La libertà religiosa viene prima di qualunque altra nell’elenco delle libertà garantite dall’ordinamento giuridico degli Stati Uniti. Il primo emendamento, incipit del Bill of Rights e cardine dell’identità americana, è normalmente associato alla libertà di espressione, ma il divieto di “proibire il libero esercizio” della religione viene addirittura prima. I Padri fondatori hanno avuto cura di tracciare una netta linea di separazione fra Stato e chiesa (la Costituzione preferisce un’espressione più generica, che si adatta meglio all’origine multiculturale del Paese: “Establishment of religion”) assicurandosi che fra le due dimensioni non ci fosse un rapporto di subordinazione, ma di libera convivenza, e hanno fatto di questa distinzione la pietra angolare su cui costruire il più grande esperimento democratico della storia.
Anche Benedetto XVI, durante il suo viaggio apostolico del 2008, ha definito la libertà di religione “la più apprezzata” fra quelle garantite dall’America. Appuntare la libertà religiosa in cima al dettato costituzionale, tuttavia, non ha evitato che nel tempo si sviluppasse un dibattito, anche piuttosto acceso, sul significato più profondo dell’esperienza religiosa e i suoi limiti nel contesto dell’ordinamento laico della società. Discernere l’esatta posizione del confine posto nella Costituzione è diventata una questione cruciale per i giuristi.
Dove finisce l’autorità religiosa e inizia quella civile quando le due entrano in conflitto? Cosa succede, ad esempio, se una tribù di nativi americani nei suoi rituali millenari usa l’estratto di una pianta grassa dagli effetti allucinogeni che è stata dichiarata fuorilegge? I suoi membri possono continuare a usarla in nome della libertà religiosa oppure devono abbandonarla, in osservanza alla legge? Questo e altri casi analoghi son stati risolti dalla Corte suprema con la concessione di una serie di esenzioni, accomodamenti e statuti speciali per chi commette pratiche tecnicamente illegali motivate da sincere ragioni religiose. Altri casi, più estremi e complessi, sono stati risolti in senso opposto. La poligamia, diffusa tradizionalmente fra i mormoni, è stata dichiarata illegale anche a dispetto delle motivazioni religiose addotte, per evitare che il precedente sdoganasse altre pratiche lesive della libertà altrui.
Per discernere, la Corte suprema si è appoggiata sulla distinzione, profondamente impressa nella mentalità dei Padri fondatori, fra opinione e prassi, fra “belief” e “action”. Lo Stato esercita la sua autorità soltanto sulla prassi, dunque sulle azioni, non sulle credenze, cosicché un tribunale può mettere fuori legge la pratica della poligamia, ma non può impedire che i singoli membri di una congregazione la considerino privatamente un’opzione di vita desiderabile e addirittura santa, né che esprimano pubblicamente tale convinzione. Si tratta pur sempre del Paese in cui è perfettamente legale fare manifestazioni a sostegno del nazismo o bruciare la bandiera americana in piazza.
Convivenze armoniche
Se si scava ancora più in profondità nel significato di questa posizione si trova la concezione antropologica fissata da Thomas Jefferson quando diceva che l’uomo “non ha diritti naturali che siano in opposizione ai suoi doveri sociali”. Il destino della dimensione religiosa e di quella civile in America è quello di una convivenza armonica, un abbraccio che seppellisce divergenze e diffidenze. Non stupisce, in questo senso, che la liturgia della vita civile americana sia fittamente punteggiata di riferimenti religiosi. Dio non è soltanto nei cieli o nell’intimo della coscienza, è sulle banconote e nei giuramenti delle cariche pubbliche, appare in versione di garante della nazione nel Pledge of Allegiance (“one Nation under God”) e fa capolino nel “God Bless America” con cui il presidente saluta alla fine dei discorsi più solenni. Non deve nemmeno stupire che per decenni nel Paese che teorizza con tanto scrupolo la separazione fra gli ambiti della vita, la domenica si siano celebrate nelle aule del Congresso le funzioni cristiane.
