Trimestrale di cultura civile

Prometeo non salva

  • AGO 2022

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L’inventore della tecnica che a lungo ci ha serviti e protetti, si erige a signore e profeta del tempo presente e soprattutto di quello a venire. Con il risultato di aver prodotto una infruttuosa contrapposizione nei confronti della cultura umanistica. Un derby inconcludente, poco spettacolare, noioso. Tale processo di separazione è una novità piuttosto recente. Per diversi secoli ha prevalso altro: cultura della mano e cultura del cervello hanno frequentato gli stessi territori. Hanno scelto con reciproca soddisfazione le stesse acque. Fino a che punto lo squilibrio attuale che non reca vantaggi alle due “culture” guiderà il gioco della conoscenza? Il tempo e la ragionevolezza potrebbero suggerire un corso di recupero, opportunamente aggiornato, di un rapporto autentico, dialogico tra cultura umanistica e scientifica. Lasciandosi alle spalle visioni egemoniche. Divisive. Produttrici di deficit.

Un Paese fuori equilibrio

Paese squilibrato, il nostro, che procede per rimozioni e contrapposizioni. Fino agli anni Sessanta del secolo scorso era tutto proiettato verso la cultura umanistica, con un conseguente ed evidente deficit di cultura scientifica e tecnologica, al quale hanno contribuito molteplici cause storiche e ideologiche: assenza di cultura illuministica e positivistica, tardivo sviluppo industriale, prolungata egemonia idealistica, disinteresse politico abbinato alla diffidenza popolare. Né ci si è preoccupati – ma forse neppure ci si è accorti – che in questo modo veniva anche disatteso l’art. 9 della Costituzione, secondo il quale “La Repubblica promuove […] la ricerca scientifica e tecnica”. Ora, questo stesso Paese, tutto asservito al monoteismo tecnologico, mette in atto una vera e propria cesura e censura degli studi umanistici, in particolare classici, all’insegna della duplice accusa: sono conservatori e inutili.

La sciagura delle “due culture”

La separazione tra cultura umanistica e cultura tecnico-scientifica è novità recente. Per secoli, poesia e scienza, pensiero filosofico e pensiero scientifico, cultura della mano e cultura del cervello hanno frequentato gli stessi territori, hanno nuotato nelle stesse acque. Dall’antichità classica al Medioevo, dal Rinascimento all’età moderna fino al Novecento, era ritenuta completa solo la “formazione circolare” (enkýklios paidéia) che contempla e coniuga studi umanistici e scientifici.

La visione della natura come base del sapere è all’origine della nostra cultura, e risale al pensiero ionico e presocratico del VII sec. a.C., al cui orizzonte unitario i filosofi contemporanei hanno sentito il bisogno di ricongiungersi: penso in particolare a Martin Heidegger che intende la natura (physis) in senso originario come l’essere pieno e integro non prodotto dall’uomo e quindi non ancora intaccato dalla tecnica; e a Karl Popper col suo invito a tornare ai Presocratici (Back to the Presocratics), considerati i padri della “tradizione critica”.

Lo stesso Cicerone nei Confini del bene e del male (3, 73) dichiara che nessuno può rendersi conto appieno del valore dei quattro precetti interiori (“obbedire al tempo”, “seguire il demone”, “indagare se stessi”, “non eccedere”) senza la conoscenza della natura (sine physicis): come a dire che quel “tetrafarmaco” va iscritto – e addirittura incardinato – nella scienza: una sorta di quinto comandamento.

Lucrezio, come il suo maestro poetico Empedocle, compone il De rerum natura in versi; Seneca, deciso a indagare “prima se stesso e poi l’universo” (Lettera 65, 15 me prius scrutor, deinde hunc mundum), attende parimenti al corpus delle opere morali e alle Ricerche sulla natura; i programmi della Schola Palatina, voluti da Carlo Magno e rimasti in vigore per tutto il Medioevo, prevedono, oltre alla teologia, le arti del trivio – grammatica, retorica, dialettica – e del quadrivio, aritmetica, geometria, astronomia, musica; la grande stagione dell’umanesimo, che rivendicherà e reinventerà l’insuperata dichiarazione di Terenzio, Homo sum, humani nihil a me alienum puto (Sono un uomo e penso che nulla di quanto riguardi gli uomini mi sia estraneo), dispiegherà tutti i saperi con una potenza e una grazia tali da erigersi a modello universale al quale continuiamo a ispirarci.

Di lì a poco quell’equilibrio e quella concordia discors dei saperi si sarebbero infranti.

