Il 26 gennaio 2016 la più popolosa democrazia del mondo, l’India, ha festeggiato il Republic Day, anniversario della Costituzione entrata in vigore il 26 gennaio 1950. Ma fra le molti voci celebrative dell’evento se ne è alzata anche qualcuna discordante; come quella di Fr. Anthony Charanghat, direttore del settimanale dell’Arcidiocesi di Mumbai, l’Examiner, che ha ricordato: “Sta diventando sempre più evidente che ci sono molte persone in India il cui diritto al dissenso è minacciato, le loro voci messe a tacere, le loro vite sottoposte a intimidazione.... Un banco di prova cruciale per una vera democrazia è se essa protegge i diritti delle minoranze, in particolare quando c’è tensione tra le autorità di governo e le minoranze politiche, regionali o confessionali”. Il riferimento di Charanghat è trasparente, e ci porta a chiederci quale sia, nell’India odierna, la condizione reale della libertà religiosa, madre delle libertà civili. Ma per inquadrare la questione è necessario anzitutto esaminare brevemente il dettato costituzionale.
L’Unione Indiana è uno Stato federale che, nella sua Costituzione, recepisce il carattere fortemente pluralista (multietnico, multilinguistico e multireligioso) della società indiana. La Costituzione, benché nel Preambolo si autodefinisca “socialista”, rivela in realtà chiare influenze del diritto liberale anglosassone nonché dell’ispirazione di grandi figure come Ambedkar (politico e giurista nato in un gruppo Dalit, cioè di “fuoricasta intoccabili”, che per tutta la vita lottò contro le discriminazioni castali), della cultura laico-laburista di uomini come Nehru (leader del Partito del Congresso e poi primo premier dell’India indipendente) e naturalmente anche della visione di una società inclusiva propria dell’umanesimo religioso del Mahatma Gandhi, “l’apostolo della nonviolenza” che si era sempre battuto per il rispetto e il dialogo fra tutte le comunità indiane. Non a caso dunque, nella parte III della Costituzione indiana, si proibisce qualsiasi discriminazione di carattere religioso, etnico, castale, territoriale o sessuale (articolo 15), si abolisce l’intoccabilità (articolo 17), si regola la libertà di culto in termini paritari per tutte le comunità (articolo 25), si sancisce il diritto all’autodeterminazione religiosa (articolo 26) e si garantisce la possibilità di impartire un’istruzione scolastica secondo i dettami del proprio culto (articolo 29).
Costituzione, materiale sotto esame
L’Unione Indiana – come tutte le democrazie – è una democrazia imperfetta (fortunatamente, perché la storia ci ha insegnato che le società “perfette” generano mostri); dal 1950 a oggi, anche grazie all’impianto liberale della sua Costituzione, si è rivelata capace di superare – imperfettamente – molte sfide, ivi compresi gli scoppi di violenza inter-comunitaria e i periodi oscuri come quello della proclamazione dello “Stato di Emergenza” nel 1975, che comportò la sospensione di molti diritti civili ma al termine del quale, nel 1977, la premier che lo aveva proclamato (Indira Gandhi, figlia di Nehru) fu clamorosamente battuta alle elezioni. Per molte ragioni storiche e culturali, insomma, l’Unione Indiana, pur con i suoi limiti, può essere considerata una democrazia. Tuttavia da qualche tempo la sua costituzione materiale suscita da molte parti apprensioni e allarmi per quanto riguarda, sopratutto ma non solo, la libertà religiosa. E tali allarmi vengono lanciati sia in India sia da organismi di osservatori esteri.
Una clamorosa manifestazione di ciò si è verificata nel 2015 con la presentazione al Congresso degli Usa di un Rapporto stilato dalla United States Commission on International Religious Freedom, che ha puntato il dito sull’aggravarsi della condizione delle minoranze religiose in India – in particolare cristiani e musulmani – a partire dalle elezioni generali del 2014 vinte dall’attuale premier Narendra Modi, leader del Bharatiya Janata Party (Bjp, Partito del Popolo Indiano), il partito politico della destra nazionalista hindu. Nel rapporto della commissione americana si legge: “Sono aumentati gli attacchi compiuti da estremisti hindu contro le minoranze religiose. Inoltre si sono moltiplicati i commenti sprezzanti e discriminatori da parte di politici collegati al Bharatiya Janata Party al governo, che non vengono sanzionati per il loro comportamento. Minoranze religiose accusano di frequente l’RSS, il VHP e altri gruppi nazionalisti hindu di intolleranza, discriminazione e violenza contro di loro”. Il Rapporto al Congresso Usa cita anche casi di connivenze da parte delle forze dell’ordine. “Secondo quanto riferito, la polizia locale di rado fornisce protezione, spesso rifiuta di accettare denunce, raramente indaga e in alcuni casi incoraggia i cristiani a convertirsi all’induismo oppure a nascondere la propria appartenenza religiosa”. A tali accuse il governo indiano ha replicato duramente, affermando che il Rapporto “si basa su una comprensione limitata dell’India, della sua Costituzione e della sua società, e pertanto non verrà recepito”.
