All’alba del pontificato di Karol Wojtyla, il Messico viveva ancora la contraddizione di essere un Paese in massima parte cattolico ma retto da una delle costituzioni più anticlericali della storia del Novecento. La Rivoluzione constitucionalista del presidente Venustiano Carranza, figlia di un liberalismo massonico radicale, aveva infatti consegnato al Paese, all’inizio del 1917, una Costituzione che, pur affermando di tutelare la libertà di professare il proprio credo religioso “a patto che esso non costituisse un reato punibile dalla legge” (art. 24), negava alle “associazioni religiose chiamate chiese” ogni personalità giuridica (art. 130) impedendo loro per questo di possedere edifici religiosi e amministrare beni di qualsiasi natura (art. 27). La carta fondamentale messicana, inoltre, impediva alle corporazioni religiose e ai ministri di culto di istituire o dirigere scuole di istruzione primaria, vietando qualsiasi forma di insegnamento religioso nelle scuole di ogni ordine e grado (art. 3); proibiva le celebrazioni religiose al di fuori dai templi (art. 24); privava i sacerdoti del diritto di voto attivo e passivo e vietava a quelli stranieri di esercitare il proprio ministero sul territorio nazionale (art. 130); metteva fuori legge gli ordini religiosi (art. 5); infine, assegnava ai governatori locali il compito di stabilire il numero massimo di sacerdoti consentito nei vari Stati della federazione (art. 130).
Applicate fedelmente, queste disposizioni del testo costituzionale potevano virtualmente cancellare la presenza della Chiesa cattolica in interi Stati. Proprio la volontà del governo di Plutarco Elías Calles di applicarle alla lettera causò, nel 1926, lo scoppio della “guerra cristera”, conclusasi nel 1929 dopo un bagno di sangue con oltre centomila morti. Dopo la fine del conflitto, seguita da una temporanea ripresa della persecuzione legale contro la Chiesa negli anni Trenta, le relazioni tra lo Stato e la Chiesa si avviarono sulla strada di un modus vivendi basato di fatto sulla non applicazione delle norme costituzionali contenute negli articoli che abbiamo menzionato.
Un progressivo avvicinamento
Nei decenni successivi l’indebolimento del controllo sociale esercitato in modo esclusivo dal Partido Revolucionario Institucional (PRI), reso manifesto da episodi quali la brutale repressione della contestazione studentesca nel 1968, spinse il governo messicano ad avvicinarsi alla Chiesa cattolica, come testimonia la storica visita del presidente messicano Luis Echeverría a Paolo VI in Vaticano, avvenuta nel 1974. Il governo, d’altra parte, non intendeva prendere minimamente in considerazione la prospettiva di una riforma della legislazione anticlericale, che costituiva ancora una fondamentale arma di ricatto nei confronti della gerarchia ecclesiastica.
In questo contesto, nel gennaio del 1979, la prima visita in Messico di Giovanni Paolo II, che – appena eletto pontefice – aveva chiesto con forza di “aprire alla potenza salvifica di Cristo le porte degli Stati”, diede una forte scossa all’establishment politico, nonostante l’aperta ostilità di alcuni membri del governo e l’apparente indifferenza del presidente della Repubblica José López Portillo, che pure accolse il Papa all’aeroporto e lo ricevette nella sua residenza. L’obiettivo di una riforma della legislazione anticlericale poté tuttavia concretizzarsi solo durante la presidenza priista di Carlos Salinas de Gortari (1988-1994), che nel discorso di presa di possesso dell’incarico affermò la propria volontà di “modernizzare” le relazioni tra il governo e la Chiesa. Alla disponibilità manifestata dal nuovo presidente seguì, nel luglio del 1989, una lettera della Conferenza episcopale messicana che avanzava proposte per una riforma della Costituzione, sottolineando come le circostanze storiche fossero radicalmente mutate rispetto al 1917 e manifestando l’impossibilità per milioni di cattolici messicani di continuare a vivere in una finzione giuridica, che condannava all’inesistenza legale la religione praticata da quasi il 90% della popolazione. Al governo i vescovi chiedevano di riconoscere formalmente il diritto di libertà religiosa, non solo dei singoli individui ma anche delle chiese e delle comunità religiose. Nel febbraio seguente Salinas annunciò pubblicamente l’invio in Vaticano di un rappresentante personale, in vista del possibile ristabilimento di regolari relazioni diplomatiche. La notizia precedette di poche settimane il secondo viaggio in Messico di Papa Wojtyla (6-13 maggio 1990).
