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ARTICOLO | Tema di “Atlantide” n. 45 (2019)

I fondamentali cambiamenti in atto fra politica e istituzioni

  • MAR 2019
  • Antonio Polito

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Attualmente, l’opinione pubblica europea è scossa da sentimenti che dobbiamo cercare di capire. Chi fa politica, chi fa analisi, chi fa storia deve provare a comprendere, sfuggendo alla tentazione della polemica politica quotidiana che demonizza immancabilmente le posizioni dell’avversario. Vi sono delle verità dentro questi atteggiamenti che sono molto diffusi, che hanno una scala paneuropea e non nascono, dunque, solo dal cattivo comportamento di un gruppo politico dirigente nazionale, ma rappresentano un problema più generale.

Innanzitutto, vorrei precisare che, quando parliamo di crisi dell’idea di Europa unita, dobbiamo sempre ricordare – per relativizzare storicamente il fenomeno di cui stiamo parlando – che l’Europa unita è un tentativo quasi senza precedenti storici, assolutamente originale e per certi aspetti utopico, pazzesco. L’idea che muove l’Unione Europea è così originale che si spiega perché ogni tanto incontra qualche difficoltà seria. Quello che è accaduto in Europa non è successo da nessun’altra parte al mondo; gli americani sono riusciti a passare da una confederazione – cioè da una collaborazione tra Stati sovrani – a una federazione, cioè a un’unione in cui alcuni poteri sono condivisi a livello federale – a prezzo di una sanguinosissima guerra civile. Ci sono riusciti nelle Russie con il metodo dell’ideologia e del potere, dell’imposizione, della violenza e anche della distruzione dei sentimenti, dell’identità nazionale, della nazionalità.

Quindi non sono tanto frequenti nella storia del mondo moderno contemporaneo gli esempi di unioni federali tra Stati sovrani, tra l’altro in un’area del mondo in cui gli Stati sovrani sono nati e quindi hanno un’identità particolarmente forte. Addirittura, a loro volta molto spesso hanno gestito imperi: la Spagna, l’Inghilterra, la Francia e così via. Stiamo parlando di un’area del mondo dove esiste un sentimento nazionale molto radicato, dove ci sono lingue diverse; per esempio negli Stati Uniti non c’erano lingue diverse, c’era una sola lingua, comune a tutti i coloni inglesi. Quindi, oggettivamente, è molto difficile fare un’Europa unita; è un esperimento storico eccezionale e proprio per questo noi non dobbiamo dare per scontato che riesca.

Innanzitutto, bisogna storicizzare bene il progetto che abbiamo davanti, in modo tale da spiegarci anche le difficoltà che sta incontrando. È un progetto che, nel corso del tempo, ha accresciuto le sue ambizioni, è partito con sei Stati, i sei fondatori, tutti territori più o meno confinanti tra loro, un nucleo molto coeso e robusto di democrazie per poi aprirsi al processo di allargamento: 12, 15, 28, che ha compreso anche Paesi di formazione più recente, più turbolenti, più incerti rispetto alla loro loro vocazione europea.

Cosa ha retto questo progetto finora? Come ha potuto andare avanti questo strano animale un po’ claudicante? Due sono i punti: uno è un’ispirazione ideale, “mettere fine alle guerre europee” tra popoli che si sono dati battaglia due volte nel Novecento e che hanno combattuto due guerre civili in cui hanno coinvolto il resto del mondo. Infatti, il nocciolo dell’Unione Europea nasce dal mettere in comune il carbone e l’acciaio, la ragione per cui Francia e Germania si erano combattute e fronteggiate in due guerre civili europee. Questo è il grande ideale che però, con il passare dei decenni, perde forza, perché il ricordo delle due grandi guerre tende a svanire nella mente dei più giovani; io stesso, che pure non sono tra i più giovani, non ho ricordi della guerra, li aveva mio padre che l’aveva appena sfiorata nell’adolescenza. L’elemento ideale si è piano piano affievolito e, soprattutto, nel progetto iniziale dell’Europa c’era una corrente, definita funzionalista, che aveva un’idea più incrementale dell’Unione Europea. Invece di affidarsi ai grandi ideali come quelli di Altiero Spinelli e del Manifesto di Ventotene, i funzionalisti consideravano più giusto procedere come se l’Europa fosse un progetto delle élite illuminate dell’Unione Europea, che sapendo la difficoltà di mettere insieme i popoli europei, proponeva un progetto fondato sulla convenienza.

