / Giornalista
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