Quadrimestrale di cultura civile

La spina dorsale di un paese forte
delle sue diversità

Non solo l’agricoltura e l’artigianato ma anche l’industria italiana si sono costruiti negli ultimi due secoli sfruttando la varietà, l’operosità, la creatività di tutto il territorio. Oggi molte aree sono attraversate da momenti di crisi, ma né il liberismo selvaggio né il ruralismo della “decrescita felice” sono la soluzione: ci vogliono forme di alleanza tra Istituzioni e Terzo settore, industriali coraggiosi e nuove tipologie di governance per capire la sfida culturale in atto e trovare soluzioni inedite. In molte aree, questo tipo di approccio sta già sfidando la crisi: lo raccontiamo  

L’Italia è composta soprattutto dalle cosiddette “aree interne”, e non solo dalle ricche e produttive zone urbane e metropolitane, che tanto successo hanno avuto nei processi di industrializzazione e concentrazione demografica degli ultimi due secoli. Sono la sua spina dorsale: coprono il 58% del suolo nazionale, ma ospitano una popolazione che rappresenta meno di un quarto di quella complessiva; una quota destinata oltretutto a diminuire a causa dello spopolamento, al quale si aggiunge l’invecchiamento più accentuato, fenomeno che incide anche sulle dinamiche del lavoro: i giovani se ne vanno verso le città, e i redditi delle aree interne finiscono per derivare, in prevalenza, dalle pensioni.

Tuttavia statistiche recenti ci dicono anche che la Val Gardena, nella Provincia autonoma di Bolzano, è un’area interna (certamente molto benestante) che ha tassi di natalità assai superiori alla media italiana: comuni come Santa Cristina hanno registrato circa 14,5 nati all’anno per mille abitanti rispetto ai 6 nazionali.

L’Italia interna è un mondo a due facce: montagne che si spopolano, ospedali e sportelli bancari che chiudono (ne parlano in questo numero di Nuova Atlantide Paolo Grignaschi e Carlo D’Onofrio), treni che viaggiano a una media di 50 chilometri l’ora e corriere che non passano mai (Roberto Zucchetti ci racconta quanto il trasporto pubblico sia ormai da decenni un servizio non garantito in modo uniforme); nei piccoli centri il 21,5% delle famiglie ha difficoltà anche a trovare una farmacia e il 56,6% addirittura un supermercato. Eppure l’interno del paese ospita anche distretti economici di grande successo, aziende multinazionali che non solo pagano buoni stipendi, ma supportano un vero e proprio “welfare locale”.

Con questo numero di Nuova Atlantide abbiamo voluto proporre ai nostri lettori un piccolo viaggio in questi territori che non godono di grande copertura mediatica ma che ci parlano di una rivitalizzazione delle comunità locali in atto, sebbene in maniera non uniforme.

L’Italia è sempre stata, storicamente, un paese molto diversificato, che nei suoi momenti migliori ha saputo fare proprio della diversità un veicolo di successo, e che per questo però ha bisogno di modelli di sviluppo differenziati. Siamo andati a osservare da vicino qualche caso, per mostrare come anche in un momento di pericolosa decrescita industriale, con il paese che arretra dall’automotive alla grande chimica, dall’acciaio al tessile-moda, con i costi dell’energia crescenti a causa di sconsiderate guerre, ci sono aree creative che funzionano e si rinnovano.

Andrea Colli, docente di Storia Economica in Bocconi ci ricorda che un “mantra” degli storici che hanno studiato il processo di industrializzazione dell’Italia già nell’800 era la persistenza di tradizioni manifatturiere ancorate “in territori variamente disseminati”. Una vocazione radicata che attraverso “un periodo di lungo adattamento e trasformazione” sarebbe stata la spina dorsale anche dell’Italia degli ultimi 80 anni: nelle “aree cosiddette della fascia prealpina e collinare, comprese tra il biellese e la zona pedemontana veneta, si sono insediati sistemi produttivi basati su specializzazione manifatturiera, energia a basso costo (i torrenti prealpini)”: dalla lana alla seta, ai mobili, al ferro, bacini e territori industriali, spesso (ma non sempre) nella forma della piccola e media impresa hanno retto a lungo la nostra vita civile e il nostro benessere. Ma negli ultimi decenni hanno dovuto affrontare una sequenza di “chiusure e dismissioni”.

Oggi, dunque, come vanno le cose all’interno del paese? Ce lo racconta Claudio De Vincenti, professore di Economia Politica all’Università La Sapienza di Roma, che è stato anche ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno. Scatta una fotografia impietosa della situazione: “A dieci anni dal varo della Strategia nazionale per le aree interne erano state spese meno del 12% delle risorse programmate. È forse questo dato sintetico a darci la dimensione dei ben magri risultati ottenuti fin qui”.