Evitando di affermare: “Dobbiamo fare gli Stati Uniti di Europa”, proposta inaccettabile per i francesi e i tedeschi o gli inglesi, si dice: “Mettiamoci insieme per fronteggiare il problema dell’agricoltura europea”. E così gran parte dei bilanci europei è stata impiegata per risolvere problemi di questo genere.

Un altro punto nodale è stata la convergenza economica che si è rivelata un enorme fattore di crescita dell’Europa; ancora 20/30 anni fa c’erano regioni periferiche dell’Europa che erano in condizioni economiche imparagonabili rispetto alle attuali; il divario tra centro e regioni periferiche era incredibile. Paradossalmente, il posto dove c’è stata meno convergenza economica è stato proprio il mezzogiorno d’Italia che, in termini di prestazioni economiche, è rimasto il più separato rispetto al resto dell’Europa.

Questi due elementi, ideale e convenienza, si sono a poco a poco indeboliti. La grande sconfitta dell’ideale, che poi è l’inizio della grande crisi del progetto europeo, è stata il referendum francese del 2005. Nel momento in cui è stato proposto ai popoli europei di mettere su carta una costituzione, una carta fondamentale dell’Europa, la sconfitta di quel progetto ha messo profondamente in discussione il tema degli ideali, confermando che la misura del passo d’avanzamento europeo è in Francia.

L’altro elemento di indebolimento dal punto di vista dell’ideale è quello dell’empowerment, dai trattati di Roma in poi, in alcune fasi di questi decenni, l’Europa ha rappresentato per i cittadini più potere di decisione e di azione rispetto ad alcuni ambiti della vita comune. Tutto questo si è ridotto profondamente in coincidenza con la crisi economica finanziaria iniziata più o meno nel 2008. La sensazione di distanza che le decisioni riguardanti la mia vita hanno rispetto alla mia vita stessa, si è accresciuta, a causa sicuramente dello spostamento di una serie di poteri – soprattutto economici e finanziari – in luoghi non democratici come sono i mercati.

Una delle ragioni per cui l’Europa è in difficoltà è perché sostanzialmente, nonostante il suo progetto sia riuscito nel campo dell’agricoltura o per la convergenza economica periferica, ha fallito sulle prove di quest’ultimo decennio: sulla crisi sociale, innescata dalla recessione, non ha potuto dire niente. È curioso che in Europa non ci sia un pilastro sociale – un sussidio di disoccupazione europea, un salario di cittadinanza – che vada incontro agli interessi dei cittadini. La crisi bancaria è stata nazionalizzata, ogni Paese l’ha affrontata a modo suo e, anzi, ognuno ha fatto in modo che gli altri l’affrontassero con più difficoltà, per cui la convinzione di tutti i risparmiatori italiani è che, se fallisce la mia banca, io perdo tutti i soldi per colpa dell’Europa. Questo è un aspetto non secondario dal punto di vista dell’empowerment, del rapporto di fiducia.

Anche la questione della sicurezza non è da dimenticare, in questo decennio c’è stato anche un attacco terroristico all’Europa, al quale – in quanto Europa unita – non abbiamo saputo dare una risposta; il fatto che i terroristi islamici fossero in grado di passare tra Belgio e Francia o tra Spagna e Francia come se niente fosse perché le intelligence dei rispettivi Paesi, per assurde gelosie, non si comunicavano le necessarie informazioni, o perché i controlli alla frontiera non erano adeguati, è un ricordo indelebile nella mente dei cittadini europei. “A che serve l’Europa se non riesce a collaborare per fermare chi mi vuole ammazzare?”