Ne sono i prodromi tre grandi movimenti di pensiero e visioni del mondo: la rivoluzione scientifica del Seicento con i suoi protagonisti, Bacone, Newton, e soprattutto Galileo, con l’affermazione irreversibile del metodo sperimentale e il congedo definitivo dal metodo sillogistico-deduttivo di Aristotele; la rivoluzione dei Lumi, che, sintetizzata nell’imperativo kantiano “osa sapere” (sapere aude), rivaluterà tutti i saperi, compresi quello tecnico e scientifico, per cui l’Enciclopedia del letterato Diderot e del matematico d’Alembert porterà come sottotitolo Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri; infine, la rivoluzione positivistica dell’Ottocento.

Ma l’incrinatura più significativa tra Scienza e Humanities è avvenuta tra gli ultimi decenni dell’Ottocento – con l’avvento imperioso della macchina – e i primi del Novecento. La letteratura sull’argomento ci dice che – preceduto nel dibattito nel 1881 da Thomas H. Huxley e da Matthew Arnold (Scienza e cultura) e ripreso nel 1962 da Frank Raymond Leavis (Due culture?) – sarà il chimico e romanziere Charles Percy Snow nel 1959 a formulare l’arcinota espressione di “Due culture” nel libro dal titolo omonimo.

Il primato di Prometeo

Ma, a mio avviso, è oggi, ai nostri giorni, che si compie la vera frattura tra il sapere umanistico e il sapere tecnico-scientifico. La discontinuità, questa volta, è stata improvvisa; e la transizione, veloce; anzi le transizioni sono continue, ancora in corso, e sempre più veloci.

La tecnica, propriamente la tecnologia, nata come alleata della scienza per soccorrere l’uomo, oggi non è più strumento: grazie all’uomo, diventato demiurgo di se stesso, essa è protesi che supera e perfeziona l’uomo e la natura. La tecnologia va a intaccare e invadere gli stessi domini della natura, dalla genetica alle neuroscienze e all’intelligenza artificiale. Assistiamo all’eclissi perfino di parole che ritenevamo uniche, inalterabili e insostituibili, come “padre” e “madre”, “figlio” e “figlia”: certificate prima dal sangue, il ghénos, poi dal nómos, la legge, e ora dalla téchne, la provetta.

Di qui l’avvento di un nuovo lessico: dall’umano al transumano, al postumano.

Prometeo, l’inventore della tecnica che a lungo ci ha serviti e protetti, si erige a signore e profeta del tempo presente e, soprattutto, di quello a venire, esplicando tutta la potenza e le potenzialità del suo étimo: Prometeo, colui che “comprende (metis) prima (pro)”, “il lungimirante”, il quale ci consegna un uomo competitivo con la macchina, combinato con la macchina, aumentato dalla macchina e anche minacciato dalla macchina. È lui a trionfare in ogni spazio, nella vita individuale e in quella associata, pubblica e privata, e ci consegna un duplice messaggio: l’impotenza della politica e la soggezione dell’uomo affetto dalla “vergogna prometeica”, secondo la formulazione di Günther Anders, l’autore dell’opera L’uomo è antiquato.

Prometeo capta il novum, “il mai visto”, “il mai udito”, “il mai sperimentato”; è orientato al futuro; adotta il paradigma sostitutivo della dimenticanza; interviene sulla vita intesa come biologia (zoé); dà risposte immediate; sa di sapere; segue l’opinione comune (doxa) e il pensiero dominante; si iscrive nello spazio (www); adotta i mezzi più efficaci; semplifica la complessità; conosce i linguaggi specialistici.

Ma è tollerabile essere giganti e planetari col web e con lo spazio, e nani e provinciali col tempo? È possibile recidere, in una sorta di marcionismo culturale, ogni legame con la storia? È giusto separare la “cura della tecnica” (philotechnía) dalla “cura dell’uomo” (philanthopía)? A pagare il prezzo più alto di questi orizzonti dimidiati sono i giovani, i quali, staccata la spina della storia, credono – invertendo la sentenza di Mahler – che la tradizione sia non già “la salvaguardia del fuoco, ma l’adorazione delle ceneri” e finiscono per vivere una sorta di “Inferno dell’Uguale” (Byung-Chul Han), senza la cognizione della distanza, senza il pathos della differenza, senza l’eros dell’alterità.

Socrate ovvero l’umanesimo necessario

A Prometeo sarà necessario affiancare Socrate: l’inventore del dia-logo, il professionista dell’ignoranza (“so di non sapere”), lo stalker interrogante. Apostolo di quel pensiero che rimanda al notum dei padri e della storia, egli concepisce la vita come esistenza individuale (bíos), segue il pensiero scientificamente fondato (epistéme), scruta i fini, interpreta la complessità, conosce il linguaggio comune (koinós) della polis. Come può captare il novum chi non ha familiarità col notum?