La svolta definitiva giunse con il progetto di riforma della Costituzione annunciato da Salinas de Gortari il 1° novembre 1991, durante il suo terzo messaggio sullo stato della Federazione, nell’ottica di “riconciliare la definitiva secolarizzazione della nostra società con un’effettiva libertà religiosa”. In seguito a una breve fase di dibattito in Parlamento, dove il progetto poté contare anche sul decisivo appoggio del Partido de Acción Nacional (PAN), il decreto di riforma degli artt. 3, 5, 24, 27 e 130 della Costituzione venne approvato e successivamente pubblicato sul Diario Oficial il 28 gennaio 1992. Il 15 luglio 1992 seguì, come di consueto, la pubblicazione del decreto attuativo della riforma (ley reglamentaria), ovvero la Ley de Asociaciones Religiosas y Culto Público (LARCP) tuttora vigente.
Il lavoro della diplomazia
Le circostanze storiche che hanno reso possibile questa svolta epocale non sono state ancora del tutto chiarite. Di sicuro – come ha ricordato di recente il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, all’epoca segretario della Delegazione apostolica a Città del Messico – il paziente lavoro diplomatico svolto dall’allora delegato Girolamo Prigione ebbe un’importanza determinante. Anche il secondo viaggio di Giovanni Paolo II contribuì in larga misura a questo risultato. Appare ragionevole, inoltre, ipotizzare che il crollo del muro di Berlino, con il conseguente ripristino dei rapporti diplomatici tra la Santa Sede e le ex-Repubbliche sovietiche, possa avere favorito questa svolta, oltre ad accelerare il processo di integrazione tra il Messico e gli Stati Uniti che culminò nel 1994 con la firma del North American Free Trade Agreement (NAFTA). Sul piano interno non mancano infine quanti ritengono che la riforma costituì parte di un accordo tra il PRI e il PAN, volto a chiudere una volta per tutte le polemiche sulla legittimità delle elezioni politiche del 1988, sulle quali gravavano pesanti sospetti di brogli elettorali da parte del PRI.
In termini generali, il nuovo art. 3 svincola le scuole non statali dall’obbligo di impartire un’educazione “laica” e “aliena da qualsiasi dottrina religiosa”, fermo restando il carattere laico del sistema educativo nazionale. L’art. 5 non impedisce più l’esistenza nel Paese degli ordini monastici, mentre l’art. 27 riconosce alle chiese – con le limitazioni previste dalla ley reglamentaria – il diritto di acquistare, possedere e amministrare i beni mobili e immobili necessari allo svolgimento delle proprie attività. Tale disposizione è intimamente connessa alla riforma dell’art. 130, che riconosce alle “associazioni religiose” la personalità giuridica. Anche i termini per acquisire tale fondamentale requisito sono contenuti nella ley reglamentaria. Tra le altre modifiche apportate dalla riforma all’art. 130 vi è il diritto di voto attivo ora garantito ai ministri di culto e il divieto per le autorità civili di intervenire nella vita e nell’organizzazione interna delle associazioni religiose.
La nuova versione dell’art. 24 ha infine introdotto la possibilità che alcune celebrazioni religiose, in via straordinaria, possano svolgersi all’esterno dei templi. Al pari di numerose altre disposizioni contenute nel decreto di riforma della Costituzione, anche questa modifica è da intendersi nei limiti previsti dalla ley reglamentaria, soggetta a numerose critiche da parte dei vescovi che vedono in essa – non senza ragioni – il tentativo dello Stato di mantenere un forte controllo sull’attività della Chiesa e delle altre confessioni religiose.
