Quadrimestrale di cultura civile

Il partito comunista cinese e la strategia della “sinicizzazione”

di Bernardo Cervellera / Missionario del Pime, Direttore di Asia News

Lo scorso Natale nei centri commerciali in Cina sono stati proibiti i canti natalizi. Da università e scuole sono state bandite feste e cerimonie legate al Natale. Chiunque si fosse radunato a pregare, sarebbe stato espulso e avrebbe dovuto interrompere gli studi. A metà dicembre cinque giovani cristiani dell’università dello Shandong hanno subito questa sorte, spiati e traditi da qualche loro compagno membro della Lega comunista giovanile.
Da più di un anno, sono state introdotte nuove regole per i musulmani dello Xinjiang, proibendo alle donne di indossare il burqa e ai giovani di farsi crescere la barba. Nelle università i rettori proibiscono con la forza ai giovani islamici di praticare il digiuno del Ramadan.
A metà gennaio, il governo cinese ha compilato un data-base in cui sono iscritti tutti i “budda viventi” riconosciuti dalla Cina. I “budda viventi” sono personalità che i buddisti ritengono essere reincarnazioni del Budda, riconosciute per la loro santità e per la somiglianza con i budda precedenti. D’ora in poi per riconoscere un “vero budda vivente”, bisogna chiamare per telefono l’ufficio apposito, dare il nome del santone e aspettare di consultare questa lista: i nomi che non sono elencati sono da ritenere “budda falsi”. Naturalmente, nella lista non c’è il nome di Tianzin Gyatso, il Dalai Lama, che Pechino definisce “un lupo vestito da pecora”, anche se seguito e onorato da milioni di buddisti tibetani. Lo scorso novembre, sul “Global Times”, il magazine del “Quotidiano del popolo”, Zhu Weiqun, presidente del comitato per gli affari religiosi ed etnici, ha affermato che la reincarnazione nel buddismo tibetano è una questione che compete al Partito comunista cinese (Pcc) e che sarà Pechino a stabilire chi dovrà succedere al Dalai Lama.
Gli esempi riportati mostrano ancora una volta che se la Cina ha fatto passi da gigante nell’economia, ha fatto passi da formica nel campo della libertà religiosa, permettendo l’esperienza delle religioni solo sotto lo stretto controllo del partito. Chiunque esige piena libertà – come quella che sancisce la Costituzione cinese, almeno in teoria – viene imprigionato, sequestrato e talvolta “fatto suicidare”. L’ultimo di questi casi è quello di Wei Heping, un giovane e coraggioso prete della comunità cattolica sotterranea, trovato morto nel fiume Fen nello Shanxi in circostanze sospette. La tragedia è avvenuta lo scorso 7 novembre 2015. In un primo tempo, la polizia ha sbrigativamente classificato il caso come suicidio. Ma non è così: da parte di molti c’è la convinzione che si tratti di una morte violenta, causata dal suo influente attivismo tra i giovani e su internet. Vale pure la pena ricordare i casi di monsignor Giacomo Su Zhimin, vescovo di Baoding, sotto sequestro della polizia da 20 anni; di Cosma Shi Enxiang, vescovo di Yixian, sequestrato da 12 anni e forse morto, che ha passato più di metà dei suoi 93 anni in prigione; di monsignor Taddeo Ma Daqin di Shanghai, agli arresti domiciliari da più di tre anni.
Come spiegare tanto astio nei confronti delle religioni? Il punto è che la Cina – o meglio il Partito comunista – si sente fragile e teme la propria caduta. Da anni il Pcc soffre di una sindrome da “collasso alla maniera sovietica”, temendo di finire come il Partito comunista in Russia. Ne ha parlato spesso anche il presidente Xi Jinping, mettendo in guardia da ogni “revisionismo” e da ogni critica alla storia del partito.
La Cina ha sempre guardato con terrore alla fine dell’impero sovietico. Nel 1989, alla caduta del muro di Berlino, l’analisi del partito dava la colpa del collasso a Solidarnosc, alla Polonia e a Giovanni Paolo II. E per questo da allora Pechino ha rafforzato la repressione contro sindacati liberi, tentativi di autonomia regionale e contro la religione cattolica e le religioni in genere.
Dopo il massacro di Tiananmen, il Pcc ha cercato di consolidare il suo potere concedendo benessere economico alla società. Il mondo che ne è emerso è certo più ricco, ma anche pieno di giganteschi squilibri economici, inquinamento, ingiustizie, violenze, corruzione e ormai il sostegno della popolazione è divenuto esiguo. Per questo è in atto una lotta contro qualunque soggetto che getti ombra sul potere del partito: intellettuali, blogger, giornalisti, avvocati per i diritti umani e… religioni.