Infine il tema dell’immigrazione, l’ennesima grande prova della disunione dell’Europa, degli egoismi reciproci, dell’abbandono dei Paesi più esposti al loro destino, compresa l’Italia. Se l’Europa avesse avuto un atteggiamento più solidale verso gli immigrati, Salvini avrebbe avuto ugualmente le percentuali di voto che ha oggi in Italia? Questi sono i veri insuccessi dell’Europa unita, che hanno avuto un peso enorme nel condizionare una parte fondamentale e importante dell’opinione pubblica, facendola reagire con un diffuso rifiuto a questo progetto.

Rispetto a una possibile resurrezione del progetto europeo, intanto, possiamo notare che i più aggressivi nemici dell’Europa, da qualche mese, non chiedono più la fine del vecchio continente. Marine Le Pen ha detto: “Adesso noi siamo forti, andremo in parlamento con la nostra forza, non c’è più bisogno di uscire dall’Europa” e Salvini dice la stessa cosa. Tranne qualche frangia estremista, non c’è nel sovranismo europeo nessuna posizione che chieda di dissolvere l’Europa. L’altro aspetto è la Brexit, che era la vera bandiera del movimento antieuropeista e che è finita nel ridicolo, dimostrandosi un buon argomento sul perché non uscire dall’Europa.

Quello che possiamo notare è un piccolo successo per l’Europa, cioè il costituirsi di un’arena pubblica in cui esiste una politica europea. Se prima le elezioni europee erano soltanto un sondaggio interno, a fini nazionali, oggi hanno assunto una caratteristica paneuropea tanto che, in qualche modo, perfino l’aggressività dei suoi nemici diventa l’affermazione dell’idea di un’Europa unita.

Rispetto alle prossime elezioni, un esempio del deficit democratico è sicuramente la figura di Juncker: anche chi ha votato nelle scorse elezioni per partiti legati al partito popolare europeo, difficilmente oggi sente Juncker come proprio rappresentante. Il deficit democratico esiste e non lo si risolve certo con uno Spitzenkandidat (candidato-guida), cioè con il fingere che tutti votino la stessa persona, perché poi si sa che è il Consiglio europeo, cioè la riunione dei capi di governo, che decide chi fa il capo della commissione, il parlamento europeo può solo dare un voto.

Sempre a proposito di deficit democratico, va detto che non esiste democrazia al mondo in cui l’esecutivo è anche legislativo, mentre in Europa il Consiglio europeo legifera e non pubblicamente: le riunioni del Consiglio europeo non hanno verbali, non avviene il processo legislativo come in ogni parlamento davanti all’opinione pubblica.

Il tema della democrazia è molto importante, perché ha a che fare con quanto detto a proposito dell’empowerment, cioè quanto io mi senta protagonista della mia vita, avendo in mano le decisioni che mi riguardano. Oggettivamente, nelle democrazie nazionali questo accade maggiormente, è più evidente la possibilità di decidere, di incidere, di scegliere.

Quando polemizziamo con i populisti, in nome dei principi della democrazia, mi accorgo sempre di una difficoltà che ho rispetto al fatto che demos e populus vogliono dire la stessa cosa; noi chiamiamo democrazia il potere del popolo, del demos, dal greco, ma quel demos è poi stato chiamato popolus dai romani, in latino. Il confine è labile, è complicato. In realtà le democrazie si qualificherebbero meglio se le chiamassimo democrazie liberali, perché in queste c’è un ingrediente che non c’è nelle altre democrazie, cioè lo stato di diritto, la rule of law: tutti sono soggetti alla legge. La Russia, ad esempio, è una democrazia in senso stretto: il popolo vota, più o meno liberamente, e sceglie i suoi rappresentanti; in Iran si vota, cioè si fanno le elezioni e si scelgono i propri rappresentanti, ma noi non le chiameremmo democrazie. Quella russa la chiamiamo “democratura”, una soluzione giornalistica efficace che mischia “democrazia” e “dittatura”, ma la sostanza è che, in quei Paesi e in quei sistemi politici, non tutti sono sottoposti alla legge, la legge non è sovrana. Questa è la differenza fondamentale; il discrimine tra democratici e populisti è un limite sottile, perché si è nel campo della rappresentanza del popolo sovrano.

