La penisola, con la sua specifica configurazione geografica, ha visto sorgere realtà imprenditoriali competitive anche a livello internazionale. Veri e propri distretti industriali in aree del Paese insospettabili. Si tratta di esperienze industriali che hanno segnato il nostro percorso di crescita: una storia importante che dice di una creatività trasversale ai settori. E che conviene ricollocare al centro dell’attenzione per evidenziarne l’originalità quale fattore trainante della crescita di territori. Inclusi quelli fuori dai tradizionali coni di luce.
Centro o periferia?
Un mantra degli storici del processo di industrializzazione dell’Italia preunitaria si incardina su una visione dell’economia della Penisola caratterizzata, pur nelle sue differenze, da una solida persistenza di tradizioni manifatturiere ancorate in territori variamente disseminati sul territorio del futuro Stato unitario che, per incuria di uomini e volontà straniera, precipitò irrimediabilmente – tra sedicesimo e diciassettesimo secolo – alla periferia di un’Europa economica e industriale, destinata di lì a poco ad affermarsi quale centro pulsante dell’economia (e della geopolitica) mondiale. E questo nonostante la lettura pessimistica di una involuzione economica che vedrebbe l’investimento fondiario, finanziario in beni rifugio come unica soluzione alla perdita del primato detenuto dall’Italia negli anni gloriosi del Rinascimento.
Indubbiamente, quella che fu definita “mera espressione geografica”, poi destinata a una rocambolesca unificazione politica, visse per lungo tempo tale marginalizzazione economica e, quindi, anche politica. L’Italia precipitò, nelle parole di Carlo Cipolla, alla periferia dell’Europa, con una struttura del commercio estero caratterizzata da una schiacciante prevalenza del settore agricolo e dell’investimento fondiario, paga di esportare prodotti a medio-basso valore aggiunto a fronte di una ridotta importazione di beni più sofisticati funzionali alla produzione industriale. Un “equilibrio di bassi consumi”, come è stato felicemente definito.
Ma la vocazione manifatturiera radicata in molti territori della penisola, pure nelle difficoltà contingenti, era ben difficile da spegnere. Piuttosto, avrebbe attraversato un periodo di lungo adattamento e trasformazione.
Alle origini dei territori
Non sorprende, quindi, che nell’Italia preunitaria, agricola e periferica vadano prendendo forma, a partire da solide premesse di natura artigianale ancorate nel tempo lungo della storia, alcuni “territori” manifatturieri, spesso, come è logico, dipendenti dalla principale attività agricola, anche se non esclusivamente.
a) Nelle campagne, da nord a sud della penisola, prendono forma nuclei produttivi legati al settore primario, in cui i protagonisti sono gli stessi contadini nelle fasi di rallentamento del ciclo agricolo: tessuti (lana, canapa, seta greggia), paglie per produrre cappelli e ornamenti, calzature, mobili, suppellettili – prodotto più che dell’ingegnosità, della necessità di integrare il magro salario contadino.
b) L’artigianato, poi, non abbandona gli ambiti urbani. Il declino delle corporazioni non coincide, infatti, con l’inaridirsi dell’attività produttiva di centri urbani, da sempre usi a sopravvivere su un mix di servizi e produzione manifatturiere, per le necessità di chi grano non produce, ma lo consuma grazie ai denari guadagnati altrove.
c) Tutto questo, in un processo ancora poco analizzato dagli storici, circola, a dispetto di barriere fisiche e tariffe doganali tra stati preunitari, dando origine a un’affascinante economia manifatturiera basata su specializzazioni territoriali. I coralli artigianalmente prodotti a Napoli raggiungevano tanto Milano quanto Parigi e Mosca.
Tutto questo costituisce una premessa fondamentale per il progressivo emergere di territori geograficamente definiti e focalizzati, specializzati nella produzione di un determinato bene, che in seguito prenderanno il nome di distretti industriali.
I territori come fulcro del processo di industrializzazione
La peculiarità del processo di industrializzazione italiano è questa presenza costante di territori industriali, su cui si innesteranno le ondate successive di industrializzazione – a volte, sovrapponendovisi, a volte del tutto etero-generate, ma che non ne toccheranno mai la base profonda. Per esempio, il processo di prima industrializzazione, caratterizzato dall’emergere e consolidarsi del settore tessile-cotoniero prima, siderurgico e meccanico poi, darà origine a veri e propri poli industriali sparsi per la penisola, che si affiancheranno agli antichi territori industriali, a volte interagendovi. La Falck, che apre i battenti nel 1906 a Sesto San Giovanni, si avvarrà infatti delle competenze professionali di molti operai emigrati dal vicino distretto siderurgico lecchese. L’elettrificazione incipiente consentirà sia l’incremento di produttività nelle imprese cotoniere, siderurgiche e meccaniche dell’area dell’Alto Milanese, sia il potenziamento degli innumerevoli laboratori cittadini dell’artigianato urbano del capoluogo. E lo stesso andava accadendo negli altri centri urbani in espansione nella penisola.
I non-territori
Saranno gli anni successivi al secondo conflitto mondiale a segnare un ulteriore tornante nel processo di industrializzazione del Paese, con lo sviluppo – questa volta sotto l’egida costante dell’intervento pubblico – di realtà industriali quasi sempre trapiantate in territori alieni all’attività manifatturiera e, proprio per tale motivo, caratterizzati da un reddito pro-capite largamente inferiore rispetto alla media della penisola.
La Sicilia, la Sardegna, larga parte del sud – inclusa l’area pugliese e tarantina – nello specifico divennero, come noto, aree privilegiate di un processo di industrializzazione allogeno, privo di alcun legame col territorio e fondamentalmente slegato dalle preesistenti dinamiche sociali ed economiche.
