L’inaugurazione, il 30 giugno 2016, della presidenza di Rodrigo Duterte ha focalizzato nelle Filippine e altrove l’attenzione sul suo programma contemporaneamente reazionario e populista, un “pacchetto” fatto di lotta con ogni mezzo alla criminalità comune e alla corruzione, decentramento amministrativo, liberalizzazione degli investimenti, politiche di welfare e rilancio della pianificazione familiare, dialogo con la guerriglia comunista e musulmana, riabilitazione della dittatura Marcos e dei politici in carcere per abuso di potere, corruzione e arricchimento indebito. Per il 10 per cento della popolazione filippina coinvolto direttamente in un’emigrazione spesso problematica e per il 30 per cento che in qualche misura ne beneficia, tuttavia, nessun provvedimento specifico annunciato. Lecito attendersi dal “duro” Duterte maggiori tutele, almeno, ma anche questo sarà verificato nei prossimi mesi o anni. Si dovrà fare i conti con la restrizione dei tradizionali mercati di sbocco migratorio a beneficio di Paesi più poveri e ricattabili o più prossimi per fede e tradizioni a quelli riceventi (i musulmani in Bangladesh, Pakistan, Indonesia, ma anche Nepal, Myanmar, Cambogia…). Ancor più ricattabili in un tempo di petrolio in ribasso con blocco di una buona parte degli ambiziosi progetti di sviluppo del Golfo Persico e estesi conflitti mediorientali.
Verso i Paesi del Golfo il governo di Manila ha provato negli anni scorsi a giocare la carta del blocco dell’emigrazione finché non fossero stabiliti orari di lavori dignitosi, un salario minimo mensile di 400 dollari, rispetto verso la pratica religiosa almeno a livello privato e altre condizioni di vita dignitose. Ma il risultato fu un taglio netto dell’immigrazione dalle Filippine. Difficile immaginare ora un rilancio delle economie dell’area, ma nel frattempo la condizione dei migranti è, se possibile, peggiorata. A decine, ad esempio rischiano il patibolo in Kuwait e la Chiesa filippina ha lanciato un appello al proprio governo perché non faccia mancare un impegno costante a favore dei laboriosi cittadini all’estero. Come segnalato a marzo da monsignor Ruperto Santos, vescovo di Balanga e presidente della Commissione per la cura dei migranti della Conferenza episcopale cattolica, “è arrivato il tempo di alleviare le loro sofferenze. Il governo non li abbandoni”. Affermazione arrivata subito dopo la liberazione di Joseph Urbiztondo, da 25 anni in carcere nell’emirato, giudicato colpevole di aver ucciso un collega del Bangladesh. Urbiztondo è riuscito a pagare il “prezzo di sangue”, ad avere salva la vita e a tornare nel suo Paese, ma sono almeno 3.800 i migranti filippini dietro le sbarre in diversi Stati, soprattutto quelli arabi del Golfo. Una novantina i condannati alla pena capitale, di cui una quarantina in attesa di esecuzione nei bracci della morte delle carceri malesi e 27 in quelle saudite.Ricattabile per l’“indispensabilità” della sua emigrazione, il governo di Manila fatica a ottenere tutele adeguate per i connazionali ancor più quando siano già in corso giudizi o per sentenze passate in giudicato. Ultimo filippino a finire decapitato per omicidio in Arabia Saudita, il 29 dicembre 2015, è stato il 35enne Joselito Lidasan. Per lui non era bastata la raccolta di fondi di iniziativa governativa che aveva permesso di versare alla famiglia del datore di lavoro sudanese un milione di dollari. Si cercano anche nuove mete: tra le più ambite, la Corea del Sud dove per compensi tra 600 e 1.000 euro al mese decine di migliaia di filippine arrivano avendo in mano contratti regolari ma spesso “fantasiosi”, perché la legge locale proibisce che le attività domestiche siano espletate da stranieri.
Secondo dati Unicef, i costi sociali della migrazione superano i benefici economici e le prime vittime sono i rapporti e le dinamiche familiari. “La Chiesa ha sempre denunciato la tendenza dello Stato a fare dell’emigrazione a scopo lavorativo uno strumento per risolvere i problemi economici della nazione – dice monsignor Ramon Arguelles, arcivescovo di Lipa e già responsabile della pastorale per i migranti della Conferenza episcopale filippina –. Per oltre trent’anni, le autorità hanno detto che l’esportazione di manodopera era solo una misura temporanea, ma non ci sono segnali di un serio impegno per favorire la creazione di posti di lavoro in patria e migliorare il livello di vita della popolazione. La soluzione del dramma della disoccupazione resta collegata alla ricerca di nuovi posti di lavoro all’estero”.
