Lo scrittore cristiano africano Tertulliano di Cartagine, vissuto tra il secondo e il terzo secolo, coniò l’espressione “libertà religiosa” (libertas religionis). La persecuzione dei cristiani era legalizzata nell’impero romano che richiedeva e imponeva uniformità di culto verso tutto il pantheon delle divinità pagane e verso l’imperatore. Ma Tertulliano riteneva che è “un diritto fondamentale, un privilegio di natura, che ogni uomo debba esprimere la sua fede secondo le proprie convinzioni.” La sua intuizione rimane valida oggi, e a maggior ragione dato che la repressione delle comunità religiose, specialmente dei cristiani, si è allargata enormemente nonostante la cultura pubblica enfatizzi il tema dei diritti umani. Il 75% della popolazione mondiale vive in Paesi dove si riscontrano restrizioni molto elevate nei confronti della religione.[1] Ma anche dove le restrizioni non sono ufficiali, l’ostilità pubblica porta a violenza e atti intimidatori: bombe nelle chiese durante la preghiera, incarcerazione per presunta blasfemia, uccisioni mirate. Restrizioni da parte di governi e ostilità sociale riguardanti la religione sono aumentate in ogni regione del mondo e i cristiani sono i più perseguitati. La spaccatura tra i principi proclamati dalla comunità internazionale o dalle costituzioni degli Stati e la loro applicazione si allarga e alla radice di questa situazione stanno l’ambizione per il potere che provoca conflitti brutali, le aspirazioni di gente alla ricerca di libertà senza responsabilità, l’emergenza di una cultura staccata dal legame con la natura e spesso anche da quello con la ragione. Nel frattempo il dibattito pubblico sulla libertà di religione si universalizza nonostante la secolarizzazione e l’ostilità inflitta a persone credenti e ciò emerge nelle procedure legali e nel monitoraggio di questo diritto, nel pluralismo delle società e nella comprensione della natura dell’uomo.
Un’analisi anche superficiale dei mezzi di comunicazione mostra l’attualità di questo argomento. La Corte europea dei diritti dell’Uomo interviene sulla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici e sulla scelta del personale impiegato dalle Chiese. La Corte Suprema degli Stati Uniti interviene sul diritto delle Chiese a scegliere i propri impiegati. Osservatori di monitoraggio sul rispetto o la violazione del diritto di libertà di religione vengono stabiliti a Vienna, Parigi e altrove, mentre il Congresso americano approva una Commissione che lo tenga aggiornato sull’attuazione della libertà religiosa nei vari Paesi del mondo. Rapporti annuali vengono pubblicati da organismi di matrice cattolica ed evangelica.
Con l’evoluzione delle società moderne verso un pluralismo sempre più intenso – legato a migrazioni, all’influenza capillare dei mezzi di comunicazione anche negli angoli più remoti del mondo, agli scambi commerciali – i responsabili politici sono chiamati ad assicurare una coesistenza pacifica e costruttiva. La religione è un interesse vitale per la maggioranza della popolazione mondiale e il suo ruolo nella società esige una collocazione pubblica.
Per la piena realizzazione della persona umana, la sua relazione fondamentale con la trascendenza deve essere rispettata. Si può trattare di alcuni valori che la persona accetta come base della sua dignità e che possono includere esplicitamente o implicitamente una dimensione trascendente. Se questo legame della persona con la sua visione ultima dell’esistenza non è rispettato, le conseguenze personali e sociali diventano devastanti, come la storia mostra nell’esperienza nazista e comunista.
Allo stesso tempo si intensifica il dibattito sulla libertà di religione e la violazione di questo diritto da parte di un secolarismo aggressivo nei Paesi occidentali e la sua negazione nei Paesi con religioni egemoniche maggioritarie. Quale risposta può dare un cristiano davanti a tale sfida?
Un diritto radicato nella dignità della persona
Una strategia coerente anzitutto si confronta con il tentativo secolarista di emarginare la religione e di relegarla nella sfera privata. Cerca inoltre di convincere che ci sono ragioni fondate per riconoscere e tutelare l’importanza della religione nella vita democratica, per la pace e per uno sviluppo olistico delle persone e della società. La presenza della Santa Sede nel contesto internazionale si deve perciò confrontare con le posizioni raggiunte in molti Stati in seguito a un pragmatismo utilitaristico di corto respiro e deve promuovere il diritto alla libertà religiosa come cartina di tornasole dell’attuazione di tutti gli altri diritti. Il messaggio che la Santa Sede porta nel dibattito pubblico è in sostanza quello maturato nel Concilio Vaticano II: “Il diritto alla libertà religiosa è radicato nella stessa dignità della persona umana… Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società...” (Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae, n. 2) È stato un cammino lungo quello della Chiesa cattolica per arrivare a riconoscere e promuovere la libertà religiosa di tutti, ma non c’è dubbio che oggi essa ne sia la propugnatrice più coerente e decisa.
