“Chiunque profani, danneggi o dissacri volontariamente una copia del Sacro Corano in tutto o in parte o lo utilizzi per scopi illeciti è punito con il carcere a vita”.
“Chiunque offenda il nome o la persona del Profeta Maometto con parole, scritti o altre rappresentazioni è punito con la pena capitale”.
Queste due sentenze, rispettivamente comma B e C dell’articolo 295 del codice penale pachistano, costituiscono quella che comunemente viene definita legge anti-blasfemia.
L’articolo 295 è stato ereditato dalla legislazione introdotta nel 1860 dall’impero britannico per proteggere i sentimenti religiosi degli appartenenti a ogni credo. Successivamente, nel 1927, a causa dei gravi scontri di natura religiosa precedenti alla separazione dall’India, è stato aggiunto il comma A, che punisce “con il carcere fino a 10 anni e/o con la multa chi dolosamente e deliberatamente oltraggi con parole, scritti o altre rappresentazioni, qualsiasi religione”.
Ma sarà il generale Zia ul Haq a introdurre, nel 1982 e poi nel 1986, i commi B e C. È importante notare come con l’aggiunta dei due commi l’articolo perda la funzione di tutelare le offese a qualsiasi religione e si caratterizzi principalmente come una difesa della fede islamica, con una conseguente discriminazione delle minoranze religiose. Manca inoltre una definizione dettagliata del reato, elemento che presta il fianco a un’ampia discrezionalità giuridica. Non è un caso dunque se dalla nascita del Pakistan nel 1947 al 1986 si sono registrati solo sei casi di blasfemia, mentre in seguito all’introduzione dei commi B e C si contano oltre 1400 casi. Questo perché la “legge nera” si presta a un uso improprio, e può essere facilmente utilizzata come uno strumento per risolvere questioni personali: dalla vendetta per un torto subito al desiderio di sbarazzarsi di un rivale in affari il cui negozio è situato in una posizione più favorevole.
La legge colpisce tutti i cittadini indistintamente ma, nonostante le affermazioni del governo pachistano al riguardo, è impossibile non notare come vi sia una netta sproporzione tra la fede degli imputati e la composizione religiosa della popolazione. Secondo i dati della ong Awaz-e-Haq Ittehad, le 1438 accuse di blasfemia registrate dal 1987 a fine 2014 sono state rivolte a 633 musulmani, 494 ahmadi (un gruppo islamico che viene ritenuto eretico dagli altri musulmani), 187 cristiani e 21 induisti. Il che significa che oltre il 50% delle accuse sono state ai danni di non musulmani, in un Paese dove gli appartenenti alle minoranze religiose rappresentano solo il 4% della popolazione, a fronte del 96% di musulmani.
Asia Bibi, un caso esemplare
È dunque più semplice servirsi impropriamente della legge antiblasfemia se la persona contro la quale si punta il dito non è di fede islamica. Al punto che la norma viene sovente utilizzata dai datori di lavoro che commettono violenza sulle dipendenti cristiane o indù. Per costringere le donne al silenzio, i loro stupratori le minacciano di additarle come blasfeme.
È infatti sufficiente un’accusa, che si ritiene falsa in circa il 95% dei casi, perché una persona possa essere arrestata. La norma non prevede l’onere della prova da parte dell’accusatore: sta al presunto blasfemo provare la sua innocenza. La polizia dovrebbe ricercare le prove ma l’alto numero di casi e la pressione sociale ostacolano le indagini. Celebre in questo senso il caso di Asia Bibi, madre di cinque figli condannata a morte nel 2010 con l’accusa di aver insultato Maometto. La sentenza è stata confermata nell’ottobre 2014, ma in seguito è stata sospesa dalla Corte Suprema del Pakistan che non ha ancora emesso il verdetto definitivo. Asia Bibi è stata condannata soltanto in base alle dichiarazioni di alcune donne musulmane, peraltro presentate alla polizia diversi giorni dopo l’accaduto.
Spesso l’accusato non può neanche contare sulla testimonianza di familiari e amici, perché se parlassero in sua difesa, rischierebbero di essere incriminati a loro volta. Le accuse non cadono se non nei successivi gradi di giudizio, quando l’imputato ha già trascorso un lungo periodo in carcere. Nella maggior parte dei casi, a decidere l’apertura di un’indagine e l’esito di un processo è la forte pressione esercitata sulle forze di polizia e sui giudici dei tribunali di primo grado, minacciati e talvolta uccisi. Nel 1997, un anno dopo aver prosciolto un ragazzino cristiano di 11 dall’accusa di blasfemia, il giudice dell’alta corte di Lahore Arif Bhatti è stato assassinato perché, secondo il suo omicida, assolvendo un blasfemo si era anch’egli macchiato di blasfemia. Stessa sorte è toccata il 2 marzo 2011 al ministro federale per le minoranze religiose Shahbaz Bhatti, primo ministro cattolico del Pakistan, ucciso per aver messo in discussione la legge sulla blasfemia ed essersi speso in favore della liberazione di Asia Bibi.
Al ministro cristiano era stato chiesto di valutare alcune modifiche da apportare alla norma, ma i fondamentalisti lo hanno ucciso prima che potesse portare a termine il suo compito. Cambiare la legge sulla blasfemia sembra quasi impossibile, a causa della enorme pressione sociale e soprattutto da parte dei fondamentalisti. Anche il solo criticare la legge, comporta il rischio di essere additati come blasfemi e il pericolo di essere uccisi dagli estremisti.
Tuttavia negli ultimi mesi il governo federale ha espresso l’intenzione di mettere in atto provvedimenti che possano limitare quantomeno l’abuso della legge, ad esempio perseguendo chi presenta false accuse di blasfemia.