Il “virus” religioso entrato nel partito
La paura nei confronti delle comunità religiose è ancora più acuta perché l’adesione alla fede è penetrata ormai anche fra i membri del partito, tanto che alcuni mesi fa è stato emesso un divieto per tutti i quadri di praticare qualunque esperienza religiosa. Chiunque viene sorpreso a praticare “superstizioni” viene subito espulso e rischia la prigione.
Ma le conversioni e il ritorno alla pratica della fede si diffondono ormai come “zizzania” nella società tanto da rovesciare le tranquillizzanti statistiche del governo. Secondo Pechino infatti in Cina vi sono solo 100 milioni di credenti appartenenti alle cinque religioni ufficiali. Ma già nel 2007 alcuni professori dell’università Normale di Shanghai avevano pubblicato sul “China Daily” un sondaggio da cui risultava che i credenti si aggirano sui 300milioni e più (cfr. AsiaNews.it, 7/2/2007). Con buona approssimazione, tenendo conto del lato “sotterraneo” di ogni religione, in Cina oggi ci dovrebbero essere almeno mezzo miliardo di credenti. Dato il trend con cui crescono i cristiani cattolici e soprattutto i protestanti, vi sono analisti che affermano che nel 2050 la Cina sarà il Paese con il maggior numero di cristiani al mondo.
Per questo i cristiani sono divenuti i maggiori nemici e per distruggerli o sottometterli è stata lanciata da mesi la campagna di “sinicizzazione”.
Lo scorso maggio 2015, Xi Jinping ha incontrato il Fronte unito (i rappresentanti di tutte le organizzazioni sociali al di fuori del Partito comunista). Nel suo discorso egli ha insistito sulla “sinicizzazione” delle religioni e sul potenziare l’indipendenza da forze straniere: solo così esse potranno sopravvivere in Cina. Il 29 maggio, sul sito del Fronte unito è apparsa una spiegazione del termine usato da Xi Jinping. In esso si precisa che “sinicizzazione” implica anzitutto un criterio politico, e cioè sostenere il governo del Partito comunista cinese e il socialismo e obbedire alle leggi dello Stato. In secondo luogo si sottolinea un elemento nazionalistico: le religioni debbono servire al meglio gli interessi della nazione e dei cinesi. In terzo luogo, si afferma un criterio ideologico: le attività religiose devono essere guidate dai valori socialisti ed essere imbevute dei valori tradizionali cinesi. La Bibbia deve essere interpretata in modo da favorire ciò che è buono per lo sviluppo sociale.

Una pretesa totalitaria
Di per sé, la Chiesa cinese ha praticato una sorta di “sinicizzazione” dai tempi di Matteo Ricci e ha avuto grandi protagonisti come il primo nunzio in Cina, Celso Costantini. Ma la “sinicizzazione” di cui parla Xi è qualcosa di diverso. Secondo intellettuali cristiani della Cina, essa vuole ridurre la fede cristiana a un sottoprodotto della dottrina socialista, trasformando le chiese in organizzazioni caritative o ong, mentre i pastori e i responsabili divengono dei semplici quadri nell’apparato del partito.
La pretesa assoluta e totalitaria di dominare le religioni da parte del partito è evidente anche dai temi trattati nei dialoghi fra Vaticano e Cina. Da alcune informazioni ricevute dalla Cina, sembra che la proposta di Pechino sia che la Santa Sede riconosca tutti i vescovi ufficiali (anche quelli illeciti e scomunicati), senza dire nulla sui vescovi non ufficiali e su quelli in prigione. Il Vaticano dovrebbe riconoscere il Consiglio dei vescovi riconosciuti dal governo, escludendo i vescovi sotterranei.
A causa di questa esclusione e della divisione che essa implica, nella sua Lettera ai cattolici cinesi del 2007 Benedetto XVI ha detto di non potere riconoscere come organismo pienamente ecclesiale tale Consiglio.
A nulla valgono le richieste del Vaticano per la liberazione dei vescovi prigionieri e il riconoscimento dei vescovi sotterranei. Pochi giorni dopo un incontro fra la delegazione della Santa Sede e quella cinese a Pechino, lo scorso ottobre, nelle province del Guizhou e dello Shandong, i vescovi e i responsabili cattolici ufficiali hanno dovuto partecipare a una sessione di studio su “Sinicizzazione delle religioni e del cristianesimo”, dove si è riaffermato che chi non si sottomette a questa politica “sarà eliminato dalla Cina”. Intanto, Fronte Unito e partito si preparano a un un summit a livello nazionale sulle religioni, in cui metteranno a tema una revisione dei regolamenti che governano il controllo sulle fedi, per renderlo più stringente.
Ciò che è triste è che, oltre alla sindrome da “collasso stile Urss”, il partito sembra soffrire anche di una sindrome da “suicidio”: nel tentativo di eliminare o soffocare le religioni – e in particolare le comunità cristiane – esso cancella l’unica possibilità di ridare senso e coesione alla società cinese, ormai prostrata da decenni di materialismo, individualismo, sospetti, conflitti e vuoto esistenziale.

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