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ARTICOLO | Tema di "Atlantide" n. 31 (2014)

Convergenza tra mercati del lavoro e modelli di capitalismo in Europa

La creazione della moneta comune europea con l’architettura definita nel 1992 a Maastricht ha costretto a una comune disciplina economie eterogenee. L’autore evidenzia i conseguenti squilibri e suggerisce un cambio di visione.

Pronunciarsi su “l’Europa che verrà” in poche pagine, per un verso, può risultare molto ambizioso, per l’altro, rischia di dar luogo a un contributo oscuro o banale. Nel mio caso, il compito di chi scrive può risultare meno arduo se il lettore è disposto a qualche approfondimento, indicato in nota, quando non trova spiegazione adeguata alle asserzioni proposte.

Natura del problema
Com’era prevedibile e come è stato in gran parte anticipato, la creazione della moneta comune con l’architettura definita nel 1992 con il Trattato sull’Unione Europea ha costretto a una comune disciplina, troppo rigida e asimmetrica, un gruppo molto eterogeneo di economie. A quel punto, il processo di integrazione europea, concepito dai padri fondatori come graduale e consensuale, è stato trasformato in un big bang governato dall’alto. Per spiegare gli squilibri che ne sono derivati la letteratura economica mainstream ha fatto spesso ricorso alla violazione della teoria delle aree valutarie ottimali, ricercando poi in questa possibili vie d’uscita per la conservazione del sistema. Il fatto è che in tale impostazione si ricorre, più o meno surrettiziamente, alla necessità di un aggiustamento dei mercati del lavoro verso un equilibrio unico che dovrebbe sequenzialmente seguire quello avviato negli altri mercati. D’altra parte, da un punto di vista strettamente teorico, la nozione di equilibrio nel mercato del lavoro fa necessariamente riferimento a una configurazione di equilibrio economico generale e, nel nostro caso, l’ambito appropriato di riferimento è quello almeno della Zona euro. Di qui l’auspicio, spesso generico, di una taumaturgica flessibilità.
Ma vi sono almeno tre tipi di ostacoli che gli squilibri sui mercati del lavoro in Europa possono porre al mantenimento dell’euro. Anzitutto, è intrinsecamente arduo definire un mercato del lavoro unico. Le segmentazioni settoriali, professionali e territoriali lo rendono molto più che “proteiforme”. In secondo luogo i mercati del lavoro possono fallire, ovvero essere incapaci di assicurare esistenza, unicità e stabilità dell’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro. Al “fallimento del mercato” si può poi associare il “fallimento del governo”, determinando un “fallimento sistemico”.  In terzo luogo, i sistemi economici in cui funzionano in Europa i mercati del lavoro sono strutturalmente diversi, tanto da rispecchiare diversità negli stessi modelli di capitalismo praticati.
Tali ostacoli suggeriscono di ricercare altre vie d’uscita, che questo lavoro cerca di delineare in estrema sintesi adottando un’impostazione che impiega la varietà di modelli di capitalismo come leva del processo di integrazione europea. Tuttavia, rispetto ad altre analisi che si rifanno alla stessa impostazione, quella da me proposta non si limita a utilizzare la diversità tra modelli in ogni dato istante per interpretare gli squilibri, ma valorizza il concetto di modello di capitalismo anche nella dimensione diacronica. Questo, oltre a agevolare il processo di convergenza tramite l’evoluzione nel tempo di ciascuna configurazione data, può consentire al processo stesso di acquisire nuove valenze politico istituzionali coerenti con gli obiettivi generali ricercati anche al di fuori di modelli standard.
A questo punto è opportuno evidenziare i principali caratteri di differenziazione alla luce dei quali è possibile distinguere i margini dei diversi sotto-sistemi che convivono nell’economia europea.

