“La Germania è un Paese forte […]. Siamo riusciti a fare così tante cose. Ce la facciamo!” Su questo “yes we can” della cancelliera Angela Merkel del 31 agosto 2015 gli animi in Germania sono divisi. Fa parte di quella “cultura del benvenuto” nei confronti dei profughi, anzitutto quelli dalla Siria, dall’Afghanistan e dall’Iraq, che è dibattuta in tutta Europa.
Con la crisi dei profughi, la Repubblica federale sta affrontando la più grande sfida dai tempi della riunificazione. Dal suo superamento si decide, da Berlino, il futuro dell’Europa. Le motivazioni determinanti per l’accoglienza di centinaia di migliaia di persone in cerca di protezione non sono state esclusivamente di ordine umanitario, bensì anche geopolitico.
Quando nella notte tra il 4 e il 5 settembre 2015 Angela Merkel e l’allora cancelliere austriaco Werner Faymann concordarono l’apertura dei confini e il libero passaggio di un afflusso di profughi che non si era più visto dai tempi della Seconda guerra mondiale, si trattava di lenire la situazione di necessità di decine di migliaia di persone bisognose di protezione, ma anche di guadagnare tempo per una soluzione politica. Era tuttavia dominante anche la convinzione della Merkel che l’UE, una delle più grandi regioni benestanti del mondo, con oltre 500 milioni di abitanti, avrebbe dovuto essere in grado di accogliere almeno altrettanti profughi quanti ne accolgono singolarmente il Libano, la Turchia e la Giordania. All’origine della crisi stavano una serie di lacune essenziali della politica europea. L’UE non si era mai adoperata seriamente per trovare una soluzione al conflitto siriano. Quando il World Food Program (WFP) ha ulteriormente ridotto le razioni nei campi profughi intorno alla Siria a causa dei tagli ai contributi e i bambini hanno ricevuto i “bracciali della fame”, è cominciata l’ondata di profughi. Anche le autorità governative responsabili non hanno riconosciuto in tutta la loro portata i chiari segnali dell’affluenza imminente. Inoltre è mancata negli Stati dell’UE la volontà di mettere a punto una politica comune sull’asilo.
Stando al Trattato di Dublino, che prevede che i migranti debbano richiedere asilo nel Paese di ingresso nel territorio europeo, in Germania ci dovrebbero essere pochissimi profughi. Dal momento che la Germania ha pochissimi confini esterni all’Unione, il peso ricade anzitutto sui Paesi meridionali. Questi, tra cui l’Italia, per molto tempo, hanno lasciato partire la maggioranza dei profughi verso Nord senza registrarli. Con la “cultura del benvenuto” il principale Paese di arrivo è diventato la Germania (accanto alla Svezia); la Repubblica Federale registra inoltre una stabile crescita economica, cerca lavoratori specializzati e paga ingenti prestazioni sociali ai profughi. Per di più qui vivono già molti migranti provenienti dal Medioriente.
Quando nell’estate del 2015 l’immigrazione è aumentata drammaticamente, la Germania era davanti all’alternativa se attenersi strettamente al Trattato di Dublino e chiudere i confini, oppure accogliere i profughi in massa, per tamponare la situazione. Il governo federale ha deciso per la seconda opzione. “La cancelliera ha voluto essere all’altezza della responsabilità tedesca come ‘potenza centrale’”, sottolinea lo storico berlinese Herfried Münkler. In altre parole: una chiusura dei confini da parte della Germania, potenza centro-europea, avrebbe significato la fine dell’area Schengen e l’inizio della disintegrazione dell’Europa. Ancor di più: un ingorgo di centinaia di migliaia di profughi sulla rotta balcanica avrebbe portato a un crollo dell’ordinamento statale nei fragili Paesi del Sudest europeo, come Macedonia, Albania o Bosnia-Erzegovina, con una ondata di profughi interna all’Europa da questi Paesi, tanto più che il primo flusso del 2015 veniva dai Paesi balcanici stessi.
Da qui si è sviluppata una strategia di politica estera con i seguenti scopi:
– Proteggere i confini esterni europei, per mantenere completamente aperti i confini interni
– Una ripartizione equa degli oneri rispetto all’accoglienza dei profughi
– La trasformazione della migrazione illegale in un processo ordinato, per continuare a offrire protezione ai profughi secondo la Convenzione di Ginevra, espellere velocemente i non aventi diritto all’asilo e sgominare la criminalità organizzata degli scafisti e il commercio di esseri umani.