Certo, dalla Val Chiavenna alle Madonie esistono problematiche molto diverse, ma i processi che spingono le persone a confluire nelle zone urbane sono molto forti, hanno cause profonde. Le valli alpine che sono riuscite a evitare lo spopolamento sono quelle dove si è creata un'attività economica attraente, oggi “molto centrata sul turismo, ma che ha anche saputo curare l'agricoltura e l’artigianato locale”.

Occorre – dice De Vincenti - “ricostruire la Strategia Nazionale per le aree interne intorno al rapporto corretto tra principio di sussidiarietà e governo delle esternalità su cui deve basarsi un efficace sistema di governo multilivello”. La dotazione di infrastrutture e servizi è condizione necessaria per arrestare il declino demografico, “ma non sufficiente”, se quella zona non ritrova “una propria vocazione produttiva e lavorativa che dia ai giovani una prospettiva di vita”.

È, insomma, una sfida culturale quella che il paese ha di fronte, “al di là dei problemi di governance”: il punto chiave è riuscire a “fare comunità”, superando la monocultura del neoliberismo, e accettando e promuovendo diversi modelli di sviluppo, da un certo ritorno di lavori agricoli al Sud, a nuovi investimenti industriali, fino alla gioiosa calata dei divi di Hollywood nei fiabeschi paesaggi della Toscana, del Salento o della Lucania.

Le aree interne – scrive, con Raffaele Marini, Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile - sono un asset prezioso pur nell’evidenza di una fragilità. A tutti gli effetti rappresentano un punto di equilibrio del Sistema Paese”. In esse oggi “non si tratta solo di proteggere il paesaggio, di promuovere energie rinnovabili, ma di garantire la permanenza delle comunità, l'accesso ai diritti fondamentali e la capacità di generare valore economico senza depauperare il capitale naturale e culturale”.

Come spiega Anna Finocchiaro, presidente di Italiadecide, la cultura è una leva di trasformazione. Messa da parte l’idea tradizionale di politiche misurate esclusivamente sulla “messa a reddito” di beni culturali di ciascun territorio, oggi bisogna “considerare l’investimento in cultura come asse di sviluppo innanzitutto sociale, con riflessi ed effetti sulle comunità”. Andando alla ricerca di strumenti nuovi, e sfruttando le potenzialità messe in campo dai sempre più diffusi e pervasivi servizi telematici: l’avvento dell’Intelligenza artificiale, la telemedicina, il lavoro a distanza, l’internet satellitare fanno sempre più della Rete un fattore potenzialmente rivoluzionario rispetto all’assetto geografico del paese.

Giuseppe Frangi, giornalista esperto d’arte, oltre che di società, ci racconta quanto certi interventi culturali possano diventare un elemento di rinascita delle aree interne. Come nel caso, famoso, di Gibellina, cittadina siciliana distrutta dal terremoto del 1968 e poi ricostruita. O di altre esperienze virtuose, nella Val di Taro, nell’Alessandrino, in Trentino. O come la scommessa riuscita ad Aliano, borgo solitario nella Val d’Agri in Basilicata, dove ogni anno si tiene il festival di paesologia “La Luna e i Calanchi” inventato dal poeta Franco Arminio, “popolare e infaticabile cantore di quest’Italia marginale”.

Tra l’agosto e l’ottobre del 2016, un terremoto ha sconvolto l’Italia centrale. La politica locale si è impegnata a favorire la riparazione socio-economica per contrastare il fenomeno dello spopolamento già evidente prima del terremoto: “La persona è sempre stata al centro delle nostre comunità” dice il Commissario straordinario per la ricostruzione Guido Castelli. “L’utilizzo di tecnologie all’avanguardia è la cifra della ricostruzione”.

Giacomo Oliva, assessore al Turismo del Comune di Triora, in provincia di Imperia, ci racconta di questa piccola ma dinamica comunità montana a 800 metri d’altitudine, al confine tra Francia, Piemonte e Liguria, che grazie a 414 orgogliosi e creativi abitanti e all’impegno dell’amministrazione locale, che ha sfruttato i fondi previsti dal Pnrr, è protagonista di un percorso di rinascita.

Molte aree interne, dal Friuli alla Sicilia, dispongono di notevoli potenzialità, “che possono diventare un fattore di sviluppo nel segno e nel senso della transizione ecologica”. È il caso delle comunità rurali e montane che possono contribuire a promuovere la rigenerazione dei luoghi; con il contributo determinante delle reti di imprese - scrive Luca Di Salvatore, ricercatore di Diritto del lavoro nell’Università del Molise.