Una mostra sulle origini religiose dell’America, curata dalla Biblioteca del Congresso, lo dice a chiare lettere: “Non è un’esagerazione affermare che la domenica durante le amministrazioni di Thomas Jefferson e James Madison lo Stato diventasse la chiesa”. Il grande sociologo Robert Bellah ha dedicato una prolifica carriera alla decrittazione dei tratti di quella che ha ribattezzato, felicemente, la “religione civile” americana. Questi elementi di contesto possono aiutare a inquadrare l’accelerazione della disputa sulla libertà religiosa che l’America ha sperimentato negli ultimi anni, quando si è materializzata la “preoccupante tendenza a ridurre la libertà di religione a una mera libertà di culto”, per usare un’altra espressione di Benedetto XVI. Il dibattito, che vede contrapposti vescovi cattolici, una parte significativa del mondo protestante ma anche di quello ebraico e islamico all’Amministrazione americana, ruota attorno a due elementi legislativi: la riforma sanitaria voluta da Barack Obama (Obamacare) e la sentenza con cui la Corte suprema ha legalizzato il matrimonio omosessuale, inserendolo nell’alveo dei diritti costituzionali. Un dispositivo del dipartimento della salute impone a tutti i datori di lavoro, che per legge sono tenuti a provvedere la copertura sanitaria ai loro dipendenti full-time, di includere nelle polizze anche l’accesso gratuito a contraccettivi, a metodi di sterilizzazione e farmaci abortivi. Il mandato, com’è evidente, viola la coscienza e le convinzioni di molte persone religiose, ma per aggirare la contraddizione il governo ha agito in linea con la giurisprudenza tradizionale: ha concesso eccezioni e cercato compromessi.
Così tutti gli istituti religiosi che lo richiedono possono essere dispensati dall’offrire ai dipendenti servizi sanitari che contrastano con il proprio credo. Ma cosa s’intende per “istituti religiosi”? Questo è il nodo gordiano. Perché l’Amministrazione, anche qui in linea con la distinzione tradizionale fra “belief” e “action”, giudica “religiosi”, quindi qualificati per ottenere eccezioni alla regola, soltanto gli istituti che si occupano esclusivamente del culto. Parrocchie, moschee, sinagoghe e templi sono esentati, ma questo non vale per le scuole, le università, gli ospedali o qualunque altra opera con un impatto sociale che nasca da un’ispirazione di tipo religioso. La libertà religiosa è non soltanto garantita ma anche esaltata e celebrata pubblicamente nella misura in cui non mette il naso fuori dalla sagrestia. Di questo ha parlato anche Papa Francesco quando, a Philadelphia nel settembre 2015, ha denunciato le “diverse forme di tirannia moderna” che cercano “di sopprimere la libertà religiosa o cercano di ridurla a una sotto-cultura senza diritto di espressione nella sfera pubblica”.
Libertà religiosa per il bene comune
Un passaggio che sottolinea la battaglia che la Conferenza episcopale americana ha combattuto con vigore, alleandosi con i rappresentanti di altre confessioni cristiane e non solo, per affermare il diritto dell’esperienza religiosa a un ruolo nella vita pubblica: “La libertà religiosa non riguarda soltanto la possibilità di andare a messa la domenica o recitare il rosario a casa. Riguarda la possibilità di dare il nostro contributo al bene comune”, ha scritto l’assemblea dei vescovi in uno dei suoi severi pronunciamenti. In modo analogo, il diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso, sulla base della “uguale protezione di tutti i cittadini di fronte alla legge” fissata nel Quattordicesimo emendamento, crea un vulnus per gli istituti d’ispirazione religiosa. Alcune sentenze hanno in parte difeso la libertà religiosa così come la intendono i vescovi, altri casi sono in attesa di giudizio. Di certo si è affermata la tendenza dello Stato a contestare nei fatti la libertà religiosa che a parole promette solennemente di difendere non con la logica del conflitto aperto, ma con quella della progressiva riduzione e ridefinizione dell’ambito di legittimità dell’esperienza religiosa. C’è chi, anche tra i leader religiosi, sostiene che il trattamento che viene riservato è profondamente “un-american”, contrario allo spirito americano e alla visione della libertà religiosa che esso testimonia.
Limitare la più celebrata delle libertà, ragionano costoro, è contrario alla Costituzione, non servono articoli di fede per opporre argomenti validi alla tendenza che l’Amministrazione Obama ha promulgato in modo energico. Tuttavia, come si è cercato di mostrare, l’impulso di ridurre la religione al mero culto, facendone un innocuo “belief” senza conseguenze, oppure, in forma jeffersoniana, di subordinare il dato di fede alla logica del potere civile, è in circolo nel sistema americano dalla sua origine. Si tratta dunque di stabilire se la presente erosione della libertà religiosa in America, collegata a epocali cambiamenti sociali e giuridici, sia un dirottamento dell’ideale americano, oppure soltanto il corretto svolgimento delle sue premesse.