La Germania ha perseguito questo piano negli incontri al vertice dell’UE, ma fino a oggi esso è stato realizzato solo in parte. Un punto chiave è l’accordo con la Turchia e altri Paesi per il rimpatrio dei richiedenti asilo respinti. In questo modo il governo federale spera di poter mettere in sicurezza i confini esterni dell’UE senza trasformare l’Europa in una fortezza che respinge coloro che cercano protezione – il che sarebbe in profonda contraddizione con i valori umanitari fondamentali dell’Europa. Tale modo di procedere – oltre a un gran numero di altre misure di politica estera – vale anche come modello per i rapporti con i vicini nordafricani nel Mediterraneo. Ancora abbondantemente irrisolta, di fatto, è la ripartizione degli oneri nella UE e la creazione di un diritto d’asilo comune, anche se esistono alcune proposte della Commissione Europea. Una riforma della convenzione di Dublino non si intravede ancora. Con i cosiddetti hotspot – grandi centri di accoglienza in Grecia e in Italia – ci si augura per lo meno di ottenere una registrazione coordinata e un sistema di accoglienza ordinato. Tuttavia in altri Paesi europei non funziona neanche la ripartizione concordata di coloro che vengono accolti sul territorio. Gli Stati meridionali e orientali dell’UE, ma anche la Francia, si rifiutano di accogliere un maggior numero di profughi e ritengono la questione dei profughi come un problema prevalentemente tedesco o nordeuropeo (il governo di Hollande fondamentalmente per fronteggiare l’avanzata del Front National). Inoltre il trattato con la Turchia si scontra con una crescente resistenza anzitutto dell’opposizione e delle organizzazioni non governative. A Berlino e all’UE viene rimproverato di essersi resi dipendenti a senso unico di Erdogan.
Proprio nell’accordo con Ankara emerge tuttavia chiaramente il lato pragmatico e in stile Realpolitik del governo tedesco. È stato il modo per arginare sensibilmente il flusso di profughi. Il fatto che questo sia accaduto anche grazie alla chiusura della rotta balcanica da parte della Bulgaria e dell’Austria appartiene alle contraddizioni di questa politica. Il governo federale è stato allo stesso tempo accusato di mancanza di comunicazione e di aver agito individualmente.
In che modo la Germania affronta il flusso di profughi?
La sfida per la Germania è immensa: secondo dati dell’Ufficio Federale competente per la migrazione e i profughi (BAMF) l’anno scorso sono arrivati in Germania 1,5 milioni di profughi. Di questi, 1,2 milioni sono rimasti in Germania. Al BAMF si presume che quasi 400.000 non abbiano ancora presentato richiesta di asilo. Inoltre il BAMF deve ancora esaminare 350.000 domande di asilo. Finora quest’anno sono arrivati altri 200.000 profughi. In più si aggiunge una rafforzata immigrazione da altri Stati dell’UE.
Con il cosiddetto “terzo pacchetto di asilo”, approvato recentemente, la grande coalizione spera di ottenere il controllo della situazione, almeno a grandi linee, anche dal punto di vista della politica interna. Già nell’estate 2015 il parlamento aveva varato il primo “pacchetto di asilo”, con lo scopo di accelerare il processo di asilo, integrare più velocemente e con migliori prospettive i richiedenti asilo, e respingere più rapidamente nella loro patria i profughi senza possibilità di rimanere. Giovani e adolescenti ben integrati avrebbero ottenuto un accesso migliore al mercato del lavoro. Dall’altro lato sono state rese più rigide le condizioni per un permesso di soggiorno e sono state rafforzate le procedure di identificazione ed espulsione.
Da agosto 2015 l’ondata di profughi è aumentata improvvisamente. Le autorità di confine hanno registrato solo in ottobre 180.000 profughi. Negli ambienti politici berlinesi il panico regna dietro le quinte. La grande coalizione ha lavorato sotto una grande pressione al secondo “pacchetto di asilo” per instradare l’accoglienza in binari regolamentati. Le città e i comuni hanno l’onere principale, poiché sono responsabili per il mantenimento e la sistemazione. Ogni giorno arrivano a Monaco diversi Intercity dall’Austria. Le persone vengono fatte proseguire in treno e in pullman verso altre città e località – dal lago di Costanza fino a Flensburg – in modo da trovare alloggi di fortuna: palestre e padiglioni fieristici, vecchie caserme e accampamenti di container improvvisati. Decine di migliaia di funzionari statali, militari o collaboratori di opere assistenziali, così come innumerevoli volontari nelle comunità ecclesiali o nelle istituzioni sociali hanno lavorato fino allo sfinimento per ottenere questo risultato.
