Quadrimestrale di cultura civile

Corano, tradizione e modernità. L'islam alla prova di una rivoluzione culturale

di Samir Khalil Samir e Giorgio Paolucci / docente al Pontificio Istituto di studi orientali

È nato e cresciuto in Egitto, ha insegnato per molti anni alla Saint Joseph University di Beirut e in molte università europee e americane. Gesuita, attualmente docente al Pontificio Istituto di studi orientali, profondo conoscitore della teologia islamica e delle società musulmane, amico di imam e sheik di vari Paesi, studioso appassionato del patrimonio culturale e religioso elaborato nei secoli dagli arabi cristiani, autore di più di sessanta libri e di mille saggi. Il pedigree di Samir Khalil Samir ne fa uno dei personaggi più interessanti per monitorare il dibattito sulla libertà religiosa all’interno dell’islam contemporaneo e per capire quale interazione ci può essere su questo tema con l’Occidente e il mondo cristiano.

In molti Paesi musulmani la libertà religiosa viene insidiata o negata in nome di una presunta supremazia dell’islam. C’è chi afferma, citando alcune sure del Corano, che essa è qualcosa di teologicamente estraneo all’islam, e chi afferma il contrario proprio citando il testo sacro ai musulmani. Chi ha ragione? È un problema di testo o di interpretazione?
Per dare una risposta adeguata è necessario fare una premessa storica che tenga conto della parabola di Maometto. La sua predicazione si sviluppa su un arco di 22 anni, dal 610 al 632: la prima fase, mentre si trova alla Mecca, è connotata da una forte impronta spirituale ed etica e da un atteggiamento di apertura nei confronti di ebrei e cristiani che vivevano in quella città.
Ma quando la sua predicazione deve fare i conti con la crescente opposizione della popolazione locale, decide di trasferirsi a Medina (622) dove mette in atto un progetto che è insieme religioso, sociale e politico, e che viene perseguito anche facendo ricorso alla violenza. Il profeta diviene anche leader politico, legislatore e condottiero. Non a caso la prima biografia di Maometto si intitola Il libro delle guerre e ne descrive più di sessanta.
Il Corano, in cui sono raccolti i suoi insegnamenti considerati come rivelazione divina, risente di questo “doppio registro” e contiene insegnamenti e indicazioni in contraddizione tra di loro: al suo interno si trovano sure di impronta spirituale che esortano alla tolleranza e alla concordia anche con chi non appartiene alla comunità islamica, e altre che inneggiano alla violenza contro gli “infedeli”. Quindi se si adotta un approccio letterale al testo coranico che non tiene conto del contesto storico in cui i vari versetti sono stati elaborati e ci si limita ad applicarli meccanicamente, si possono sostenere e giustificare posizioni radicalmente diverse tra loro, proprio come sta accadendo oggi. E ognuno ha titolo per dire che sta agendo in nome del Corano.
Questo dà luogo a equivoci e strumentalizzazioni evidenti, che possono essere superati solo se e quando prevarrà lo sforzo interpretativo, basato sulla contestualizzazione e sull’uso della ragione. È la grande sfida con cui si deve misurare il mondo islamico.