I territori nel Miracolo economico
L’Italia industriale del dopoguerra e del Miracolo economico fu dunque un caleidoscopio di esperienze industriali, sempre ancorate ai territori, ma di segno molto differente. La Commissione Economica all’Assemblea costituente aveva colto bene la superficie del fenomeno, senza però indagarne più di tanto le dinamiche strutturali, quando definiva la struttura produttiva del paese come un oceano di piccole imprese in cui galleggiavano, isolati, degli iceberg di grandi dimensioni.
Ma sia il mare delle piccole imprese che gli iceberg erano, a loro volta, il prodotto di dinamiche differenti, alcune di lungo, anzi lunghissimo periodo, altre molto più recenti.
In un sistema come quello italiano, in cui secondo il primo censimento dell’età repubblicana gli addetti all’agricoltura superavano di misura quelli nell’industria e nei servizi, la piccola impresa continuava a rivestire un ruolo peculiare, sotto almeno tre livelli.
Il primo, di naturale trait d’union tra il variegato mondo delle campagne, dei loro prodotti, e il mercato. Le cosiddette “piccole imprese contadine”, che trasformavano prodotti di base della terra, inclusi quelli di natura alimentare, ma non solo, erano onnipresenti nelle campagne. Paglie, terrecotte, legname, ma anche trasformazione di rudimentali materie prime agricole quali pellami, o semplicemente i residui della macellazione degli animali, spesso davano origine a realtà artigianali uniformemente sparse su un territorio dominato dal settore primario, i cui “cascami” si trasformavano in prodotti vendibili e commerciabili per loro natura, e grazie all’ingegno di chi necessitava di integrare in qualunque modo il magro reddito campagnolo.
Il secondo livello, più articolato e complesso, e anche più geograficamente determinato, era quello delle aree caratterizzate da una specializzazione produttiva manifatturiera definita, marcata e diffusa, che a volte risultava talmente preponderante da lasciare il settore agricolo sullo sfondo, quasi in maniera marginale. Si tratta in larga parte delle aree della fascia prealpina e collinare, comprese tra il biellese e la zona pedemontana veneta, in cui, quasi senza discontinuità, si susseguono sistemi produttivi basati su specializzazione manifatturiera, energia a basso costo (dai torrenti prealpini), una terra educata ma non generosa e in cui da secoli si radicano attività produttive svolte da artigiani-contadini per cui il cambio di ruolo è qualcosa di ovvio e naturale: dalla lana, alla seta, ai mobili, al ferro, bacini e territori industriali si susseguono, prima alimentati da fonti di energia naturali, poi, col progredire della tecnologia intorno alla fine dell’Ottocento, rivoluzionati dall’applicazione dei motori elettrici che esaltavano capacità produttive già radicate nel territorio. Larga parte dei futuri distretti industriali non saranno altro che sovrapposizioni moderne a questi mondi manifatturieri attivi nel tempo lungo.
Un terzo livello, sovente dimenticato, è quello dell’artigianato rinchiuso nelle cerchie cittadine da tempo immemorabile. Terminata l’età delle corporazioni sei, settecentesche, le città e i borghi maggiori si erano trasformati in centri di trasformazione e nobilitazione della produzione campagnola. Il caso di Milano è significativo: il tessuto stesso della città, che comprendeva una cerchia di vie d’acqua (i navigli) che consentivano di legare convenientemente le campagne al centro urbano attraverso un efficiente sistema di trasporti, dava origine a una miriade di laboratori incuneati nel centro storico in cui mobilio, tessuti, abbigliamento, accessori per la casa e per la persona trovavano “nobilitazione”, come si diceva, o incremento di valore aggiunto con l’arricchimento di ulteriori lavorazioni tipiche dell’artigianato urbano.
I territori che generano territori
Il tempo aveva, poi, arricchito il territorio di concentrazioni manifatturiere. Né urbane, né contadine, ma sostanzialmente specializzate in strutture produttive variegate, che sfruttavano antiche direttrici (i corsi d’acqua) ma anche le innovazioni messe a disposizione dalle più recenti rivoluzioni tecnologiche. Ne è una rappresentazione più che efficace il territorio dell’Alto Milanese, che largamente coincide con in corso del fiume Olona, originato dall’area collinare varesino-prealpina e dilagante poi verso la pianura milanese, che tra metà Ottocento e i primi decenni del Novecento vede innestarsi un sistema produttivo sempre più articolato e moderno, fatto di concerie, impianti di produzione tessile, calzature e, non da ultimo, di prodotti più moderni quali cellulosa, e poi plastica a uso industriale.
Conclusioni: la persistenza generativa dei territori
La lunga, lunghissima storia dell’Italia “manchesteriana” fatta di manifatture e campagne non finisce naturalmente qui. Se alcuni bacini industriali, in particolare quelli a tecnologia più matura, o quelli – da Marghera a Taranto, da Ottana a Priolo – “impiantati” sul territorio per iniziativa politica al fine di alleviare in maniera purtroppo transitoria problemi di povertà strutturale, saranno, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, soggetti a un inesorabile declino, culminato in chiusure e dismissioni durate almeno tre decenni. A resistere, non senza difficoltà, saranno invece i territori dei distretti, radicati nelle tradizioni manifatturiere e commerciali della penisola almeno dagli anni del Rinascimento. E dai distretti, non di rado, vanno oggi maturando imprese di dimensioni più consistenti rispetto al modello tradizionale di piccola e piccolissima impresa. Imprese di dimensioni “medie” in termini di fatturato e addetti, ma soprattutto caratterizzate da una non comune capacità innovativa e di internazionalizzazione commerciale e produttiva, in grado di occupare stabilmente nicchie specializzate di portata globale. Un altro frutto, per molti versi inatteso, della fecondità dei territori manifatturieri della Penisola.