Nel suo complesso comunque la riforma del 1992 ha rappresentato una svolta epocale nei rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica, che è stata coronata dallo stabilimento di relazioni diplomatiche ufficiali tra il Messico e la Santa Sede, annunciato il 21 settembre 1992. Essa tuttavia ha lasciato aperte alcune questioni che ancora oggi animano il confronto politico e culturale, a cominciare dal problema spinoso della libertà d’insegnamento. A testimonianza della centralità che la questione educativa riveste tuttora nel dibattito culturale e politico messicano, essa è stata al centro del progetto di riforma dell’art. 24 sottoposto alle Camere nel 2010 dal deputato priista José Ricardo López Pescador. Tale riforma, approvata alla Camera e al Senato rispettivamente il 15 dicembre 2011 e il 28 marzo 2012, è stata licenziata definitivamente solo quindici mesi più tardi. Significativamente, il percorso di questo provvedimento ha in parte coinciso con la visita in Messico di Benedetto XVI. Diversamente dal progetto originario di Lopez Pescador, tuttavia, che prevedeva una menzione esplicita del diritto all’obiezione di coscienza e del diritto dei genitori di vedere assicurata ai propri figli un’educazione conforme alle proprie convinzioni religiose, la riforma non è andata molto oltre l’inserimento nell’articolo 24 di un riferimento al “derecho a la libertad de conciencia y de religión”, che peraltro non ha comportato una modifica delle limitazioni all’esercizio del culto fuori dai templi ancora previste dalla LARCP.
Benedetto XVI, nel primo discorso pronunciato in Messico all’aeroporto di Silao (23 marzo 2012), ha sottolineato che la dignità di ogni persona umana “si manifesta in modo eminente nel diritto alla libertà religiosa, nel suo genuino significato e nella sua piena integrità”. Sul tema ritornò due giorni più tardi anche il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, secondo il quale “la libertà dell’uomo per cercare la verità e professare le proprie convinzioni religiose, tanto in privato come in pubblico, deve essere riconosciuta e garantita dall’ordinamento giuridico”. Nella stessa sede il cardinale formulò l’auspicio che “in Messico questo diritto fondamentale si consolidi sempre di più, nella consapevolezza che questo diritto va molto al di là della semplice libertà di culto”. Da parte sua Papa Francesco, all’interno del comunicato congiunto firmato a Cuba insieme al patriarca ortodosso russo Kirill il 12 febbraio 2016, all’inizio del viaggio che di lì lo avrebbe condotto in Messico, ha manifestato la sua preoccupazione “per la situazione in tanti Paesi in cui i cristiani si scontrano sempre più frequentemente con una restrizione della libertà religiosa, del diritto di testimoniare le proprie convinzioni e la possibilità di vivere conformemente a esse”, constatando che “la trasformazione di alcuni Paesi in società secolarizzate, estranee a ogni riferimento a Dio e alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa” e mettendo in luce “l’attuale limitazione dei diritti dei cristiani, se non addirittura la loro discriminazione” che si verifica “quando alcune forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica”.
All’indomani del viaggio apostolico di Papa Francesco sono ancora molti i nodi irrisolti nel rapporto tra la Chiesa, lo Stato e la società in un Paese la cui classe dirigente in molti casi non sembra ancora disposta ad abbandonare il dogma del “laicismo costituzionale” per abbracciare una concezione più ampia di laicità. Al centro del dibattito vi sono in particolare il diritto all’obiezione di coscienza (formalmente negato dal primo articolo della LARCP), l’assistenza religiosa negli ospedali e nelle carceri, il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio religioso e la possibilità per la Chiesa cattolica e per le altre confessioni religiose di poter accedere come tali ai mezzi di comunicazione di massa (negata sempre dalla LARCP). Un tema strettamente connesso è infine quello già menzionato della libertà di educazione, che oggi appare effettivamente garantita solo per le famiglie in grado di permettersi una scuola privata, a fronte di una scuola pubblica che, conformemente al dettato costituzionale, esclude per principio ogni visione religiosa del mondo in nome di una “laicità” i cui contorni ideologici e valoriali sono fissati dallo Stato.