Trimestrale di cultura civile

Facciamo della cattedra un palcoscenico

  • AGO 2022
  • Carlo Dignola
  • Umberto Galimberti

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Nella vita non andiamo avanti perché qualcuno ci spinge, ma perché qualcosa ci attrae. Ma se il futuro è nebbioso, come facciamo a motivare i ragazzi? La nebbia è dovuta, in modo particolare, al rovesciamento del rapporto tra l’uomo e la tecnica. Con il dominio smisurato della tecnica. Un fenomeno di esondazione che investe tutti i piani. Ma la forma di contrasto non è il ritorno all’umanesimo di Lorenzo Valla, ma a quello che non si pone in antitesi alla scienza. Anzi. E ciò non vuol dire una contrapposizione al cristianesimo. Anzi. La scuola, davanti a questa trasformazione, ha il compito di guardarla in faccia. Ricreando un’empatia anche “teatrale” tra chi la vive. Nel segno di un’educazione che non è prestazione, che non è immediatamente mercato. Pensieri e parole di Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista.

Umberto Galimberti è un pessimista: ma un pessimista molto lucido, di quelli che ci aiutano a vedere le cose come stanno. A liberarci da una lunga e intricata serie di illusioni. È convinto che nella nostra cultura, e nel modo in cui viene trasmessa, si sia insinuato un tarlo: “Le nuove generazioni crescono nel nichilismo più tremendo, che Nietzsche ha così definito: manca lo scopo. Manca la risposta alla domanda: ‘Perché?’. Il futuro per loro non è una promessa, se non è una minaccia diretta, è certamente qualcosa di imprevedibile. Oggi non possiamo dire a un ragazzo: impegnati, studia, vedrai che ce la farai. Quando io mi sono laureato sapevo benissimo che nel giro di un anno avrei fatto un concorso, avrei vinto una cattedra e avrei insegnato al liceo. Oggi un giovane che si laurea in Filosofia, la prima cosa che deve mettersi in mente è che non insegnerà mai filosofia. Nella vita non andiamo avanti perché qualcuno ci spinge, ma perché qualcosa ci attrae. Ce lo dice bene Aristotele: non procediamo per cause efficienti, ma grazie alle cause finali. Ma se il futuro è nebbia, come facciamo a motivare questi ragazzi? Perché mi devo impegnare, perché mi devo dare da fare? E alla fine: perché devo stare al mondo? Ci sono, purtroppo, tanti suicidi in età scolare. Questo è il nichilismo, profetizzato da Nietzsche 150 anni fa. Diceva il filosofo: lo capirete tra cinquant’anni. Ci abbiamo messo il triplo. Ora però il quadro comincia a esser chiaro”.

È questo mondo iper-tecnologico che ci sta deprimendo?

Il rapporto fra l’uomo e la tecnica si è completamente rovesciato, perché la tecnica è aumentata in maniera impressionante e, come dice Hegel, quando un fenomeno aumenta quantitativamente si genera anche un mutamento qualitativo radicale. Se arriva un terremoto di 2° grado della Scala Mercalli, neanche ce ne accorgiamo; se è un terremoto di grado 9, questo edificio in cui siamo io e lei crolla. L’aumento della quantità di un fenomeno determina la variazione della sua qualità. Così non possiamo più dire che la tecnica è uno strumento nelle mani dell’uomo. C’è ancora molta gente che pensa che la tecnica, se la usi bene, è buona, se la usi male è cattiva. Ma non sei più tu che la usi, tu sei usato dalla tecnica.

Il mondo va troppo in fretta per la nostra elaborazione culturale?

La psiche è un processo lento, tutti processi umani sono lenti, mentre quelli tecnologici sono velocissimi. Trent’anni fa, quando scrivevo il mio Dizionario filosofico per la Utet, non c’era il computer. I telefonini sono nelle nostre mani da vent’anni. E la progressione è continua. La nostra psiche non è in grado di reggere questa velocità. E ormai la tecnica, la nostra capacità di fare, è enormemente superiore alla nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. Una volta scrivevi una lettera e dopo una settimana, forse, ricevevi una risposta. Chi rispondeva aveva il tempo di riflettere. Oggi la riflessione è fuori gioco perché è un processo troppo lungo, devi rispondere emotivamente immediatamente con un “mi piace” o “non mi piace”.