Abbiamo bisogno di uno come Socrate, fuori moda, controcorrente, eretico (atopos: “fuori posto”, lo definisce Platone) e universale (kosmios: “non sono né Ateniese né Greco, ma del mondo”, secondo Plutarco, Sull’esilio 600 e-f), il quale, seguendo la voce del proprio demone, osava dichiarare di essere l’unico ad Atene a praticare l’arte della politica (Gorgia 521 d). Socrate è stato “colui che per primo ha richiamato a gran voce la filosofia dal cielo (devocavit e caelo), l’ha trasferita nelle città, introdotta nelle case e portata a interessarsi della vita, dei costumi, del bene e del male” (Cicerone, Tuscolane 5, 10).

Abbiamo necessità di umanesimo e di Socrate come suo profeta: un umanesimo inteso non come riedizione di un momento culturale storico, non come l’altra metà del pensiero e del sapere, non come punto di vista particolare sul mondo, ma come capacità di fronteggiare una triplice responsabilità, di cui l’ideologia tecnocratica – tutta protesa al paradiso terrestre di “un’Atene digitale” e all’utopia illimitata di una “società postmortale” – non si cura: riscoprire il pensiero interrogante, nella consapevolezza che l’ars interrogandi è più difficile ma più decisiva dell’ars respondendi; riappacificarci col tempo, mortificato e divorato da un presente deprivato sia della memoria sia del progetto; e soprattutto possedere una visione complessiva delle cose. Wilamowitz la chiamava “coscienza dell’insieme”, Elias Canetti “la metamorfosi del reale”, Steve Jobs “la connessione dei punti”, Umberto Eco “l’arte della sintesi”, Massimo Cacciari “la scienza dell’intero”. Chi non mette in relazione con il tutto le singole parti e i frammenti dei vari saperi può dire solo mezze verità: e quindi mentire.

È il pensiero umanistico che ci abilita al pensiero lungo, intero, completo, e che costituisce la trama della tradizione culturale. A questo proposito, rivelatrice è la curiosa storia che racconta Michel Serres. Per la ricostruzione della diga di Assouan, fu costituito un comitato composto di ingegneri idraulici, costruttori edili, tecnici dei materiali ed ecologisti. Intervistato da un giornalista, egli domandò meravigliato perché non ne facessero parte anche un filosofo e un egittologo. Stupito del suo stupore, il giornalista gli chiese: “A che cosa sarebbe servito un filosofo in un comitato di questo tipo?”. Serres rispose: “Avrebbe notato l’assenza dell’egittologo”.

Chi ha il futuro nel sangue?

Bene la robotica e l’intelligenza artificiale, che ci sgravano dal lavoro e ci liberano tempo, diagnosticano e curano malattie, facilitano la logistica: ma per quale tipo di vita? Nel “mondo nuovo” (che con qualche ansia ci evoca il Brave New World di Aldous Huxley!), quale spazio avranno “rispetto (aidós) e giustizia” (díke), i due valori fondanti della politica secondo Platone? La philotechnía andrà di pari passo con la philanthropía?

Non sarà da escludere un duello finale tra tecnocrazia e tecnologia, tra la violenza (krátos) della tecnica e la ragione (logos) dell’uomo. Allora non sarà sufficiente il faber Prometeo, ci vorrà il civis filosofo Socrate, che ha familiarità con la sintesi, con l’insieme, con l’intero: “sinottico”, come diceva Platone (Repubblica 537), il quale arrivò a teorizzare che “ciò che tiene insieme lo Stato è proprio il condividere felicità e sofferenze” (Repubblica 462 c), dimensioni non individuali e private ma collettive e pubbliche.

“È una meravigliosa ingiustizia: puoi essere uno scienziato di terzo rango, ma se sei in una buona squadra il successo è assicurato. Nell’umanesimo forse la totalità della nostra materia è dietro di noi: ogni giorno io penso a Dante, Shakespeare, Mozart, Rembrandt. Per lo scienziato il prossimo lunedì è per definizione più interessante di quello passato” (G. Steiner, La verità è sempre in esilio, in La Repubblica, 1 giugno 2006).

Non concordo con questa affermazione del compianto e mai abbastanza rimpianto George Steiner: non solo gli scienziati e i tecnologi, ma anche gli umanisti hanno il futuro nel sangue. È il pensiero umanistico, è la filosofia, intesa come cura del pensiero dell’uomo e sull’uomo, la struttura dura, l’hardware che fa girare i programmi dei saperi specifici. Tutto il resto è software.

Dovremmo non solo recuperare il patrimonio acquisito del pensiero umanistico ed esplorarne le possibilità inespresse ma, con lo sguardo rivolto al domani, ripensarne la vocazione: per non trovarci impreparati quando la tecnica e Prometeo libereranno del tempo da dedicare al lavoro del nostro spirito; quando offriranno nuove opportunità e sfide alla nostra ansia di verità; quando la nuova parola d’ordine sarà non più andare ma stare.

 

Ivano Dionigi è Professore emerito di Lingua e letteratura latina dell’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, di cui è stato anche rettore.

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