Una profonda varietà strutturale
Le profonde differenze strutturali tra le economie europee non vanno ignorate, e accanto a quelle caratterizzanti le economie dalla Zona euro vanno attentamente considerate anche quelle delle economie facenti parte dell’UE, ma non della Zona euro, perché sono ricche di implicazioni per il futuro.
È noto da tempo come nell’ultimo ventennio si sia verificata una sostanziale differenziazione nell’utilizzo del lavoro e soprattutto nell’andamento della produttività del lavoro tra i Paesi dell’area Oecd. In particolare, è degna di nota la traiettoria degli Stati Uniti perché, pur partendo da livelli già elevati negli anni Novanta, ha continuato a crescere fino ai nostri giorni, determinando un forte divario con i Paesi europei. Il divario è evidente anche tra Paesi europei, e alcuni di questi, come Spagna e Italia, risultano tra i più penalizzati.  Confrontando il periodo 1995-2002 con quello 1990-1995, il tasso di crescita del PIL per ora lavorata risultava addirittura in regresso in Spagna e in netta riduzione in Italia, Paesi Bassi, Danimarca, Germania, Francia, Belgio, Regno Unito, Portogallo, Norvegia. Mentre in Irlanda, Grecia, Finlandia e Svezia per diverse ragioni esso risultava in aumento.
Considerando il periodo più recente, a parte che per la Spagna, le cose non sembrano molto mutate. La Figura 1 mostra le differenti traiettorie di produttività nel periodo 2000-2012 di Francia, Germania, Italia e di Stati Uniti, Canada e Giappone. La produttività del lavoro degli Stati Uniti ha mantenuto il suo trend, malgrado la crisi globale del 2007, mentre Canada e Giappone mostrano un forte recupero dopo un breve declino. Ma il recupero è molto più attenuato per Francia e Germania e, addirittura, in Italia la produttività presenta un trend calante.

Figura 1 – PIL per ora lavorata a prezzi costanti in Canada, Giappone, Francia, Germania, Italia e Stati Uniti

La Figura 2 mostra le differenti traiettorie di produttività nel medesimo periodo di Belgio, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna. Dopo la caduta successiva al 2007 si nota che solo Irlanda e Spagna mostrano un recupero, mentre Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito presentano un trend calante.

Figura 2 – PIL per ora lavorata a prezzi costanti in Belgio, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna

Se si consultano le Statistiche regionali di Eurostat (2014) alla ricerca di dati disaggregati per regione,  risultano evidenti le forti differenziazioni territoriali che connotano la struttura dell’economia dell’UE.
Nel periodo 2003-2011, il trend del prodotto interno lordo per abitante mostra una netta biforcazione nella capacità di generazione di valore aggiunto nelle regioni (NUTS 2) dei Paesi della Zona euro e dell’UE. Per Grecia, Italia e Spagna si nota una minore dispersione tra regioni e, in particolare, le regioni leader nel tempo si distanziano dalle altre molto meno di quanto accada in Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Repubblica Ceca e Slovacchia. Nell’arco del medesimo periodo, l’andamento crescente di questo indicatore mostra una fase di contrazione e di rallentamento nel processo di dispersione attorno al 2008, per poi ritornare al trend precedente negli anni successivi. Più marcata è la dispersione, più il rallentamento e la ripresa sembrano accentuati. Tra i Paesi facenti parte dell’UE, ma non della Zona euro, Bulgaria, Croazia, Polonia sembrano seguire il primo trend, mentre Danimarca, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Svezia e Ungheria seguono il secondo. Varie circostanze concomitanti suggeriscono di interpretare la minore dispersione non tanto in termini di minore disuguaglianza di reddito, quanto di minor capacità di leadership del processo innovativo su base territoriale da parte delle regioni e delle città più avanzate.
La dispersione nel reddito disponibile delle famiglie private è meglio interpretabile in termini di diseguaglianza di reddito tra gli abitanti nelle regioni (NUTS 2) dei Paesi della Zona euro e dell’UE. Nel periodo 2003-2011, il valore di range calcolato sul reddito disponibile delle famiglie private evidenzia una biforcazione attorno alla soglia 0,4. Nella Zona euro (Tabella 1) Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia si posizionano al di sotto di tale soglia. Italia, Slovacchia e Spagna si collocano, invece, ben al di sopra di essa, mentre Grecia e Portogallo si muovono a un livello intermedio. Tra i Paesi facenti parte dell’UE, ma non della Zona euro (Tabella 2), Danimarca, Norvegia e Svezia si posizionano ben al di sotto del valore 0,4. Polonia, Regno Unito, Romania e Ungheria si collocano, al contrario, nettamente al di sopra di tale soglia, con Bulgaria e Repubblica Ceca a un livello intermedio.