Le tendenze più aperte, che propongono una interpretazione basata sulla ragione e la contestualizzazione delle affermazioni coraniche, sembrano però essere patrimonio di pochi intellettuali e non riescono a diventare realmente determinanti, per esempio a livello accademico e scolastico. Perché?
Nel mondo musulmano i chierici, il personale religioso, detengono una grande importanza nella formazione delle coscienze: basti pensare all’influenza esercitata dalle prediche del venerdì nelle moschee e alla pervasività di molte trasmissioni televisive condotte da imam o scheik su emittenti promosse o controllate dalle organizzazioni religiose. Purtroppo tra loro sono pochi quelli che praticano uno sforzo interpretativo, un’attitudine che è invece più diffusa tra gli intellettuali “laici”.
La conseguenza è che prevalgono le tendenze radicali, basate su slogan a effetto che fanno presa sulle masse, su persone spesso poco istruite e facilmente influenzabili. Il presidente egiziano al-Sisi, nel suo discorso del dicembre 2015 all’università di Al Azhar, al Cairo – la massima autorità del mondo sunnita, che ogni anno forma migliaia di imam – ha insistito sull’urgenze di operare “una rivoluzione culturale” nell’islam. Tutti hanno applaudito, ma non si è visto ancora niente di significativo. Invece, studiosi laici intervengono spesso alla televisione egiziana in questo senso. È ancora presto per vedere i frutti di questo ripensamento, ma possiamo e dobbiamo sperare che apra nuove strade. La presenza crescente di Isis e del terrorismo di matrice jihadista, ispirato incontestabilmente dal Corano e dall’ insegnamento azharico, mette in evidenza l’urgenza di tale riforma.
Infine un doveroso “nota bene”: nelle comunità in Africa e in Asia – in particolare in Indonesia, il Paese islamico più popoloso al mondo, dove vivono 200 milioni di musulmani – si registra una maggiore apertura e disponibilità alla “contaminazione”, le tendenze più radicali e intolleranti trovano meno consensi rispetto al mondo arabo, che storicamente è stato la culla del fondamentalismo sia sul piano teorico sia a livello organizzativo, anche se al mondo arabo appartiene solo il 15 per cento della umma.

All’interno del mondo islamico, che troppo spesso viene considerato un mondo uniforme e monolitico, stanno aumentando le tensioni, in particolare tra la componente sunnita e quella sciita, con ricadute anche sul piano della libertà religiosa. Ma le divisioni, più che a livello teologico, sembrano essere di carattere politico e, in ultima istanza, la grande partita è quella che si gioca tra Arabia Saudita e Iran.
La divisione tra sunniti e sciiti affonda le sue radici nelle origini stesse dell’islam, in una disputa sostanzialmente incentrata sulla successione a Maometto come guida della comunità musulmana e su chi ne doveva essere il legittimo erede (in arabo, “califfo” significa appunto successore). L’evento essenziale è il discorso d’addio di Maometto, pronunciato a Ghadir Khumm il 16 marzo 632 – Muhammad è morto l’8 giugno 632 –, in cui fece l’elogio di ‘Ali, cugino e genero di Maometto (avendone sposato la figlia Fatima). In questo discorso, Maometto ha detto una frase in 5 parole (man kuntu mawlâhu fa-‘Ali mawlâhu), diversamente interpretate da sciiti e sunniti: i primi intendono che Muhammad nominò ‘Ali come successore, mentre i Sunniti ne vedono solo un elogio di ‘Ali.
In seguito, Abu Bakr (632-634) prese la successione e ‘Ali (656-661) fu il quarto dei “califfi ben guidati”, così chiamati benché furono tutti (eccetto Abu Bakr) assassinati. Il potere passò al governatore di Damasco e ai suoi successori, gli Omayyadi. Lo scisma divenne definitivo con l’uccisione del figlio di ‘Ali, Husayn, il 10 ottobre 680 durante la battaglia di Karbala, avvenimento ricordato ogni anno per una settimana dagli sciiti per la festa di ‘Ash?ra, ove si flagellano in ricordo del martirio di Husayn.
È l’inizio di una divisione profonda che nei secoli ha comportato prima il passaggio della Persia allo sciismo, a partire dalla dinastia Safavide nel 1501, e la nascita di comunità musulmane sciite in Iraq, Pakistan, Libano e in alcune zone della penisola arabica.
Nel mondo sunnita la leadership indiscussa viene riconosciuta all’Arabia Saudita, in particolare dopo l’ascesa al potere della dinastia dei Saud che dal 1930 governano il Paese e  che, grazie al potere finanziario derivante dagli introiti petroliferi, hanno aumentato la loro influenza su Stati e organizzazioni religiose (comprese quelle legate al terrorismo di matrice islamista), anche con la costruzione di migliaia di moschee, università e scuole islamiche, e con l’erogazione di un’enorme quantità di borse di studio per giovani in vari Paesi, Europa compresa.
Si è venuta così a creare nei confronti del’Arabia Saudita una situazione di dipendenza che è insieme economica, politica e religiosa, come conferma l’allineamento di molti Paesi di tradizione sunnita alle posizioni di Riyad in occasione delle 47 esecuzioni perpetrate a danno di esponenti sciiti ai primi di gennaio del 2016. Come si vede, ritorna la grande questione che sta all’origine dell’islam, cioè la sovrapposizione del piano religioso con  quello civile, e la strumentalizzazione che è possibile fare (e che spesso viene fatta) dell’aspetto religioso a fini politici.
Ci sono differenze nella concezione e nella pratica della libertà religiosa tra mondo sunnita e mondo sciita?
Tra gli sciiti, che rappresentano il 15 per cento della comunità musulmana, si nota una maggiore attenzione all’interpretazione dei testi sacri, e come conseguenza più apertura e tolleranza. Ciò non sembra vero se si pensa a figure come Khomeini o Ahmadinejad, ma in quei casi la dimensione politica è prevalsa su quella religiosa. Storicamente nello sciismo – rispetto alla tradizione sunnita – hanno trovato più spazio la dimensione mistico-spirituale e quella filosofica, che ha comportato la valorizzazione della razionalità: penso a personaggi del calibro di Al-Farabi, vissuto nel decimo secolo e che non a caso veniva soprannominato  “il secondo Aristotele”, o come Avicenna un secolo dopo. Un altro dato significativo: sono gli sciiti che recentemente hanno tradotto dal latino in farsi il Catechismo della Chiesa cattolica promulgato da Benedetto XVI, come pure altri testi tra cui La città di Dio di sant’Agostino, a conferma di una maggiore apertura verso ciò che non appartiene alla civiltà islamica, un’apertura che non si nota nel mondo sunnita.