In particolare, la Santa Sede, attraverso l’accresciuta presenza della sua diplomazia multilaterale, si fa voce morale per quanti sono in pericolo, minacciati e discriminati perché non appartenenti alla religione maggioritaria. Questo servizio di advocacy informa l’opinione pubblica, elabora e propone argomenti ragionevoli per l’abolizione di leggi restrittive e di politiche che impediscono una pratica libera e pacifica del proprio credo. Nel Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite la rappresentanza della Santa Sede interviene regolarmente per spronare la comunità internazionale ad agire per la protezione dei cristiani e di altri credenti perseguitati e costretti all’esilio dalla violenza – come accade ad esempio da parte del cosiddetto Stato islamico tra Siria e Iraq –, per mostrare i benefici per lo sviluppo e la convivenza pacifica quando la libertà religiosa è rispettata. A favore delle comunità che soffrono a causa della fedeltà alla loro identità religiosa, viene organizzata assistenza umanitaria non solo direttamente dalle organizzazioni cattoliche ma soprattutto da quelle legate al sistema delle Nazioni Unite come l’Alto Commissariato per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni di cui la Santa Sede è Stato membro e dove si fa portavoce delle necessità urgenti di queste comunità perseguitate.
La via maestra del dialogo
L’insistenza e la perseveranza con cui la Santa Sede cerca di dialogare con i rappresentanti di altre religioni e con quelli di Stati a maggioranza non cristiana sono un tentativo ulteriore di promuovere la libertà religiosa come diritto umano universale. La via del dialogo è privilegiata. L’incontro con l’altro apre alla comprensione e all’amicizia. L’insegnamento e i gesti di Papa Francesco si muovono sulla stessa scia della non esclusione, della mano tesa verso l’altro, del riconoscimento che le società contemporanee sono concretamente interconnesse per cui solo nel dialogo e nel mutuo ascolto diviene possibile costruire un futuro comune. Ma l’accettazione dell’altro non è un impegno ingenuo.
L’esercizio della libertà religiosa rimane ancora bloccato in Paesi dove il diritto dei cittadini è strutturalmente condizionato dalla discriminazione ufficiale. L’uguaglianza non si applica a tutti i cittadini, ma è piena per quelli della fede maggioritaria e limitata per gli altri. Nel Medio Oriente, se questa struttura legale ingiusta degli Stati non cambierà, l’espulsione completa dei cristiani sembra inevitabile e la modernizzazione di questi Stati molto difficile, se non impossibile. Diventa evidente che il rispetto del diritto alla libertà religiosa previene esplosioni di violenza distruttrice. La diplomazia vaticana inoltre ricorda alla comunità internazionale che si possono usare degli strumenti operativi efficaci come l’aiuto per lo sviluppo legato alla richiesta di libertà religiosa e, come ultima misura dopo aver esaurito ogni altro mezzo, l’uso della forza per fermare la mano dell’aggressore ingiusto. Insiste anche sull’esigenza di indipendenza e oggettività nel sistema giudiziario che in alcuni Paesi in via di sviluppo è pesantemente condizionato dall’opinione pubblica e da gruppi maggioritari, mentre in altri più secolarizzati agisce come se il livello della libertà religiosa fosse una concessione e non un diritto innato di ogni persona.
La centralità della persona umana, artefice delle proprie scelte, richiede la libertà dell’atto di fede in base al quale vengono determinati l’appartenenza religiosa e il punto di partenza per il dialogo interreligioso. Le stesse religioni devono partire dalla libera scelta che l’individuo fa rispetto all’adesione o meno a una fede. E continua deve essere la ricerca di equilibrio tra libertà di religione e libertà di espressione e tra i diritti dell’individuo e quelli della comunità.
Mentre l’evoluzione della cultura pubblica, l’influenza globale dei mezzi di comunicazione e l’intensità delle migrazioni contemporanee rendono le società sempre più pluraliste, nasce una nuova sfida per gli Stati e per le religioni: lasciare lo spazio necessario per la libertà di coscienza e di pratica religiosa per creare un contesto di convivialità e così poter costruire il bene comune e la pace.