Tabella 1 – Range calcolato sul reddito disponibile delle famiglie private che vivono nelle regioni (NUTS 2) dei Paesi della zona Euro

Tabella 2 – Range calcolato sul reddito disponibile delle famiglie private che vivono nelle regioni (NUTS 2) dei Paesi dell’UE non facenti parte della zona Euro

Nel periodo 2003-2013 il trend del tasso di disoccupazione nelle regioni (NUTS 2) dei Paesi della Zona euro le ripartisce in tre fasce. Le regioni meno avanzate di Grecia, Italia e Spagna, ma anche della Francia, oltrepassano tassi di disoccupazione superiori al 20%. Per questi Paesi, si nota una maggiore dispersione dei tassi sia nella fase di contrazione della disoccupazione, che precede il 2007, sia nella successiva fase di forte incremento. Le regioni meno avanzate di Belgio, Irlanda, Portogallo, Slovacchia e Slovenia, raggiungono tassi di disoccupazione tra il 10% e il 20%. Nelle regioni meno avanzate di Austria, Finlandia, Germania e Paesi Bassi il tasso di disoccupazione rimane costantemente al di sotto dell’11%. Per questi Paesi, e, in particolare, per la Germania, si nota una riduzione della dispersione regionale e il perdurare della contrazione dei tassi di disoccupazione anche dopo il 2007. Tra i Paesi facenti parte dell’UE, ma non della Zona euro, Bulgaria, Croazia, Polonia, Regno Unito e Ungheria si collocano nella seconda fascia e Danimarca, Svezia, Repubblica Ceca e Romania nella terza.
Tuttavia, analizzando il trend del tasso di disoccupazione di lungo periodo sempre nelle regioni (NUTS 2) dei Paesi della Zona euro si nota che in molti di questi la situazione risulta più difficile. A parte Austria, Finlandia, e Paesi Bassi, e tra i Paesi che non fanno parte della Zona euro, Danimarca e Svezia, in tutti gli altri Paesi le regioni più arretrate superano la soglia del 50% di disoccupazione di lungo periodo. Anche in Germania cinque regioni superano la soglia del 50% e la dispersione rimane elevata.
Questa sintetica analisi non è esaustiva e ha il solo scopo di evidenziare i principali caratteri o “fatti stilizzati” in base ai quali è possibile distinguere i contorni di diversi sotto-sistemi che convivono nell’economia europea. Così ad esempio, centrando l’attenzione sull’Italia, un Paese membro particolarmente problematico e, al tempo stesso, cruciale nell’UE, si rileva come le marcate differenze nell’utilizzo del lavoro e, soprattutto, nella produttività per ora lavorata si traducano, anche in presenza di un reddito per abitante relativamente basso, in un costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) elevato, che ne riduce la competitività di costo. La sua bassa capacità di generazione di valore aggiunto e la sua minore dispersione tra regioni nel prodotto interno lordo per abitante sembrano, invece, segnalare minor capacità di leadership nel processo innovativo su base territoriale. La maggiore dispersione nel reddito disponibile delle famiglie private sembra indicare maggiore diseguaglianza di reddito tra gli abitanti delle diverse regioni. Minor capacità di generazione di valore aggiunto abbinata a maggior diseguaglianza nel reddito disponibile tracciano i contorni del circolo vizioso di un Paese alla ricerca di un modello più coerente di capitalismo. Con le opportune differenziazioni, considerazioni simili si potrebbero fare a proposito di Grecia e Spagna.
Alla differenziazione strutturale dell’economia europea si giustappone la rigida unitarietà del sistema europeo di banche centrali e della BCE. L’azione congiunta di questi due meccanismi propulsori delle condizioni economiche in Europa spiega perché la teoria della tettonica a placche o zolle può aiutarci a capire la dinamica reale delle economie europee. In tal modo ci si spiega meglio anche la ratio delle proposte susseguitesi nel tempo di “geometrie variabili” funzionali a una riconciliazione graduale di varietà e unitarietà.