Rispetto al modo in cui si è formata l’idea di Europa ricordiamoci che la prima volta che compare la parola “europei” in un documento è in una cronaca della battaglia di Poitiers, cioè la prima volta che qualcuno ha pensato alla definizione di europeo, lo ha fatto in relazione a un nemico – i maghrebini, gli arabi – che volevano, dopo aver preso la Spagna, entrare anche in Francia e nel cuore dell’Europa.

Anche il concetto di Europa si è definito in relazione a un avversario, a un nemico esterno, ma dentro questo concetto di Europa, ci sono più culture insieme. Non c’è soltanto l’idea del potere sovrano dell’impero romano, che è un’idea universale, un’idea di potere universalistico; infatti, quando c’era l’impero romano non c’era bisogno di chiamarli europei, perché erano romani, c’era la costituzione del 212 che dava a tutti i cittadini dell’impero la cittadinanza romana. Lo ius soli c’era anche in tempi molto remoti e non c’era solo questa concezione del potere sovrano, c’era la storia dei regni romano-barbarici, che era una cultura del potere, dell’assemblea dei pari, costruita su un concetto completamente diverso: i re barbarici non erano i re di Francia, ma è il re dei Franchi, che veniva all’inizio eletto addirittura dall’assemblea dei guerrieri, dei pari, e poi diventò piano piano un potere ereditario, con un processo molto lento e complesso.

L’idea che non ci si sottopone a un potere universale è un elemento profondo della cultura dei popoli europei e viene dall’idea che si resiste a un potere universale perché ognuno è libero e padrone di se stesso e che esso è un retaggio dei cosiddetti barbari che si erano insediati in Europa e che si erano fusi con estrema velocità con la cultura romana, con il diritto, con l’élite, con l’aristocrazia romana, fino a fondare il primo impero europeo. Tutto sommato Carlo Magno chi era? Era un barbaro illetterato analfabeta che ha dovuto chiedere alla Chiesa qualcuno in grado di scrivere: si crea una vera e propria fusione tra la cultura barbarica e quella romana.

Questo filone bisogna combatterlo ma anche interpretarlo, io ritengo che un utilizzo maggiore delle democrazie e dei parlamenti nazionali nella costruzione dell’Europa, soprattutto nella definizione delle norme e dei regolamenti europei, avrebbe un senso perché per molti cittadini europei il parlamento nazionale è qualcosa di più riconoscibile del parlamento europeo. Non tanto in Italia, dove votiamo una lista bloccata, ma negli altri Paesi come Francia, Inghilterra, Germania dove si può eleggere il proprio parlamentare.

La democrazia è basata sulla fiducia reciproca, noi in Italia accettiamo di eleggere un Presidente del consiglio napoletano perché sappiamo che la prossima volta può toccare a un milanese o viceversa, ci fidiamo l’uno dell’altro. Nel sistema europeo,se noi potessimo votare direttamente il futuro Presidente dell’Europa, voi votereste più facilmente sulla base della nazionalità o sulla base delle idee? Votereste un salisburghese perché condivide le vostre idee, o un italiano, anche se ha delle idee più distanti da voi?

C’è ancora molto lavoro da fare per potere eleggere direttamente, come qualcuno suggerisce, il Presidente dell’Europa in modo da rinvigorire la democrazia europea.