Anche i musulmani vittime della “legge nera”
Non mancano vittime anche tra i musulmani che coraggiosamente si sono opposti alla legge antiblasfemia. Nel gennaio 2011 Salman Taseer, governatore del Punjab, è stato ucciso dalla sua guardia del corpo per aver definito la norma “legge nera” e per aver chiesto ufficialmente il proscioglimento di Asia Bibi. Il suo assassino, Mumtaz Qadri, è da molti considerato un eroe per aver “giustamente ucciso un blasfemo”. Tra i casi più recenti si ricorda anche Rashid Rehman, avvocato impegnato a difendere numerosi accusati di blasfemia, assassinato da estremisti il 7 maggio 2014.
Sono numerosissimi gli omicidi extragiudiziali dei presunti blasfemi, uccisi da singoli o linciati da folle infuriate – il più delle volte aizzate da leader fanatici musulmani attraverso gli altoparlanti delle moschee – prima ancora di essere assicurati alla giustizia o perfino dopo essere stati assolti, perché l’accusa di bestemmiatore è indelebile. Molti sono stati assassinati anche in carcere, come il giovane cristiano Fanish Masih, arrestato nel 2009 e trovato morto nella sua cella alcuni giorni dopo.
Non è inoltre raro che, a seguito di accuse di blasfemia, avvengano veri e propri massacri, specie se il presunto blasfemo appartiene a una minoranza religiosa. Perché come fa notare Shahid Mobeen nell’unico volume in lingua italiana dedicato all’argomento – Legge della blasfemia e libertà religiosa. Il caso della Repubblica islamica del Pakistan (Apes, 2015) – “quando l’accusa viene mossa contro un cittadino di fede islamica, è il singolo a subire le conseguenze dell’imputazione, mentre quando viene incriminato un cittadino di altra fede religiosa, il rischio è che a subirne le conseguenze sia l’intera comunità di appartenenza”. Come è accaduto nel 2009 a Gojra, dove nell’incendio a un quartiere cristiano sono morte otto persone. In occasione di un matrimonio cristiano alcuni bambini avevano ricavato dei coriandoli da alcune pagine di giornale, ma secondo gli accusatori su quei fogli erano riportati versetti del Corano.
Episodio analogo è accaduto nel 2013 a Joseph Colony, il quartiere cristiano di Lahore ridotto in cenere da una folla di tremila musulmani alla ricerca del presunto blasfemo Sawan Masih, accusato di aver insultato Maometto. Ironia della sorte, gli 83 uomini ritenuti colpevoli dell’attacco a Joseph Colony sono stati tutti rilasciati su cauzione, mentre il cristiano Sawan Masih è stato condannato a morte per blasfemia.
Un altro tragico esempio è il caso di Shahzad e Shama Masih, i due coniugi cristiani che il 4 novembre 2014 sono stati bruciati vivi assieme al figlio che la donna portava in grembo nella fornace di mattoni in cui lavoravano. Shama era stata vista bruciare alcune carte e tanto è bastato per aizzare centinaia di persone che dopo aver tenuto in ostaggio per ore i due giovani li hanno gettati vivi nella fornace.
L’episodio mette in luce un’ulteriore difficoltà legata all’applicazione del comma B dell’articolo 295. Nonostante nel testo sia specificato che l’eventuale profanazione del Corano debba essere volontaria, in sede di giudizio – e come abbiamo visto ancor più a livello sociale – non si tiene conto dell’intenzionalità dell’accusato. È sufficiente che una copia del Corano scivoli accidentalmente dalle mani di una persona perché questa possa essere accusata di blasfemia, così come è sufficiente calpestare una pagina di giornale sulla quale sono riportati dei versetti del Corano: un’eventualità non così remota in un Paese in cui quotidiani, riviste e cartelloni pubblicitari spesso riportano versi in arabo del libro sacro islamico. L’analfabetismo non costituisce un’attenuante e nemmeno il non conoscere la lingua araba, che in Pakistan è compresa da meno del 5% della popolazione. Una mancanza sia da parte dell’accusato che da parte dell’accusatore, il quale può limitarsi a vedere una scritta in arabo e dedurre che si tratti di versi del Corano. Nel 2010 un famiglia cristiana di Lahore è stata accusata di aver profanato il Corano perché aveva usato, come tetto per il bagno della propria abitazione, un cartellone pubblicitario sul quale sarebbero stati scritti dei versetti del Corano. Ammesso che ciò fosse vero, i membri della famiglia, tutti analfabeti, difficilmente avrebbero potuto accorgersene.
Neanche la minore età o la disabilità mentale costituiscono un’attenuante, come dimostra ampiamente il caso di Rimsha Masih. Nell’agosto 2012, la quattordicenne cristiana affetta da ritardo mentale era stata vista mentre portava una busta di plastica contenente alcune pagine bruciate. Un ragazzo musulmano si è incuriosito e ha mostrato la busta a un imam, il quale ha visto in quei fogli inceneriti la possibilità di sbarazzarsi della locale comunità cristiana. Poiché non era certo che le prove fossero sufficienti a far incriminare Rimsha, l’uomo ha deciso di aggiungere alle ceneri alcune pagine del Corano. Fortunatamente durante il processo quattro testimoni hanno dichiarato che il leader religioso aveva contraffatto le prove e Rimsha è stata definitivamente assolta nel gennaio del 2013. Il suo ritardo mentale, la sua tenera età o il fatto che fosse o meno in grado di comprendere l’arabo, non sarebbero riusciti a salvarla.