Un nuovo quadro interpretativo
Nella fase di profonda incertezza economica che stiamo vivendo, anche in autorevoli sedi istituzionali si tende ad accreditare l’idea che in un’era di competizione globale il recupero di competitività delle economie nazionali e locali si debba ricercare nei settori in cui la delocalizzazione e l’outsourcing non sarebbero materialmente possibili.
Questa idea trascura il fatto che, nell’economia globale, la sfida economica cruciale si gioca sulla capacità di formare e utilizzare in modo competitivo il capitale umano. Dopo tutto, come già evidenziava Robert Reich (1991), la vera barriera all’entrata nel capitalismo contemporaneo è rappresentata dalla disponibilità di competenze professionali specializzate in grado di favorire l’innovazione tecnologica e organizzativa per la crescita e di connettere tra loro tecnologie molto specifiche con mercati molto particolari. I mercati del lavoro occupano inevitabilmente il centro della scena e, se l’integrazione europea consente sostanziali vantaggi attuali e prospettici, si pone di conseguenza un quesito cruciale: quanto è realistica la prospettiva di un mercato unico del lavoro in un’Europa che presenza sostanziali differenze di produttività e di costo del lavoro?
Si fa strada quindi la necessità di una riflessione che non rimanga confinata al livello nazionale, ma riconduca al centro del disegno strategico europeo la soluzione di singoli problemi locali e nazionali. È un fatto che, in questa fase di profonda crisi, l’allargamento e l’apertura dei mercati del lavoro nazionali in Europa rappresentano per tanti giovani dell’Europa mediterranea e dell’Italia un’alternativa significativa di occupazione.
Ma a questo punto si manifesta in modo evidente uno degli errori di impostazione più gravi compiuti nel processo di costruzione dell’UE. Infatti, nella sequenza di aggiustamenti che caratterizzano la convergenza complessiva alle nuovi condizioni economiche generali, ai mercati del lavoro è assegnato un ruolo residuale. Quando si rivolge l’attenzione alle variabili crescita e occupazione, viene posta una forte, se non esclusiva, enfasi su flessibilità e mobilità del lavoro, oltre che sulle innovazioni istituzionali che possono favorirle. Questo, porta a proporre ricorrenti confronti che, a seconda della congiuntura, individuano sempre mutevoli benchmark europei, ma che, soprattutto prima dell’avvio della crisi globale, evidenziavano nel modello di capitalismo anglosassone la configurazione ottimale. Tuttavia, la soluzione ricercata in una flessibilità a tutti i costi comporta un secondo grave errore: la flessibilità “passiva” nei mercati del lavoro contrasta nettamente la strategia di accumulazione e impiego di capitale umano ad alta qualificazione.
Al tempo stesso, l’UE ha compiuto, almeno a parole, una scelta lungimirante. Infatti, al termine del primo decennio del Processo di Bologna e nel mezzo di una crisi globale di portata straordinaria, il Consiglio Europeo del 25 e 26 marzo 2010 ha proclamato la necessità di elevare la quota di popolazione con eccellente qualificazione. Si tratta di un segno di leadership che dobbiamo saper cogliere, tra tanti altri segni di fragilità. Ma abbiamo bisogno di un quadro di riferimento interpretativo all’altezza della sfida.
La teoria della tettonica a placche, che a mio avviso si potrebbe applicare allo studio dell’integrazione europea e allo sviluppo delle economie europee, suggerisce di ricercare gli effetti geologici più rilevanti della dinamica della superficie terrestre lungo i margini delle placche stesse. Nell’UE, in assenza di un’architettura istituzionale adeguata e di strategie più ambiziose, il cambiamento strutturale indotto nelle singole economie dai processi di globalizzazione dei mercati e da shock di altra natura genera effetti dannosi sulle parti meno regolate o trattate come residuali.
Partendo da condizioni economiche molto differenziate, i Paesi membri dellEurozona, stanno perseguendo in simultanea strategie di crescita guidata dalle esportazioni e di rigore fiscale con pareggio di bilancio. Guadagnare competitività è quindi diventato il loro imperativo dominante.