Dovremmo provare a staccarci, a disconnetterci da tutto questo?

Si può scegliere, oggi, di non avere il telefonino? No, perché altrimenti si rischia l’esclusione sociale. Potete scegliere di non usare il computer? No, perché non sareste più in relazione con nessuno. La tecnica non è la tecnologia: il microfono, il tablet, l’automobile sono tecnologia. La tecnica è la forma più alta di razionalità mai raggiunta dall’ uomo. Una razionalità molto semplice, che consiste nel raggiungere il massimo degli scopi con il minimo dei mezzi impiegati. La tecnica oggi diventa, proprio per questa sua razionalità, la forma stessa del mondo. Dunque, l’uomo non può fare altro che il funzionario di questi apparati. I filosofi lo dicono già da un secolo, ha cominciato nei primi anni del Novecento Oswald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente, lo hanno detto Heidegger, Jaspers, Gunther Anders, Emanuele Severino. La tecnica è già esondata oltre l’orizzonte tecnico, ed è diventata sociologia, e psicologia. La produttività e l’efficienza sono i valori imposti dalla tecnica, gli unici rimasti.

La tecnica è l’essenza dell’uomo?

In un certo senso sì. L’uomo ha perso, nella sua evoluzione, l’istinto, che è una delle caratteristiche fondamentali degli animali, dunque, non avrebbe potuto sopravvivere se non si fosse ingegnato con una tecnica, che incomincia quando deve raggiungere una banana e con le mani prende un bastone e la tira giù. L’istinto è una risposta rigida allo stimolo: se io faccio vedere una bistecca a una mucca non la mangia, se le faccio vedere un covone di fieno lo mangia, automaticamente. Gli animali, avendo gli istinti, non hanno bisogno di educazione, né di istituzioni, la loro vita è regolata tutta da quel codice. Che noi abbiamo perduto.

Anche il famosissimo istinto sessuale è così poco istintivo nell’uomo che, in presenza della pulsione sessuale, io posso dedicarmi a tutte le perversioni immaginabili, cosa che non è concessa agli animali; oppure posso indirizzarla verso una meta non sessuale: dipingere un’opera d’arte, scrivere poesie o romanzi. Lo stesso Sigmund Freud all’inizio della sua ricerca parlava di “Instinkt”, poi ha abbandonato questo termine per l’uomo e ha adottato la parola “Trieb”, che noi traduciamo con pulsione, spinta. L’uomo è così poco organico con la natura che non avrebbe i mezzi di sussistenza per sopravvivere. Come dice bene un grande antropologo e filosofo, Arnold Gehlen, nel suo L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, l’uomo è “una natura mancante”. Mentre la gazzella appena nata si mette subito a correre, e sa che dovrà farlo tutta la vita, l’uomo no, è un essere plastico. Noi possiamo vivere all’Equatore così come al Polo Nord: se portiamo un leone al Polo Nord muore, e se portiamo l’orso bianco all’Equatore idem. Gli animali sono vincolati al loro codice istintivo, l’uomo no. Non siamo determinati, non siamo uguali ai nostri figli, con tutto il rischio che ne consegue. L’animale sa quello che deve fare, l’uomo invece dev’essere educato: il processo educativo, infatti, dura un bel po’ di anni, una volta fino a 15/16/17, oggi anche fino a 30.

Gli animali non hanno bisogno di istituzioni perché l’istinto regola i loro comportamenti di gruppo, noi invece, essendo soggetti non guidati dagli istinti, abbiamo bisogno di istituzioni che contengano in qualche maniera le nostre pulsioni, in modo da creare una comunità con la minor conflittualità possibile.

La tecnica, però, ci ha preso la mano.