Il 3 febbraio 2016 il Parlamento ha varato il secondo “pacchetto di asilo”. Sono stati così creati in tutta la Repubblica Federale cinque centri di accoglienza, dove transitano con procedura veloce gruppi di richiedenti asilo con minori possibilità di successo: cioè che hanno fornito dati falsi o che hanno intenzionalmente distrutto i documenti, così come persone provenienti da Stati che vengono classificati come “sicuri”. Viene inoltre limitato il ricongiungimento familiare e anche semplificata l’espulsione di profughi con problemi di salute.
Dopo una lunga lotta tra la CDU/CSU e la SPD, il Governo Federale ha approvato il “terzo pacchetto di asilo”, la cosiddetta “legge di integrazione”. Il concetto fondamentale è quello di “sostenere ed esigere”. Ogni migrante con prospettiva di rimanere deve avere almeno una possibilità di integrarsi nella società. Allo stesso tempo il governo insiste sull’integrazione. In questo modo i profughi sono obbligati a frequentare corsi di integrazione, il cui nucleo è l’apprendimento della lingua tedesca e la trasmissione di valori e conoscenze fondamentali sulla società, la politica e il diritto. I corsi dovrebbero essere decuplicati dagli attuali 20 000 a 200 000. In più, sul mercato del lavoro dovrebbero essere creati 100 000 cosiddetti “ein-euro-job” [tipologia di lavoro già esistente in Germania che paga tra uno e 2,5 euro l’ora, senza perdere i benefici destinati a chi ha diritto all’asilo, ndr] grazie a finanziamenti federali. Chi inizia un apprendistato, anche in quanto “tollerato”, ossia come richiedente asilo non riconosciuto, ha la garanzia di poter rimanere in Germania fino al termine dell’apprendistato. Se trova un lavoro, ciò vale per altri due anni. I profughi che sono in grado di guadagnarsi da vivere e che hanno concluso con successo i corsi di integrazione e di lingua, possono ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato già dopo tre anni. Per evitare che tutti i richiedenti asilo si affollino nei grandi centri cittadini, in futuro deve poter essere assegnato loro un domicilio. Di conseguenza gli Stati federali possono imporre un domicilio ai profughi per tre anni o vietare loro di spostarsi in determinati quartieri. La legge è dovuta all’esperienza, fatta in Germania o in Francia, che l’integrazione non è un processo automatico. L’idea che i migranti si assimilerebbero da sé ha portato in passato alla creazione di società parallele e di ghetti.
In futuro si vuole evitare questo, anche attraverso una fitta rete di assistenza statale. Non è ancora chiaro quanto l’accoglienza e l’integrazione costeranno in totale. Il Governo federale stima i suoi costi per quest’anno intorno ai 16 miliardi di euro; gli Stati regionali spendono altri 21 miliardi di euro per la sistemazione e il sostentamento. In ogni caso i migranti devono trovare un lavoro prima possibile, affinché da beneficiari di assistenza divengano contribuenti fiscali. Inoltre l’ambito lavorativo si è dimostrato come la forma migliore di integrazione sociale.
Nello stesso tempo si sta verificando una nuova crescita dell’economia tedesca e la richiesta di personale qualificato sta calando, anche a causa di un invecchiamento della società. Ciò non fa che accrescere l’accettazione dell’accoglienza dei profughi, che mediamente sono molto più giovani della popolazione autoctona. Allo stesso tempo però si confondono nella coscienza pubblica l’accoglienza umanitaria e la migrazione lavorativa, poiché finora è mancata una legge migratoria vera e propria.
L’integrazione nel mercato del lavoro richiederà molti anni. Il livello di istruzione è molto diversificato, ma comunque per lo più inferiore a quello tedesco. I siriani, tra tutti, sono relativamente ben istruiti. Ci sono però tanti analfabeti senza alcuna istruzione fondamentale.
In che modo l’ondata di profughi ha cambiato la Germania?
La maggioranza dei tedeschi continua a dare per scontato che “ce la faremo”. La grande disponibilità di accoglienza da parte della maggioranza della popolazione è sorprendente. Senza di essa lo Stato non ce la farebbe assolutamente.