Quanto pesa, anche rispetto all’interpretazione del Corano, la mancanza di una autorità religiosa riconosciuta da tutti i musulmani?
Pesa moltissimo. Alle origini della civiltà islamica c’è una figura come Maometto, che riunisce in sé l’autorità religiosa e quella politica, e dopo di lui troviamo la serie dei califfi che storicamente (anche se sovente in maniera più formale che reale) hanno rappresentato un punto di riferimento, un’autorità a cui guardare. La caduta dell’impero abbasside nel 1258 causata dai Mongoli ha segnato la fine dell’islam aperto, ed è cominciata quella che chiamiamo in arabo “l’epoca della decadenza” (asr al-inhitat).
Poi, c’è stato il cosiddetto Rinascimento nel XIX secolo, sotto l’influsso della Francia e grazie ai cristiani siro-libanesi. La caduta dell’impero ottomano e l’abolizione del califfato da parte di Kemal Ataturk nel 1924 hanno lasciato “orfani” i musulmani, e il tentativo di Al-Baghdadi e dell’Isis è proprio quello di colmare questo vuoto di potere, con i risultati drammatici che sono sotto gli occhi di tutti. Il dramma del mondo musulmano è che l’Isis può proclamare una cosa e l’imam di Al-Azhar al Cairo il suo contrario, ergendosi entrambi a interpreti autentici dell’islam in base all’interpretazione del Corano che ciascuno propone.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948, all’articolo 18 recita che “ogni individuo ha diritto alla libertà di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”. La Dichiarazione è stata criticata da molti Paesi islamici che la ritengono una creatura dell’Occidente e hanno elaborato altri testi relativi ai diritti dell’uomo, che vengono sostanzialmente subordinati al rispetto della sharia. È la conferma della incompatibilità tra islam e libertà religiosa?
In effetti secondo la dottrina classica la sharia, essendo di derivazione divina, riassume in sé il meglio della giurisprudenza e non può essere contraddetta da altri principi normativi. Da essa derivano ad esempio il divieto per il musulmano di aderire a un’altra fede religiosa, che comporta la condanna sotto varie forme (compresa in alcuni Stati la pena di morte) degli apostati, l’obbligo per i figli della donna cristiana di seguire la religione del padre musulmano, e il divieto per una donna musulmana di sposare un uomo non musulmano, perché questo impedirebbe la trasmissione della fede islamica ai figli. Si comprende come tutto ciò sia in palese contrasto con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dalle Nazioni Unite. Il problema fondamentale è la primazia della legge religiosa su quella civile, la non separazione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio. Per questo i cristiani (e le altre minoranze) che vivono nei Paesi islamici chiedono che il principio dirimente per il riconoscimento dei diritti – compreso quella alla libertà religiosa – non sia l’appartenenza a una confessione, a una comunità religiosa, ma la cittadinanza, il fatto di essere parte di una comunità nazionale. Ugualmente, l’immensa disparità di diritti, in tutte le costituzioni musulmane, tra l’uomo e la donna, è contraria alla Dichiarazione universale; ma è impossibile cambiare la situazione finché la sharia è la norma.