Ma la comune appartenenza a un sistema di cambi fissi ha reso impraticabile il recupero della competitività di prezzo tramite la “svalutazione competitiva”. La partita viene allora giocata sulla competitività di costo, tramite la c.d. “svalutazione interna”, i cui motori principali sono costituiti dalla deflazione dei prezzi e dei salari, nonché dagli aumenti di produttività del lavoro. Questo è il mezzo tramite il quale realizzare gli aumenti di competitività e, per tale via, rafforzare le imprese più avanzate e generare nuovi posti di lavoro.
Se i mercati del lavoro rappresentano snodi cruciali nella costruzione dell’UE e dell’Eurozona, che però finora non sono stati adeguatamente valorizzati e potenziati, la metafora dei margini convergenti nella teoria della tettonica a placche aiuta a comprendere meglio gli effetti su di essi delle trasformazioni in atto e gli effetti di feedback che le loro tensioni generano sull’economia europea.
Tuttavia, è bene chiarire per gradi gli effetti generati dalla dinamica complessiva, per poi domandarsi cosa si può fare per correggere le distorsioni migliorando le condizioni dell’Europa che verrà.
Anche a causa della preferenza delle autorità monetarie europee per un cambio forte dell’euro rispetto al dollaro americano e allo yen, le tensioni che agitano le interconnessioni strutturali tra le economie europee hanno trovato sfogo a vari livelli.
L’attenzione generale si è concentrata soprattutto sul divario (spread) manifestatosi tra il rendimento offerto dal Btp e dal Bund a 10 anni. Come ha dimostrato anche l’efficacia della cura Draghi, si tratta di un differenziale di rendimento che rivela un rischio di cambio nella percezione dei mercati.
Parimenti, la crescita del tasso di disoccupazione ha impressionato l’opinione pubblica, anche se non sempre sono stati adeguatamente sottolineati il suo carattere differenziato tra le regioni europee e la sua natura rivelatrice di fallimento dei mercati del lavoro e dei beni.
Meno attenzione ancora è stata dedicata all’informazione sull’accentuarsi della diseguaglianza multi-dimensionale, che costituisce un altro fenomeno rivelatore di forti tensioni interne all’UE, questa volta in termini di rischio di fallimento della coesione sociale all’interno e tra Paesi membri.
Di fronte a tale quadro macroeconomico, un aggiustamento affidato prevalentemente alla correzione della posizione debitoria dei Paesi più deboli, alla crescita delle esportazioni e alla “svalutazione interna” rischia di trasferire l’epicentro di una competizione sfrenata e, almeno in parte, obsoleta all’interno dell’Eurozona e della UE, indebolendo così il suo ruolo di partner rilevante nella gara in atto con i Paesi emergenti e con gli Stati Uniti. Tanto più che la competizione globale, ormai da decenni, non è più quella basata sulla pianificazione e realizzazione di grandi volumi di produzione di beni e di servizi standardizzati, ma soprattutto sull’estrazione dai mercati dei prodotti/servizi del valore più elevato possibile (Reich, 1991). In altri termini, potremmo dire che nel contesto contemporaneo prevale una competizione basata sulla conoscenza.
Se si considera che la produttività del lavoro determina congiuntamente con il salario monetario il livello del Clup, si potrebbe sostenere che, agendo sull’equalizzazione della produttività del lavoro, si può favorire la convergenza dei diversi mercati locali europei verso un mercato unico del lavoro. Ma questo non è realistico per diversi motivi che vengono evidenziati nel secondo paragrafo di questo articolo.
Il taglio del cuneo fiscale e contributivo può rappresentare una spinta complementare, ma, da un lato, richiede il reperimento di ingenti risorse se lo si vuole rendere efficace e conciliare l’obiettivo della competitività con quello del sostegno del reddito delle fasce più deboli, dall’altro, affinché non abbia solo effetti transitori, va abbinato a incrementi di produttività del lavoro in grado di rendere sostenibile nel tempo la riduzione del Clup.