Uno degli esempi più affascinanti è quello che ci racconta Giuseppe Alfarano, sindaco di un piccolo comune calabrese arroccato sulle colline della Locride, Camini, che all’inizio degli anni Duemila rischiava l’estinzione: “Case sventrate, scuole chiuse, giovani in fuga e un silenzio irreale che gravava sulle piazze. Eravamo un paese fantasma. La rassegnazione era il sentimento dominante; quel "tanto qui non cambierà mai nulla" che è il peggior nemico di ogni amministratore”. Camini era considerato l’ennesimo caso di spopolamento del Mezzogiorno d’Italia. Invece le cose sono andate in altro modo. Alfarano nel 1998 ha lasciato il suo studio di architettura a Firenze per tornare alle proprie radici e accettare la sfida di ridare vita a un paese dato per spacciato: “Il rilancio è stato il frutto di un’alleanza profonda tra l’istituzione comunale e il Terzo settore”.

Paolo Venturi, direttore di Aiccon, centro di ricerca sull’Economia Sociale dell’Università di Bologna, e Giovanni Mulazzani, docente di Diritto amministrativo e pubblico dell’Alma Mater, descrivono le Cooperative di comunità, un piccolo mondo in cui “l'impresa non è un corpo estraneo ma un sistema vivente che condivide il destino del luogo in cui opera. Questa resilienza, supportata oggi da dati statistici robusti, dimostra che la cooperazione è l'unico modello capace di presidiare la marginalità, operando una vera e propria metamorfosi: da luoghi dell'abbandono a laboratori di rigenerazione civile”. Il numero delle Cooperative di comunità italiane “è passato in breve tempo da 188 a 321 unità, distribuite capillarmente in 70 province. È un segnale chiaro di un modello replicabile che risponde a una domanda di attivazione civica diffusa”. Ma occorre “una visione politica che superi l'approccio assistenzialista. Le Cooperative di comunità sono attori della sussidiarietà circolare e come tali vanno trattate. Perché proteggere queste realtà significa proteggere la democrazia economica del paese”.

Una forma di “neomutualismo” che non è, scrivono Venturi e Mulazzani, sintetizzando il senso di questo numero di “Nuova Atlantide”, “un nostalgico richiamo a forme arcaiche di assistenza, ma una risposta istituzionale innovativa a quello che definiamo "fallimento del mercato e dello Stato". Laddove il modello di business estrattivo e la logica del servizio standardizzato falliscono, la cooperazione di comunità si manifesta come una infrastruttura socio-economica in grado anzitutto di “rafforzare la coesione sociale e promuovere sviluppo sostenibile”.

Luca Santini, presidente della Federparchi sottolinea l’esigenza di una cura responsabile delle aree naturali protette: 25 parchi nazionali, 134 parchi regionali, 32 aree marine e centinaia tra Riserve statati e regionali sono “un patrimonio naturalistico di valore inestimabile”, aree abitate da “una miriade di comunità operose”, preziosa risorsa per l’eco-turismo, l’agricoltura biologica, la pesca sostenibile”.

Gli Stati Uniti già nell’800, proprio negli anni della grande industrializzazione, avevano capito che preservare ampie porzioni di territorio incontaminato avrebbe avuto non solo un ritorno economico importante, ma salvaguardare spazi di contemplazione della bellezza e della libertà umana avrebbe contribuito a un senso di identità e di unità nazionale decisivo – ci racconta Alfred Runte, uno dei più stimati storici dell’ambiente americani.

Tutte esperienze che ci dicono, insomma, che le aree interne, quando sono intelligentemente governate, sono una risorsa fondamentale, e che si possono costruire luoghi di vita anche nei siti che possono apparire per vari motivi più compromessi: contro un’economia di breve respiro, contro l’individualismo e la rottura dei legami sociali occorre un’iniziativa capace di far riemerge le risorse dei territori. E il filo rosso di tutte queste esperienze è la persona, il suo valore relazionale, la sua capacità di costruire luoghi di vita. Quando si ha una visione, un ideale, ciò favorisce sempre un tentativo di costruzione in maniera creativa: è questa la provocazione del numero di Nuova Atlantide che sfogliate.

Ricordando la distinzione che Cicerone, romano provinciale (nato nel Frusinate) poneva tra l’"urbs", la città delle pietre, e la "civitas", la cerchia di anime che la abitano. Le aree interne devono tornare a essere dei luoghi non solo produttivi ma anche umani. E per valorizzare queste esperienze che sorgono dalla società non bastano (anche se sono necessarie) le idee e l’iniziativa di minoranze creative: ci vogliono industriali di valore, e nuovi strumenti di governance.

Carlo Dignola è giornalista, fotografo e scrittore

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