Nel mese di gennaio, per iniziativa del re Mohammad VI del Marocco, 250 leader musulmani – studiosi ed esperti di legge – si sono riuniti a Marrakesh per discutere sui diritti delle minoranze religiose nel mondo musulmano, la convivenza, la loro protezione. Ne è scaturito un documento che ha suscitato molto interesse (vedi la sezione Documenti). Qual è il suo giudizio?
L’iniziativa è molto significativa, denota la preoccupazione per la tragedia che si sta consumando nel mondo islamico e il desiderio di porvi rimedio. Di fondamentale importanza è l’invito a sviluppare il concetto di cittadinanza, a cui ho accennato poco fa, come pure la necessità di una revisione coraggiosa dei curricula educativi per prevenire l’estremismo attraverso una nuova interpretazione del testo coranico. Accanto a questi aspetti positivi non si possono tacere certi silenzi. Ad esempio non si fa cenno alla necessità di cancellare dalle Costituzioni il riferimento all’islam come religione di Stato (cosa che è fonte di molte discriminazioni), inoltre non vengono affermate la pari dignità di tutte le fedi religiose e la possibilità di darne testimonianza pubblicamente anche facendo proselitismo, non si chiede esplicitamente un impegno per abrogare le pene inflitte a chi abbandona l’islam, i cosiddetti apostati, o non si critica l’obbligo di seguire i precetti islamici da parte di chi non è musulmano (pensiamo a quanto avviene nel periodo del Ramadan in tanti Paesi) o, ancora, non si chiede che i matrimoni misti avvengano in condizioni di parità, mentre attualmente una musulmana non può sposare un cristiano se costui non si converte all’islam.

Il nodo della libertà religiosa può essere sciolto solo dall’interno del mondo musulmano, oppure dall’esterno si può favorire una evoluzione in senso liberale?
Anche se non è possibile fare delle statistiche a riguardo, possiamo notare che nel mondo islamico stanno crescendo la sensibilità e l’apertura su questo argomento. Ma c’è una tendenza in senso contrario che rallenta questa evoluzione, rappresentata dalle organizzazioni radicali che lottano per l’imposizione della sharia, un fenomeno che è nato nella prima metà del secolo scorso e si è affermato con veemenza negli ultimi decenni. Il mito del “ritorno alle origini”, l’illusione di poter restaurare una civiltà islamica autentica, fa leva sul malessere delle popolazioni, sul sostanziale fallimento delle classi dirigenti al potere e sullo scandalo suscitato dai modelli di vita proposti dall’Occidente, giudicato come un mondo corrotto, privo di ideali autentici, sostanzialmente materialista, secolarizzato e antireligioso, quindi da rifiutare e combattere. Il risultato è una tendenza alla chiusura autoreferenziale che ha portato a un sostanziale peggioramento delle condizioni di vita.
Credo che dai cristiani possa venire un contributo prezioso a rompere questa logica, nella misura in cui essi sapranno testimoniare che una autentica esperienza religiosa può essere vissuta “dentro” e non “contro” la modernità, che fede e ragione possono convivere e arricchirsi a vicenda. Non è un caso che laddove i cristiani sono più influenti e hanno maggiore libertà di espressione, come accade ad esempio in Libano, i musulmani sono molto più aperti. In questo senso l’incontro tra cristiani e musulmani che vivano un’autentica esperienza religiosa rappresenta una grande chance per il futuro della convivenza a livello planetario. Da qui  anche la missione dei cristiani di rimanere in Oriente per essere il lievito nella pasta, come dice il Vangelo di Matteo (13, 33). La tentazione di emigrare è grande, soprattutto in un’epoca di grande instabilità e talvolta di aperta persecuzione come quella che molti cristiani stanno sperimentando, ma la fine della loro presenza rappresenterebbe una perdita dalle conseguenze incalcolabili per la convivenza tra i popoli in quelle terre.

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