Possibili vie d’uscita
Non è possibile realizzare, almeno in tempi ragionevoli, un mercato unico del lavoro in Europa. Anche in un contesto istituzionalmente omogeneo continuerebbero a sussistere molteplici mercati del lavoro e questo genererebbe interazioni difformi tra i vari segmenti appartenenti a Paesi diversi. Inoltre, l’eterogeneità strutturale delle regioni europee non favorisce soluzioni architettate facendo riferimento soprattutto a comportamenti medi di agenti rappresentativi. A questo proposito, l’adozione di un differente approccio attento alle diversità effettive tra modelli di capitalismo può aiutare. Questo è vero, anche perché nel contesto europeo da molto tempo si confrontano, in modo più dissimulato che esplicito, più modelli di capitalismo.
Tale nuovo approccio consente di individuare le relazioni di azione e retroazione (feedback effects) che spiegano i rapporti fra mercati del lavoro, mercati di beni e mercati dei fattori di produzione, sistemi di innovazione e istituzioni le quali disciplinano, sia sul piano micro sia su quello macro-economico, i diversi modelli. Le diverse modalità di regolazione di questi rapporti determinano la varietà dei sistemi economici che coesistono nell’Eurozona e nell’UE. Il modo in cui questi sub-sistemi si relazionano reciprocamente, inoltre, determina le diverse capacità di reazione a una dinamica viziosa di sotto-investimento in capitale umano, evidenziata da Reich (1991).
D’altra parte, l’inclusione di diversi mercati del lavoro in diversi modelli di capitalismo aiuta ad attenuare la loro residualità e ne rafforza la governance senza nasconderne le difformità. Per di più consente di esplorare soluzioni differenziate, alcune delle quali transitorie e altre permanenti, ma tutte in una prospettiva evolutiva. Il fatto poi che i modelli di capitalismo possano confrontarsi e competere tra loro sin-cronicamente ed evolvano dia-cronicamente, non esclude ulteriori processi di convergenza e nuove soluzioni attualmente non anticipabili.
Riconoscere che la struttura economica delle regioni europee è troppo differenziata per reggere contemporaneamente il sistema euro e un modello di capitalismo unico ed esclusivo e che, almeno in certi casi, i mercati del lavoro possano fallire nel generare l’equilibrio desiderato, significa dar spazio a una regolazione differenziata dei mercati del lavoro in grado di ridurre l’entropia complessiva e facilitare l’individuazione di traiettorie intermedie più sostenibili.
Concepire i differenti sotto-sistemi come distinti modelli di capitalismo può comportare alcuni vantaggi. E questo è ancor più valido se la prospettiva di analisi riguarda sia la dimensione sin-cronica sia quella dia-cronica. Anzitutto, aiuta a chiarire una volta per tutte come la comparazione tra diverse regioni in sede di implementazione e di valutazione delle politiche dell’UE vada condotta ponendo attenzione non tanto alle medie quanto alle varianze delle variabili chiave. Questo porta a privilegiare comparazioni su base regionale e a non escludere ipotesi di aggregazioni funzionali in “macro aree” o “euro-regioni”. Consente, inoltre, maggior realismo nella percezione degli effetti delle politiche economiche sovra-nazionali, riducendo il rischio di fallimento sistemico e superando una competizione strisciante tra modelli com’è quella che ha avuto luogo nell’ultimo ventennio.
In conclusione, il passaggio a una comparazione e una competizione esplicita tra modelli di capitalismo diversi non esclude una potenziale convergenza di lungo periodo nella misura in cui l’evoluzione diacronica dei modelli faccia emergere i benefici netti attuali e prospettici di ciascun modello sia nell’ambito della Zona euro sia dell’UE.

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