Tra gli Stati che hanno accolto profughi siriani, il Libano viene spesso indicato dai mass media e dai politici europei come un modello di accoglienza, sottolineando l’enorme quota di rifugiati accolta da questo piccolo Paese rispetto alla propria popolazione. I libanesi, a qualsiasi comunità appartengano, non hanno mai messo in discussione il principio dell’accoglienza di una popolazione in fuga dagli orrori della guerra, lasciando da parte le avversioni politiche che la presenza militare siriana in Libano avevano provocato per lunghi anni. Tuttavia, i problemi non mancano.
Anzitutto, la guerra siriana getta un’ombra cupa sulla situazione politica del Paese, già assai ingarbugliata. Il 25 maggio scorso il Libano ha compiuto due anni senza presidente della Repubblica. Il 25 maggio 2014 terminava, infatti, il mandato di Michel Suleiman senza che il Parlamento di Beirut fosse riuscito a eleggerne il successore. Da allora ci sono state ben 43 convocazioni, rimaste tutte invalidate per mancanza del quorum, pari ai due terzi dei 128 deputati libanesi. Per ora, niente lascia prevedere che qualcosa di sostanziale possa cambiare. L’impasse elettorale sembrava vicina a una svolta decisiva lo scorso gennaio, quando il capo delle Forze libanesi Samir Geagea – allora candidato ufficiale della Coalizione 14 marzo (anti-Assad) – ha appoggiato a sorpresa la candidatura del suo rivale, l’ex generale Michel Aoun. L’intesa tra i due maggiori esponenti cristiani non ha tuttavia sbloccato la situazione. Oggi, la partita si gioca tra due candidati: Michel Aoun – sostenuto dalla maggior parte dei deputati cristiani nonché dagli sciiti di Hezbollah – e Suleiman Frangieh, sostenuto dall’ex premier (sunnita) Saad Hariri e dal presidente (sciita) del Parlamento Nabih Berri. La crisi istituzionale fa apparire il Libano come “una nave senza timone”, hanno dichiarato all’inizio di maggio i vescovi maroniti, che denunciano, dietro lo stallo, un braccio di ferro tra Arabia Saudita e Iran sui vari dossier regionali, a cominciare da quello siriano.
Le ripercussioni del conflitto sulla vita del Paese dei cedri vanno oltre la crisi istituzionale. A livello demografico, il Libano ha visto incrementare la propria popolazione del 30 per cento rispetto al 2011 avendo accolto finora – secondo le cifre ufficiali fornite dall’Onu – oltre 1,2 milioni di siriani. Il numero si avvicina ai due milioni se vengono considerati anche gli operai e i cittadini siriani che non si sono fatti registrare presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) perché in grado di provvedere da soli al proprio sostentamento. Tra i rifugiati registrati, solo 35mila sono stati successivamente collocati in altri Paesi. Un dato importante riguarda il tasso di natalità tra i rifugiati. Negli ultimi cinque anni sono nati 250mila bambini siriani in Libano, quasi il doppio della cifra registrata tra i libanesi nello stesso periodo (130mila). Un dato, questo, che preoccupa molti libanesi, soprattutto in assenza di una prospettiva di soluzione nel Paese vicino e che risuscita lo spettro – paventato in passato relativamente ai profughi palestinesi – di una futura naturalizzazione di massa di parte dei rifugiati.