Heidegger nel 1952 scrive che inquietante non è tanto il fatto che il mondo si trasformi in un enorme apparato tecnico, più inquietante è che non siamo affatto preparati a questa radicale trasformazione. E ancora di più, che non abbiamo un pensiero alternativo a quello che sa solo far di conto. Anche l’arte oggi diventa arte nella misura in cui è inserita nella razionalità del mercato, se prova a rimanere al di fuori di esso non è arte, è solo un’espressione biografica.

Heidegger considerava il nichilismo, prodotto dal dominio della tecnica, come un destino, il destino del nostro tempo. E diceva che ciò che possiamo fare è accorgerci di quest’“ospite inquietante” e guardarlo in faccia.

Diceva, giustamente, che è inutile che questo “ospite inquietante” (riprendeva una espressione di Nietzsche) cerchiamo di fermarlo sulla porta, perché si aggira già per la casa. Bisogna guardarlo bene in faccia. Io cerco di guardare bene in faccia come è fatto questo mondo attuale, perché se noi cominciamo, per ragioni di auto-conforto, a pensare che le cose non sono poi messe così male, non stiamo lavorando per migliorarle.

Cosa possiamo contrapporre alla tecnica? L’umanesimo?

L’umanesimo non consiste tanto nelle opere di Lorenzo Valla, nella dimensione letterario-poetica del nostro Cinquecento: l’essenza dell’umanesimo è la scienza, perché con essa – come dice giustamente Cartesio – l’uomo diventa “dominator et possessor mundi”. Padrone del mondo. Le humanae litterae fanno da corredo, da ornamento, ma il vero possesso del mondo si realizza mediante il metodo scientifico. Questa è la grande rivoluzione, che inizia alla fine del Seicento. E non avviene, attenzione, in antitesi con la religione, nient’affatto: le proposizioni della scienza sono fondamentalmente una laicizzazione del modello giudaico-cristiano. Dice il Genesi: “Dominerai sugli animali della Terra, sui volatili del cielo, sui pesci delle acque marine”. Nella visione cristiana l’uomo è il vertice del creato a cui è consegnata la Terra affinché la domini.

Il cristianesimo ha diviso il tempo in tre parti: il passato, che è negativo, è male, è pregiudicato dal peccato originale; il presente che è redenzione, il futuro che è salvezza. La scienza la pensa esattamente nella stessa maniera: il passato è ignoranza, il presente è incerto, il futuro è progresso. Anche Marx era cristiano: il passato è ingiustizia sociale, il presente è far esplodere le contraddizioni del capitalismo, il futuro è la giustizia sulla Terra. Persino Freud, che pure scrive un libro contro la religione, L’avvenire di un’illusione, pensa in modo cristiano: il passato della psiche è trauma, il presente è analisi, il futuro è guarigione. Tutti sono cristiani in Occidente, anche gli atei, perché il cristianesimo non è solo una religione, è un inconscio collettivo, e tutti guardano al futuro come il luogo in cui verrà redento il passato. Che la scienza venga dalla religione ce lo dice chiaramente già Francesco Bacone quando nel Seicento afferma, nel Novum Organum, che con la scienza e con la tecnica noi mitigheremo le pene a noi inflitte a causa del peccato originale. Oggi non si insegna più neanche catechismo, invece io ricordo benissimo che le pene inflitte da Dio dopo la caduta sono, all’uomo, la fatica del lavoro, “guadagnerai il pane con il sudore della fronte”; e alla donna “partorirai con dolore”: c’è una perfetta coerenza tra teologia cristiana e scienza. Ma oggi Dio è morto. Se si toglie la parola “Dio” dal mondo medievale non si capisce niente di esso, ma se si toglie la parola “Dio” dal mondo contemporaneo si capisce ancora benissimo. E ancor più se metto al suo posto la parola “denaro”, che è diventata il generatore simbolico di tutti valori.

La razionalità della tecnica tende a espellere dalla nostra vita esperienze come l’amore, il dolore, la creatività... Ma questa è tutta la ricchezza dell’umano.