Restano, però, i fatti; la realtà indiana in questi ultimi anni parla di chiese bruciate (a Delhi), di cristiani assaliti per aver compiuto presunte “conversioni forzate” (in Karnataka), di un sacerdote e tre fedeli arrestati con l’accusa di avere “ucciso” un bambino in un centro per malati di Aids (in Tamil Nadu), o di minacce di morte all’arcivescovo di Ranchi, il cardinale Telesphore Toppo (nel Jharkhand). Uno stillicidio, un doloroso elenco di persecuzioni documentate, fra gli altri, dall’agenzia di informazioni del Pime, Asia News, e dal Rapporto 2013-2015 realizzato dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre.
Il problema dell’aggressività di alcune formazioni del fondamentalismo militante hindu – che reinterpreta in chiave di nazionalismo politico la propria identità religiosa – è in realtà ben più antico dell’ascesa al potere del Bjp nel 2014. Come dimostrano del resto le date di nascita delle due formazioni dell’estrema destra hindu citate nel Rapporto americano: lo RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh, Organizzazione Nazionale dei Volontari) venne fondato nel 1925, il VHP (Vishva Hindu Parishad, Consiglio Mondiale Hindu) nel 1964. Al netto di qualche differenza, entrambe si richiamano all’ideologia della Hindutva, formalizzata nel 1923 da V. D. Savarkar: tale ideologia, in estrema sintesi, propugna una “rinascita” anche politica dell’induismo e una visione secondo la quale gli hindu sarebbero gli indiani più autentici, ai cui valori gli altri indiani dovrebbero adeguarsi. Sia la RSS sia il VHP fanno parte di una costellazione di formazioni estremiste che include anche organizzazioni paramilitari.
Per capire quanto antiche siano le radici della violenza basta ricordare che nel 1948 il Mahatma Gandhi – un devoto hindu vishnuita – venne ucciso da un altro hindu che lo accusava di essere troppo “cedevole” di fronte alle richieste della minoranza musulmana. Il killer (il cui nome ci piace non ricordare) era un ex militante dello RSS. L’omicidio fu il gesto di un pazzo isolato? Così vorrebbe la vulgata ufficiale. Ma dietro a quell’assassinio c’è molto di più: esso riflette simbolicamente lo scontro fra due concezioni opposte dell’induismo stesso, del suo ruolo nella società indiana, e del rapporto fra confessioni religiose e Stato; uno scontro che ha attraversato tutto il ventesimo secolo e perdura anche oggi.
La battaglia contro le conversioni
Dunque, l’influenza dell’ideologia della Hindutva si riflette sulla società e la politica indiane ormai da decenni, come dimostra, per esempio, la promulgazione nel lontano 1967 della Legge sulla libertà religiosa da parte dello Stato dell’Orissa, una legge che, a onta del nome, nasceva allo scopo di impedire le conversioni al cristianesimo (definite “forzate”) e ostacolare l’attività dei missionari cristiani operanti in Orissa. L’esempio dell’Orissa è stato poi seguito da analoghe leggi promulgate in una mezza dozzina di Stati indiani, e la questione delle conversioni è divenuta un cavallo di battaglia delle formazioni dell’estremismo nazionalista hindu, che in anni recenti hanno lanciato la campagna Ghar Vapsi, cioè “torna a casa”, per riconvertire all’induismo i cristiani e i musulmani in base a questo postulato: l’induismo sarebbe la religione originaria di tutti gli indiani e le conversioni al cristianesimo o all’islam sarebbero state “forzate” da “stranieri”. Una campagna ossessivamente condotta in particolare negli strati più disagiati ed emarginati della società indiana, come i Dalit (fuoricasta) e gli Adivasi (aborigeni), fra i quali in passato si erano contate significative conversioni al cristianesimo.
In conclusione, abbiamo visto che il problema della minaccia alla libertà religiosa in India, a opera di alcune formazioni dell’estremismo nazionalista hindu, è antico e complesso. Sarebbe molto superficiale sostenere che il problema consista nell’elezione a premier di Narendra Modi in seguito alla vittoria elettorale del suo partito, il Bjp, nel 2014 (benché vadano rimarcati silenzi e connivenze della classe dirigente del Bjp a proposito delle persecuzioni anticristiane operate dagli estremisti di RSS, VHP o Bajrang Dal). Parimenti sarebbe errato pensare che nel 2014 la maggioranza degli indiani sia improvvisamente impazzita d’amore per l’ideologia dell’Hindutva. In realtà, dietro alla vittoria del Bjp ci sono state ben altre ragioni, in primis la stanchezza dell’opinione pubblica verso la corruzione endemica, molto diffusa nella classe politica del Partito del Congresso che aveva governato l’India quasi ininterrottamente per sessant’ anni. E senz’altro ha pesato anche la speranza in un ulteriore boom economico favorito da riforme liberiste, come già era accaduto nello Stato del Gujarat il cui premier era appunto Narendra Modi. Questi, a nostro avviso, sono elementi da valutare nella vittoria elettorale del Bjp, più dell’ideologia dell’Hindutva.
Ciò detto, restano le minacce alla libertà religiosa, resta la necessità di dare una risposta forte a tale situazione. E resta la speranza che Bharat Mata, la Madre India, riscopra la ricchezza del carattere multiforme e multireligioso del suo popolo.
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