Il flusso di persone che cercano miglior sorte fuori dal Paese non accenna ad arrestarsi, e ha toccato la cifra record di 1,85 milioni di partenze nel 2011. Particolarmente rilevante la presenza in attività marittime: si calcola che i filippini rappresentino il 30 per cento dei migranti che lavorano in questo settore. Risultato di quattro decenni di partenze incentivate dagli anni Settanta come possibilità per alleggerire l’elevata disoccupazione nel Paese, la tendenza all’emigrazione si è accentuata, anche per l’alta natalità che rende quella filippina una popolazione molto giovane ma con prospettive limitate e soprattutto poco remunerative in patria, nonostante il boom dei call center e la ripresa economica degli ultimi anni centrata su industria e servizi, con la ripresa degli investimenti stranieri. Oltre il 70% dei migranti organizzati nei programmi governativi hanno tra i 25 e i 44 anni di età, con il 60% di sesso femminile mediamente più giovani dei colleghi maschi.
L’emigrazione filippina è la quarta al mondo dopo Cina, Messico e India. Sono 3.000 i cittadini dell’arcipelago che in media ogni giorno si uniscono ai connazionali all’estero, “merce”, soggetta a richiesta e offerta, ma anche a illegalità e sfruttamento. I dati forniti dal Philippine Overseas Employment Administration (Poea), l’organizzazione ufficiale che si occupa della selezione e della preparazione di chi intende emigrare per lavoro, indicano un flusso in crescita delle rimesse, tra gli indicatori economici preferiti a Manila, dato che si tratta di denaro che alimenta i consumi interni, essenziali per le caratteristiche dell’economia nazionale. Il denaro inviato in patria dai lavoratori all’estero è cresciuto da 103 milioni di dollari nel 1975 (quando i migranti ufficiali furono 36mila) a 28 miliardi del 2014, con un’incidenza sul Pil filippino attorno al 10 per cento.
Da qui la necessità, accentuatasi negli ultimi anni, di meccanismi di tutela. Da tempo il fenomeno migratorio è regolato dal governo con iniziative di sostegno e di preparazione tecnica e culturale, ma il reclutamento avviene soprattutto attraverso 1.300 agenzie private (un’eccezione sono gli accordi diretti sui flussi tra governo filippino, sudcoreano e saudita). Un sistema complesso e permeabile a corruzione e abusi.
A partire dagli anni Settanta, gli abitanti dell’arcipelago hanno cominciato a guardare altrove, incoraggiati dal regime di Marcos. Molti sono partiti, ma se la ragione principale che li ha spinti fino in tempi recenti è stata la necessità di mandare denaro alle famiglie e garantirsi un futuro ritorno in patria, da tempo la prospettiva è quella dell’emigrazione permanente, ove le condizioni e le leggi locali lo consentano. Un drenaggio di risorse e capacità per il Paese d’origine, dunque, più che un contributo qualificato – salvo eccezioni – ai Paesi riceventi o alla madrepatria.
E in Italia? Le statistiche Istat segnalano a inizio 2015 (dati riferiti a fine 2014) 168.238 filippini, equivalente al 3,4 per cento della presenza straniera. La regione con il maggiore insediamento è la Lombardia, dove i filippini sono quasi 60.000, il 35,5 per cento del totale degli stranieri registrati. Segue il Lazio con 45.000 presenze. I dati confermano una tendenza in crescita, se confrontati con quelli del 2014 che davano 162.655 filippini e quelli del 2009 con 123.584 presenze. La predominanza di donne conferma l’allarme lanciato dalla Chiesa dell’arcipelago sull’impoverimento che non è solo di risorse umane, di capacità intellettuali, ma anche di risorse per le iniziative ecclesiali – dove le donne hanno un ruolo essenziale – come pure quello ancora più determinante nelle famiglie. L’integrazione nelle comunità filippine nelle parrocchie italiane e nel più vasto network di organizzazioni ecclesiali e movimenti è un elemento importante, che facilita insieme convivenza con la realtà locale e coesione interna, possibilità di alloggio e impiego. Una situazione che risente delle tradizionali divisioni interne per aree di provenienza, lingua e adesione religiosa, nonostante una predominanza di immigrati dalle provincie limitrofe a Manila e dalle aree centrali dell’arcipelago (Visayas), di fede cattolica e di lingua tagalog. Che soffre anche di fenomeni deteriori, sebbene poco visibili all’esterno della comunità, come usura, azzardo e adulterio.
Attraverso gli organismi che promuovono l’assistenza regliosa, la Conferenza episcopale filippina fornisce un attivo sostegno ai migranti, sia in termini di sensibilizzazione ed educazione in patria, sia attraverso l’ampio network di sacerdoti e cappellanie (cui si affiancano iniziative di organizzazioni e gruppi) in molti Paesi. “L’emigrazione è destinata a continuare – ammette rmonsignor Arguelles –. Ciò che la Chiesa nelle Filippine auspica è la riduzione dei suoi effetti negativi e l’intensificazione dei benefici effetti dell’evangelizzazione”.
Gli emigrati stampella dell’economia: il caso delle Filippine
di Stefano Vecchia / Giornalista
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