Che cosa succederà dopo le prossime elezioni europee? La soluzione trovata la volta scorsa è a rischio, non sappiamo se verrà fuori una maggioranza che possa comprendere, come nell’ultima occasione, i due partiti popolare e socialista, e non sappiamo se, eventualmente, basterà. Quasi sicuramente non sarà sufficiente, non sappiamo se basteranno i liberali come terzo aggiunto, ma sappiamo, per esempio, che Macron – pur considerato uno dei più europeisti – è contrario al sistema dello Spitzenkandidat; il presidente francese, infatti, afferma che non devono essere le urne (e quindi i partiti) a decidere il Consiglio europeo. È difficile dire cosa accadrà.

Un ultimo tema importantissimo è quello della religione: in America un musulmano è un cittadino americano; c’è una religione “civica” che si affianca al credo individuale, di comunità, di gruppo. In Europa non siamo nelle stesse condizioni, il livello di tolleranza religiosa e la storia della tolleranza in Europa non è paragonabile a quella degli Stati Uniti e della storia americana. La nazione americana nasce, infatti, dai padri pellegrini che erano eretici, che sono scappati dal loro Paese dove non erano tollerati andando a fondare un’altra nazione, la Nuova Gerusalemme, dove poter essere liberi: questa è una differenza fondamentale.

In Europa si è messo fine alla guerra di religione con il principio del cuius regio, eius religio (Di chi [è] la regione, di lui [sia] la religione, cioè i sudditi seguano la religione di chi li governa), quindi non siamo esattamente all’avanguardia sul tema della tolleranza religiosa. In questo periodo, rispetto a questo tema, è stata eclatante la polemica che si è accesa rispetto alla nazionalità e all’etnia del ragazzo che ha salvato i suoi compagni nel sequestro del pullman a Crema. L’opinione pubblica italiana ha letto una vicenda in cui si è svolta una collaborazione tra ragazzi che si sono aiutati per uscire da una situazione difficile, come una gara tra il biondo italiano e l’egiziano: questo è lo stato delle cose.

Rispetto al tema della tolleranza, del rapporto con l’Islam, con i popoli mediterranei non cristiani e così via, si capisce la lungimiranza di chi in Europa decise di non inserire nella Costituzione le radici giudaico-cristiane; perché se fossero state inserite, non avremmo potuto avere la politica sui migranti che si è avuta in questi anni. L’aver rifiutato un radicamento socio-culturale del filone che poi è quello originario di tutti i popoli che oggi fanno parte dell’Unione Europea, è un tentativo di non legarsi a un vincolo, a un obbligo.

Un esempio poco noto è la discussione sorta quando si è dovuto decidere che cosa mettere sulle banconote e sulle monete dell’euro. La paura e il rifiuto di radici comuni si spiega soltanto con la voglia delle nazioni di tenersi una sorta di uscita di sicurezza. Naturalmente, questo rende particolarmente difficile la presenza dell’Europa nel mondo, perché una delle grandi convenienze dell’Europa era quella di far crescere tanti piccoli Stati, ormai sottodimensionati rispetto alla competizione internazionale. Questo è il motivo per cui i francesi hanno accettano l’unificazione tedesca, insieme hanno un potere in grado di confrontarsi con gli Stati Uniti che sono troppo forti, con la Russia che è troppo grande e con un mondo che sta cambiando.