A livello economico, il quadro rasenta il tracollo. Si calcola che i danni diretti della guerra in Siria sull’economia del Libano siano attorno ai 12 miliardi di euro, considerando che la Siria era l’unico “polmone” terrestre del Libano attraverso il quale transitavano le merci. Il tasso di crescita è così passato dal 7,5 per cento annui nel 2011 ad appena il 2 per cento oggi. Di fronte a questa emergenza, e per supplire ai bisogni più urgenti dei rifugiati (cibo, scuola, sanità), Beirut si è appellata nel 2015 alla comunità internazionale chiedendo 1,87 miliardi di dollari. Di questa cifra ha ricevuto solo il 40 per cento. Nuovamente quest’anno, alla Conferenza dei Paesi donatori tenutosi a Londra, il governo libanese ha chiesto 2,48 milardi di dollari, ma non prevede di ricevere più di un terzo della cifra. Un terreno di disacccordo tra l’Onu e le autorità libanesi è la questione dell’apertura del mercato del lavoro locale ai rifugiati siriani per permettere loro di migliorare il proprio standard di vita. In tempi normali, il mercato del lavoro offriva soltanto 5mila nuovi posti all’anno invece dei 25mila necessari, costringendo l’80 per cento dei giovani laureati a cercare un lavoro all’estero. Il governo libanese accusa le Nazioni Unite di condizionare gli aiuti alla soddisfazione di tale richiesta. Da parte sua, l’Onu sostiene che gli aiuti all’economia e alle infrastrutture locali dovrebbero contribuire alla creazione di nuovi posti di lavoro nelle zone più demunite e a favore dei più bisognosi “compresi i siriani nei settori economici in cui hanno solitamente risposto a una richiesta senza entrare in concorrenza con la manodopera libanese”.
La presenza, tra i rifugiati, di un’importante quota di bambini pone poi numerose sfida al settore educativo. Il ministro della Pubblica istruzione libanese, Elias Abou Saab, ha imposto tre anni fa il doppio turno in 238 scuole pubbliche: dalle 7,30 alle 14 per i libanesi; dalle 14 alle 19 per i siriani. Tale misura ha reso possibile la scolarizzazione di 182mila siriani, pari al 43 per cento degli effettivi totali delle scuole pubbliche anche se poco meno della metà dei 400mila siriani in età scolastica. A essi si aggiungono 38mila siriani iscritti nelle scuole private. A Beirut, l’abbandono scolastico tra i siriani registra solo il 25 per cento, ma il tasso sale al 70 per cento nella Beqaa, dove molte famiglie preferiscono impiegare i figli nei campi per aumentare le entrate. In molte scuole del Paese, il numero degli studenti siriani supera spesso quello dei libanesi. Così a Halba, nel Nord, dove la scuola statale accoglie 167 studenti libanesi e 600 siriani. Per i bambini siriani, la prima sfida riguarda la lingua. In Libano le materie scientifiche vengono impartite in francese o in inglese, mentre in Siria l’intero curriculum si svolge in arabo. Inoltre, l’obiettivo di scolarizzare tutti i bambini incontra grossi problemi economici. Il ministero riceve dalla comunità internazionale 600 dollari per ogni bambino scolarizzato, che il governo usa per provvedere agli stipendi degli insegnanti (6000 sono stati assunti quest’anno) e alle spese di gestione derivanti dall’orario prolungato. I Paesi donatori (tra cui l’Italia) tengono a sottolineare l’aiuto offerto tramite la Banca mondiale, l’Unicef e altri organismi internazionali. Sugli zaini degli studenti appare in evidenza il logo del Paese o dell’organizzazione umanitaria che li hanno offerti.
La Chiesa libanese cerca intanto di alleviare come può le sofferenze di tante famiglie siriane. La diocesi di Batroun, ad esempio, ha scelto di concentrare la sua campagna di Natale sulla raccolta di aiuti in favore dei rifugiati. Tempo fa, il vescovo Mounir Khairallah, accompagnato dai membri della Commissione diocesana della carità ha distribuito a una quindicina di istituti pubblici la somma raccolta, oltre 20mila euro. “Era solo una goccia nel mare dei loro bisogni enormi – ci racconta il prelato-, ma la goia dei professori ci ha commosso. Erano felici di vedere un simile sostegno da parte di privati alla loro missione educativa. A Duma, in alta montagna, due bambini siriani hanno chiesto alla loro maestra se potevano offrirmi un mazzo di fiori che avevano raccolto nel campo. Sono tornato sul posto per abbracciarli e ringraziarli di questo gesto”.