Molti volontari insegnano tedesco ai profughi, curano i loro bambini, li vanno a trovare nei centri di accoglienza o li accompagnano presso gli uffici statali o dal medico. Inoltre organizzano numerosi eventi sportivi e per il tempo libero. Molti hanno persino accolto privatamente profughi nelle loro case e si occupano di loro. A questa disponibilità ha contribuito inizialmente il consenso di tutti i partiti rappresentati in parlamento alla cosiddetta “cultura dell’accoglienza”: dalla sinistra ai verdi fino alla SPD, a partire dalla loro idea di una società multiculturale. Per la CDU e la CSU per ragioni umanitarie, così come per considerazioni di Realpolitik e partitiche. Anche i media sono stati contagiati per un po’ da un vero e proprio “entusiasmo per l’accoglienza”. Tuttavia, di fronte ai quotidiani reportage televisivi con migliaia di stranieri che affluiscono disordinatamente e senza alcun controllo, nella società civile e nella politica è aumentato il nervosismo. Così la resistenza è aumentata in modo particolare nella CSU ma anche nella base della CDU. Anche tra gli elettori della SPD e della sinistra c’è preoccupazione per la concorrenza sul lavoro e per i costi delle prestazioni sociali. Infine, noti intellettuali, storici e giuristi hanno messo in dubbio la legittimità del comportamento della Merkel riguardo all’apertura stabile dei confini, dal momento che essa non è stata decisa dal parlamento.
Un punto di svolta che ha scosso profondamente l’opinione pubblica sono state le molestie sessuali perpetrate a Caoidanno da profughi prevalentemente provenienti dal Maghreb in alcune città ai danni di centinaia di donne Ciò ha risvegliato tutte le paure accumulate, le riserve e i pregiudizi. Si sono fatte così più forti le voci di coloro che pensano: “Non ce la facciamo”.
Soprattutto, però, sono entrati sempre più chiaramente nella scena pubblica coloro che sin dall’inizio avevano dichiarato “noi non vogliamo farcela”. L’atteggiamento di rifiuto coinvolge anche la classe media. L’opposizione aperta si articola però anzitutto tra i populisti e gli estremisti di destra, soprattutto nell’est della Germania. Il numero degli incendi dolosi ad alloggi per profughi è aumentato improvvisamente. Nei social network si è diffusa una propaganda di odio contro i profughi e tutti quelli che li sostengono. Già prima della crisi dei profughi si erano sviluppate nelle città tedesche orientali le cosiddette dimostrazioni di “Pegida”, abbreviazione di “Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente”. In esse si erano espressi in parte anche comprensibili timori verso una presenza eccessiva di stranieri e verso una perdita della patria. Tuttavia i promotori provengono dall’ambiente dell’estrema destra e strumentalizzano queste paure.
Il rapido rafforzamento del movimento collettivo “Alternativa per la Germania” AfD, nel quale militano anche molti sostenitori di Pegida, ha però contribuito a un cambiamento più persistente dello scenario politico. Questo movimento ha nel frattempo varato un programma di partito, e nelle elezioni regionali ha ottenuto al primo colpo risultati a due cifre in 3 Stati. Se continua così, entrerà in Parlamento alle prossime elezioni del Bundestag. Il suo elettorato proviene dai bacini di tutti i partiti ed è formato da persone che non vedono più tutelate le loro preoccupazioni. L’AfD si è formata infatti durante la crisi finanziaria, ma ha trovato il suo catalizzatore nella crisi dei profughi. Nel suo orientamento programmatico persegue un nazionalismo paragonabile al Front National francese. In nome della priorità degli interessi della Germania, si schiera contro un ulteriore arrivo di migranti, pretende il ritiro dall’Euro e dall’UE e mette in questione la Nato. Tuttavia, dal punto di vista della politica sociale, si trovano in essa molte delle istanze sostenute in passato dalla CDU, come per esempio le politiche per la famiglia o la difesa della vita.
L’integrazione dell’islam è tra le sfide più grandi. È vero che una gran parte dei circa cinque milioni di musulmani si è da tempo integrata in Germania, tuttavia si sono sviluppate anche società parallele, come a Berlino o in centri ad alta concentrazione urbana e industriale della Renania Settentrionale-Vestfalia. Le associazioni che rappresentano la minoranza dei musulmani praticanti sono in parte rigorosamente conservatrici. Molti religiosi arrivano dall’estero – soprattutto dalla Turchia e dal Maghreb – e non parlano tedesco. Ciò che nelle moschee viene insegnato e predicato non è accessibile al pubblico. La richiesta fatta da molti esponenti di punta della Chiesa e della politica, di confrontarsi con il potenziale di violenza presente nelle loro comunità, ha avuto finora scarse conseguenze pratiche.
La forte ondata di immigrazione proveniente da un’area culturale islamica molto conservatrice non rende la situazione più facile. Il fatto che la politica tenda a trascurare questo tema è uno dei motivi che spiegano l’ascesa dei populisti di destra.
In definitiva, la crisi dei profughi ha provocato un terremoto politico e ha ridestato la domanda sull’identità della Germania e dell’Europa stessa.