Quadrimestrale di cultura civile

La dignità in primo piano

di Card. Sean O’Malley / Arcivescovo Metropolita di Boston

La visita pastorale di Papa Francesco nel febbraio scorso alla città di Juarez, al confine tra Messico e Stati Uniti, è arrivata in un momento in cui la questione dell’immigrazione assume un’importanza crescente in molte aree del pianeta, e quindi le sue parole hanno avuto un eco che è andata molto al di là di questi due Paesi. La visita è stata provvidenziale perché, messe di fronte a una crisi globale, le democrazie dell’Est e dell’Ovest hanno enormi difficoltà a pensare, a parlare e ad agire in modo produttivo nei confronti di questa crisi. Negli Stati Uniti la questione della politica dell’immigrazione, che colpisce milioni di persone nel Paese e migliaia alle frontiere, ha prodotto al tempo stesso solide convinzioni e profonde spaccature. Dal punto di vista politico siamo in una fase di stallo, condizione spesso fronteggiata dalle democrazie, ma che in questo caso sembra essere permanente.
Fra queste divisioni, di fronte a dibattiti spesso privi di civiltà e ancor più di compassione, Papa Francesco si è focalizzato sulla dimensione umana della crisi dell’immigrazione. La quale implica due verità profonde: la dignità di ogni persona e l’umanità che abbiamo in comune. Queste due verità, ripetutamente sottolineate dal ministero e dagli insegnamenti del Santo Padre, sono il cuore della crisi della migrazione, che si insinua negli strati basilari della nostra esistenza ed è, al tempo stesso, globale, nazionale e locale.
Globale perché, in un mondo, in un mercato e in un’economia globalizzati, la migrazione ci sarà sempre. In un mondo dove idee, risorse e interessi varcano i confini nazionali ogni ora del giorno, lo stesso accadrà alla gente, che sia per scelta, per costrizione o per disordini locali. Le migrazioni hanno segnato la storia dell’umanità per millenni: oggi hanno raggiunto proporzioni storiche. Fanno parte della nostra vita.
L’immigrazione diventa, allora, una questione nazionale, in quanto gli Stati devono modellare le loro politiche interne nell’orizzonte di un mondo globalizzato. Dato che sono in gioco la vita e la dignità umana, è ragionevole aspettarsi che le politiche nazionali uniscano a standard di sicurezza garantiti la compassione verso coloro che, spesso e volentieri, affrontano situazioni che mettono a repentaglio la loro vita e il riconoscimento del fatto che politiche nazionali come quella statunitense creano presupposti, buoni o cattivi, per altre politiche.
Le politiche nazionali diventano un problema a livello locale, perché i migranti e i rifugiati hanno bisogno di accoglienza, sostegno e comprensione laddove arrivano. Diversamente da altri problemi a livello globale, quali il controllo delle armi o rapporti finanziari complessi, l’immigrazione è uno di quei problemi che impegna la gente sul piano più capillare dell’esistenza.
Come, dunque, deve essere affrontata questa sfida di livello globale, nazionale e locale? Il Santo Padre parte sempre dalla persona, dalla sua dignità, dalla sua umanità, dai suoi bisogni e dai pericoli affrontati quotidianamente. Il suo ministero ha costantemente agito all’insegna del superamento di confini e frontiere apparentemente invalicabili, ma che, in realtà, sono aperti alle iniziative e alle politiche umane. Le sue visite pastorali e i suoi insegnamenti oltrepassano ogni frontiera. Ed è quello che ha fatto, con conseguenze di un certo spessore, anche nella sua visita negli Stati Uniti. Dunque, imparare da lui significa che il primo problema della politica dell’immigrazione deve essere l’identità degli immigrati e dei rifugiati entro i nostri confini.
Come pensiamo a loro, come parliamo loro, come decidiamo che la politica sia profondamente e interamente influenzata da come li vediamo. Possiamo chiamarli migranti o rifugiati, possiamo descriverli come siriani o salvadoregni, possiamo conoscerli come musulmani o cristiani. Ma partire da questo è un errore e finire con questo è un fallimento dal punto di vista morale. Nessuno di questi appellativi, per quanto importanti, va a fondo del significato più profondo della crisi dell’immigrazione. Prima di ogni altra cosa, in ogni migrante, rifugiato o famiglia che fugge dal pericolo e dall’indigenza noi vediamo una persona umana con la nostra stessa vulnerabilità di fronte alla guerra, ai conflitti, alla povertà e alla discriminazione.
Troppo spesso i nostri dibattiti pubblici sono incentrati su aspetti secondari dell’identità umana. Religione, razza, etnia, e nazionalità sono importanti, ma in primo piano devono esserci la dignità e l’unicità umana. L’antica credenza religiosa secondo cui ognuno di noi è opera di Dio, oggi è stata rafforzata dalla scoperta scientifica del carattere di unicità del DNA. Non possiamo ignorare questa verità se dobbiamo rispondere con la nostra umanità a coloro che sono in pericolo e bisognosi d’aiuto.
La mia speranza e la mia preghiera sono che la visita di Papa Francesco presso il confine messicano-statunitense ci aiuti – credenti o no – a mettere in primo piano la dignità e l’umanità. Siamo invitati, a mio giudizio, a ripensare profondamente il nostro mondo, il nostro Paese e le nostre convinzioni. La migrazione è generata, per scelta o costrizione, dal nostro mondo. Il nostro mondo deve promuovere una politica che combini compassione e sicurezza. Le nostre convinzioni, religiose e razionali, vengono sfidate e invitate a fare uso della compassione e dell’efficacia necessarie per affrontare l’odierna crisi.
 

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