Nel tempo, le condizioni dei rifugiati si stanno deteriorando rapidamente. Esauriti i loro risparmi, molti di loro si trovano impossibilitati a sopravvivere dignitosamente. Secondo Mireille Girard, rappresentante in Libano dell’Unhcr, più del 70 per cento vivono al di sotto della soglia locale di povertà, ossia con meno di 4 dollari al giorno. La maggior parte delle famiglie ha accumulato debiti per affrontare le spese più elementari: cibo, medicine e affitto.
Dietro ogni famiglia di rifugiati stanno traumi di orrori vissuti. Nel quartiere di Sinn el-Fil, a Beirut hanno trovato accoglienza diversi cristiani siriani. Sumaya è madre assira di cinque figli. Arriva da una località sita nella Valle del Khabur, nel nordest siriano, invasa dai miliziani dell’Isis nel febbraio 2015. “Ci siamo salvati per miracolo per il fatto di essere partiti un mese prima dell’attacco”, racconta. Un lungo periplo li ha portati prima a Hassake, sotto controllo curdo, poi ad Aleppo, poi ancora a Damasco prima di raggiungere Beirut. “Abbiamo preso tutte le precauzioni, tra cui quella di tenere nascosti i crocifissi che portiamo al collo. Mi ritengo tuttavia fortunata rispetto alle tragedie patite dai miei compaesani: uccisioni, sequestri di persone, umiliazioni ai posti di blocco e persino conversioni forzate”. “Qui a Beirut – aggiunge – abbiamo condiviso per qualche tempo con un’altra famiglia di rifugiati un minuscolo appartamento, poi mi hanno chiesto di dare una mano nella parrocchia maronita di Santa Rita, mentre due miei figli hanno trovato lavoro in un negozio di vestiti. Questo ha permesso al più piccolo, Yacub, di 14 anni, di portare avanti gli studi in una scuola privata dove ci fanno pagare una retta simbolica”. Una solidarietà interconfessionale che conferma l’ecumenismo del sangue, di cui parla spesso papa Francesco. Le chiediamo dei parenti rimasti in Siria. “Scappano appena possono. Mio padre ci ha raggiunto qualche settimana fa. È completamente distrutto. Mangia poco, dorme poco e versa una lacrima silenziosa ogni volta che pensa a tutti quei beni abbandonati in mano ai jihadisti. Non credeva di dovere assistere, alla venerabile età di 90 anni, a un secondo esodo dopo quello del 1933, allorché aveva sette anni”. Chiediamo a Sumaya se considera il Libano una tappa provvisoria in attesa di vedere riappacificata la Siria. “La pacificazione è impossibile”, risponde con tono categorico. “Non voglio che l’esperienza dell’esodo si ripeta con i miei figli”. L’alternativa secondo lei è solo l’emigrazione in Occidente.
Ma la questione rifugiati ha altri risvolti sociali e politici del tutto imprevedibili per il futuro del Libano. La risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza dell’Onu parla della “necessità di creare le condizioni che permettano il ritorno volontario e sicuro dei rifugiati” nelle regioni di origine. Il governo di Beirut, contesta l’aspetto “volontario” del ritorno e teme di ritrovarsi, una volta finito il conflitto, con centinaia di migliaia di siriani che non vogliono più tornare in patria. In alcuni ambienti si esprimono timori circa la preservazione della “identità” libanese. Ma non tutti vedono il lato negativo della questione. “Le ultime quattro generazioni della mia famiglia sono nate e morte in posti diversi”, ci dice il regista Philippe Aractingi, che in Italia ha proiettato “Sotto le bombe”. “Il Libano è sempre stato un Paese di accoglienza di comunità esiliate. È un’eredità che può generare paura dell’altro, ma non possiamo sottrarci a considerare l’importanza e l’eredità del nostro passato comune”.