Quadrimestrale di cultura civile

Dadaab, Kenya. La sfida dell’educazione nel più grande campo profughi del mondo

di Andrea Bianchessi / Cooperante AVSI a Nairobi, Kenya

I profughi in Kenya: contesto e sfide attuali
613.844 sono le persone in Kenya con status di profugo o in attesa di ottenerlo (UNHCR, dicembre 2015); 445.000 provengono dalla Somalia, in maggioranza arrivati nel 1992 a causa della guerra tra clan e lo sgretolamento del governo centrale a seguito dell’estromissione del presidente somalo Mohamed Siad Barre nel 1991. Molte decine di migliaia sono scappati negli anni successivi sia per il protrarsi del conflitto interno, sia a causa di ripetuti periodi di siccità frequenti nel centro-sud della Somalia; e, ancora, diverse migliaia sono nati qui in Kenya da genitori profughi.
Ci sono anche 125.000 persone che provengono dal Sud Sudan, scappate da conflitti e da avversità climatiche in questi ultimi decenni. Infine, altri 40.000 sono scappati dal Burundi, dall’Etiopia, dall’Eritrea, dalla Repubblica Democratica del Congo, dal Rwanda, dalla Tanzania, dall’Uganda. Hanno tutti percorso almeno 200 km, a piedi, con sofferenze enormi lungo il percorso, anche attaccati da animali feroci, molti non ce l’hanno fatta e sono morti nel tragitto.
Arrivano in Kenya, uno dei Paesi più politicamente stabili ed economicamente in crescita dell’Africa, sperando di trovare assistenza e un futuro migliore. Circa 60.000 profughi vivono nei quartieri informali di Nairobi, come Eastleigh (conosciuta come la “piccola Mogadiscio”) mentre quasi tutti gli altri si trovano in due grandi campi, Kakuma, nello Stato Turkana (nel nord del Kenya), quasi al confine con il Sud Sudan, aperto nel 1994, con 200.000 profughi, e a Dadaab, nello Stato di Garissa, al confine con la Somalia, aperto nel 1992, attualmente conta 350.000 persone. Quindi, ormai, per i primi profughi Kenya è casa loro. Infatti, nei campi, assieme alle tende e a baracche di lamiera, ci sono anche casette molto semplici, spesso costruite con legno e terra, ma che hanno tutta l’impressione di essere case definitive. Nel campo si è sviluppata anche un’economia locale; la gente si dedica all’allevamento, alla produzione di ortaggi, al piccolo commercio anche con frequenti scambi di beni lungo il confine con la Somalia; queste attività assieme anche alle rimesse dei parenti che hanno raggiunto località sicure in Europa e Nord America, integrano gli aiuti alimentari donati dal World FoodProgramme.
Il 6 maggio 2016 qualcosa è cambiato. Il Ministero degli Interni del Kenya ha dichiarato di non essere più in grado di gestire i profughi, di voler quindi chiudere i campi, in particolare Dadaab, entro il 2016, provocando così il forzato rientro dei profughi nei loro Paesi d’origine. Il principale motivo dichiarato è dato dai costi, soprattutto in termini di vite umane e di sicurezza. La causa è Al-Shabaab, il gruppo terroristico affiliato ad Al Qaeda che periodicamente assalta militari e civili. Dal campo di Dadaab, secondo il governo keniota, è partito il commando che il 2 aprile 2015, ha ammazzato 147 giovani dell’Università di Garissa, distante appena 100 chilometri. A Dadaab i miliziani trovano terreno fertile per il reclutamento di nuove leve. Questo attentato è successivo a quello del settembre 2013 al centro commerciale di Westgate di Nairobi dove sono state ammazzate 68 persone e a quello di giugno 2014 in un hotel e in un ufficio della polizia a Mpeketoni costato la vita a 48 persone. Questi attacchi hanno avuto rilevanza sui mass media occidentali, ma in realtà sono più frequenti gli attacchi sia in Kenya che in Somalia (dove i militari kenioti sono impegnati nella pacificazione della Somalia nel contingente multilaterale promosso dall’Unione Africana).
Il terrorismo in Kenya non è un fatto recente, già negli anni Novanta ci sono stati attentati, come quello contro l’Ambasciata USA che, nell’agosto 1998, ha tolto la vita a 224 persone. E ormai gli affiliati ad Al Shabaab non sono più solo somali, ma kenioti e non solo della tribù somala, ma anche della tribù kikuyo, maggioritaria e sostenitrice dell’attuale governo. Nelle zone più marginali, dove più alta è la frustrazione per la mancanza di lavoro e di una prospettiva per il futuro, come nel campo profughi di Dadaab, i miliziani di Al Shabaab rischiano di trasformarsi nell’unico modello di vita per molti giovani, spesso ancora bambini; questa attività di reclutamento inizia a vedersi anche negli slums di Nairobi. Nella realtà in cui solo un ragazzo su due frequenta la scuola, l’estremismo diventa un ideale a cui afferrarsi, capace di offrire a chi ha conosciuto solo miseria e umiliazione qualcosa in cui credere.