Infatti, e viene messa fuori gioco. Quando dico: “Io ti amo”, ho fatto un discorso chiaro, preciso. Gli innamorati però si scambiano parole piene di doppi sensi, di cariche semantiche, di valori simbolici, di insicurezze espressive: per la tecnica tutto questo è solo confusione linguistica; un disastro dal punto di vista logico; una perdita di tempo. Tutta questa roba via! Via il sogno, che è irrazionale, via l’immaginazione, via l’amore. Via il dolore. Tutte cose che devono sparire, e infatti lo si sta già facendo.

Le stesse parole “amore”, “dolore”, se ci pensiamo bene stanno uscendo dal discorso pubblico: non vengono più usate, se non di nascosto.

Ancor più: la cosa che sparisce è il linguaggio. Tullio De Mauro nel 1976 fece un sondaggio: un ginnasiale conosceva 1.600 parole. Lo ha ripetuto vent’anni dopo e gli studenti ne conoscevano solo 600. Oggi temo che siano 200...

Veramente poche.

Sì. Si usa la stessa parolaccia per esprimere esaltazione, dolore, felicità, sfortuna, sempre la stessa per tutte le emozioni: dipende da come la “intoni”.

Un po’ come avveniva nel linguaggio primitivo, pre-alfabetico.

Non è che le parole siano lo strumento del pensiero: la mente pensa e la parola poi esprime. No, è il contrario: tu puoi pensare limitatamente alle parole che conosci. Non puoi pensare una cosa di cui non possiedi il termine. Quindi un impoverimento del linguaggio è un impoverimento del pensiero. Queste sono le conseguenze finali del disastro della scuola.

Il mondo dell’istruzione ha la responsabilità di quanto sta accadendo?

Enorme. Oggi si misura la prestazione, di te non importa niente. La scuola in Italia non è mai stata pensata per l’educazione e l’istruzione degli studenti. È sempre stata pensata come posto di occupazione per i professori. Io non ho paura di un professore che plagia i suoi studenti, ho paura di un professore che li demotiva.

L’aspetto empatico nell’educazione è importante.

Fondamentale! I professori dovrebbero studiare un po’ di teatro, la cattedra è un palcoscenico. Se uno spiegasse la Divina commedia come fa Roberto Benigni, invece di incarognirsi sulla Battaglia di Campaldino nella nota 32 a pagina 51, gli studenti leggerebbero anche Dante.

Oggi si parla molto di difesa dell’ambiente. La Terra, però, è in pericolo a causa della tecnica, sono le tecnologie umane ad aver messo in scacco certi meccanismi che hanno funzionato per milioni di anni. Abbiamo uno spazio per correggere gli effetti della tecnica? La tecnica si può in qualche modo auto-riparare?

Questa è una domanda importante. La risposta è che solo la tecnica ci può aiutare a evitare i disastri prodotti dalla tecnica. Tutte le altre dimensioni che conosciamo sono dualistiche: il sistema della giustizia crolla se l’ordine dei giudici dice che il vero non è distinto dal falso, che il giusto e l’ingiusto non esistono. La tecnica invece non è binaria, non ha un suo contrario. Si alimenta dei suoi stessi errori, gli errori sono un’occasione di potenziamento. Tutte le altre invenzioni umane hanno paura del proprio negativo, la tecnica no. Chernobyl è stato un disastro tecnico, ma per ripararlo siamo ricorsi di nuovo a un intervento tecnologico. La tecnica divora i suoi errori. La tecnica non ha un contraddittorio, perché non assume mai le sue posizioni come definitive. Questo è un vantaggio enorme.

Siamo in un’era di decadenza?

È ovvio. Si chiedeva giustamente Gianni Baget Bozzo: “sopravviverà l’Occidente alla fine del cristianesimo?”. La risposta è no. Ma non perché sono arrivati gli immigrati a portarci via i nostri valori, ma perché noi per primi li abbiamo dimenticati. Quando andiamo in Cina, noi che abbiamo inventato i diritti dell’uomo e la democrazia, facciamo silenzio: vale solo il mercato.

Umberto Galimberti è Professore ordinario di Filosofia della Storia all’Università Ca Foscari di Venezia; filosofo, sociologo, psicoanalista e giornalista.

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