Nel frattempo c’è stato l’avvento della Cina. Una delle grandi convenienze dell’Europa era di essere un moltiplicatore che poteva funzionare ma che, in realtà, è stato progressivamente indebolito e abbandonato dalla ri-nazionalizzazione delle politiche economiche e commerciali, come recentemente la firma del memorandum tra Italia e Cina. Dobbiamo sempre tenere presente che tutti questi piccoli Stati, il più grande dei quali è la Germania, sono dei nani rispetto ai giganti con cui si confrontano sullo scenario mondiale. Uno storico ha chiamato questa situazione la “trappola di Tucidide”, cioè quando una potenza emergente comincia a dare fastidio a una potenza dominante, a partire da Sparta e Atene, si finisce quasi sempre con una guerra, è il caso che si sta delineando tra Cina e Stati Uniti. Speriamo che non finisca con una guerra mondiale, sarà magari una guerra digitale, ma è chiaro che siamo di fronte a un conflitto per l’egemonia tra due poteri e i Paesi europei sono sballottati in questa dimensione internazionale; troppo deboli, troppo piccoli e troppo esposti. Oltretutto il nuovo grande potere globale che sta nascendo è anche molto prepotente, perché storicamente l’impero cinese ha una politica aggressiva. È finita la pax americana cioè gli americani hanno iniziato a guardare verso la Cina e non hanno nessuna intenzione, non solo Trump, di spendere soldi e tempo nel garantire la pace a Paesi che non intendono spendere abbastanza per la propria sicurezza. Si sta quindi determinando un indebolimento grave dei Paesi europei nel sistema internazionale.

Ci sono solo due punti su cui noi europei abbiamo una politica comune: la moneta e il commercio internazionale. Sono gli unici due ambiti in cui gli Stati nazionali non decidono nulla perché ci sono delle organizzazioni, delle istituzioni effettivamente federali che agiscono, per esempio la Banca Centrale Europea per quanto riguarda la moneta e la Commissione europea per ciò che concerne il commercio internazionale (come ci hanno ricordato a proposito degli accordi tra Italia e Cina, possiamo fare quello che vogliamo ma la politica commerciale non è nelle nostre mani). Questi due pilastri in cui c’è una politica unica, in effetti, hanno avuto una loro capacità di funzionamento. Ogni tanto la Commissione europea impedisce una fusione tra due grandi imprese americane perché assumerebbe una posizione dominante, proteggendo gli interessi dei consumatori europei. L’Euro è una moneta con un peso internazionale. I due esperimenti sono sostanzialmente di successo, il che dimostra una delle ragioni per cui si fa l’Europa; se nella politica estera, invece, si procede in ordine sparso, se si pensa di poter condizionare gli Stati Uniti nella politica verso l’Iran andando di volta in volta con la Francia, la Germania e così via, si va verso una sconfitta certa, soprattutto in un momento in cui le relazioni internazionali tradizionali sono incerte e mutevoli.

Questo problema riguarda particolarmente l’Italia perché la nostra debolezza è ancora maggiore di quella di altri Paesi europei e l’incertezza delle alleanze italiane è diventata ormai preoccupante, drammatica, soprattutto negli ultimi tempi, da quando si è insediato un governo le cui due forze fondamentali non hanno alle spalle un pensiero politico internazionale, ognuna delle quali ha una certa superficialità nel gestire i rapporti internazionali. Stiamo vivendo un momento di grande incertezza sulla collocazione internazionale dell’Italia, sul suo sistema di valori e sui suoi valori politici ideali di mercato liberale che sono passati in secondo piano nella vicenda cinese durante la quale si è discusso di tutto tranne che del rispetto dei diritti umani in Cina, come se la cosa non ci riguardasse o comunque noi non fossimo in grado di porre il problema in termini decisivi con i cinesi.

L’effetto più pericoloso di un indebolimento, se non addirittura di un dissolvimento, del progetto di unità europea, sta proprio nell’abbandonare i tanti piccoli Stati – che messi insieme fanno un mercato di cinquecento milioni di persone, più grande di quello statunitense, ma che divisi l’uno dall’altro sono veramente poca cosa nella scena internazionale – lasciandoli in balia di eventi che oggi non possiamo nemmeno prevedere.

L’intervento ha avuto luogo durante l’incontro “Sotto il cielo d’Europa: i fondamentali cambiamenti in atto, fra politica e istituzioni”, organizzato da CMC, Fondazione per la Sussidiarietà e CDO a Milano il 25 marzo 2019.