AVSI: educare alla convivenza, antidoto al radicalismo
Già nel 2013 il governo del Kenya aveva dichiarato la volontà di trovare una soluzione sostenibile e certa al problema dei rifugiati. Ne è seguito il Tripartite Agreement, un accordo tra governo del Kenya, governo della Somalia e UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) per favorire il rimpatrio volontario. Il programma prevede sussidi e supporto logistico al rientro in 9 zone della Somalia. Nel corso del 2015 circa 5.000 persone sono rientrate in Somalia e all’inizio del 2016 si contavano già 14.000 persone.
È ancora presto per tirare le somme di questo programma, certo che AVSI fin dal 2009 promuove interventi a Dadaab volti a facilitare l’empowerment delle persone, in modo che acquisiscano capacità da poter spendere sia in Kenya che al rientro nei Paesi d’origine. In particolare AVSI si occupa di educazione: ha ristrutturato e costruito 327 nuove classi di scuola primaria, ha realizzato 25 strutture educative (biblioteche, centri di formazione) e ha formato 1.250 insegnanti, tra cui ci sono anche 200 donne: si tratta di un fatto eccezionale, infatti nel 2011 non esistevano insegnanti donne e, quindi, all’inizio, i mariti seguivano le mogli nei primi corsi, curiosi e un po’ diffidenti rispetto a questa iniziativa. Attualmente AVSI sta formando 600 insegnanti della scuola primaria attraverso corsi in lingua somala riconosciuti sia dal Ministero dell’Educazione del Kenya che della Somalia, che forniscano competenze ai profughi che intendono rientrare in Somalia. Non verrà suggerito o promosso il rientro in Somalia, ma semplicemente si intendono fornire capacità che possono essere utilizzate nel Paese di provenienza e quindi starà a ogni rifugiato valutare se aderire o meno al programma di UNHCR per il rientro volontario.
Inoltre AVSI promuove progetti educativi come strumento imprescindibile di lotta al radicalismo. AVSI crede nella cura dell’educazione integrale della persona come via attraverso la quale è possibile proporre un modo di guardare la realtà come qualcosa di positivo, e promuovere quel desiderio di crescita, giustizia, amore e verità che sono insiti in ogni persona. È da questo tipo di scuola che si può e deve ripartire se si vuole ricostruire un modello di convivenza pacifica.
Inoltre, negli ultimi anni AVSI ha creato gruppi di scout a Dadaab, che è un’altra modalità per promuovere tra i bambini e gli adolescenti valori di amicizia e fratellanza, oltre che un uso positivo del tempo libero, soprattutto nei periodi di vacanza, quando il reclutamento di Al-Shabaab è più intenso. Un effetto positivo, inatteso, è stato che proprio questi ragazzi e ragazze scout hanno spinto alcuni loro coetanei, che avevano abbandonato gli studi, a tornare a iscriversi e frequentare di nuovo la scuola, potendo pertanto proseguire il processo educativo.
Proprio all’interno di questi gruppi scout, qualche mese fa ho conosciuto Khadija e Abdullahh, gemelli, di 14 anni, nati in Somalia e Abdullahi di 14 anni e Lydia di 13, fratelli, nati in Etiopia. Le loro famiglie sono scappate diversi anni fa dai loro Paesi e si trovano adesso assieme nel campo di Dadaab. Questi 4 ragazzi assieme ad altri 82 di 40 scuole del campo di Dadaab hanno passato per la prima volta 4 giorni fuori dal campo, si sono incontrati in un accampamento scout. Qui hanno cantato e ballato, giocato e pregato assieme, hanno cucinato e hanno installato le tende. Abdullah mi disse “saremmo dovuti andare a Nairobi per partecipare a un ritrovo nazionale scout, ma non è stato possibile perché siamo rifugiati; però ho le mostrine degli scout del Kenya, allora perché non ci fanno andare?”. Io avevo ben presente la situazione, le autorità hanno ristretto la possibilità di movimenti fuori del campo e ritirato il permesso inizialmente concesso per un innalzamento del livello di sicurezza, ma questa domanda mi ha spiazzato e commosso. Perché ragazzini dai 10 ai 14 anni sono considerati pericolosi per la società?
A Dadaab le persone sono molto preoccupate per la dichiarazione del governo di voler chiudere il campo, chiedono una valutazione, cercano la rassicurazione che non succederà niente e che potranno rimanere. Le condizioni di sicurezza in Somalia sono ancora critiche, nonostante un embrionale governo e crescenti investimenti nella ricostruzione, e i servizi forniti sono più bassi di quelli che i rifugiati possono trovare a Dadaab. Eppure la nostalgia resta forte. Come quella che anima Mohamed, di 15 anni, arrivato a Dadaab solo pochi anni fa, che canta un pezzo scritto da lui dal titolo What a lovely Place. Si riferisce alla sua patria, la Somalia, e il ritornello è un appello: “peace, peace, peace”!
 

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