Impossibile incontrarli negli hotel a sette stelle di Abu Dhabi o tra i turisti che frequentano le spiagge delle isole artificiali di Dubai. Eppure a costruire tutto questo, forgiando i sorprendenti skyline in continua evoluzione dagli Emirati Arabi al Qatar, sono stati proprio loro: i milioni di lavoratori stranieri che negli ultimi anni si sono riversati nel Golfo Persico con il miraggio di queste terre che, insieme al petrolio, promettono (ingannevolmente) di stillare ricchezza per tutti. Ma basta alzare lo sguardo sulle onnipresenti impalcature delle torri di vetro e degli sfarzosi mega mall in costruzione ed eccoli lì: immigrati indiani e nepalesi, filippini e pachistani, mediorientali, africani, asiatici di tante etnie diverse. Sono gli operai alle dipendenze delle multinazionali edili, ma anche gli autisti dei taxi in città torride dove nessuno si sposta a piedi, le colf operose delle ricche famiglie locali, gli inservienti invisibili degli alberghi di lusso.
Hub dei flussi umani
Il Golfo – che i suoi abitanti denominano rigorosamente “Arabico” – è in assoluto uno degli hub mondiali dei flussi di popoli in movimento. E i numeri delle migrazioni, da queste parti, fanno impallidire gli standard a cui è abituata la vecchia Europa, in difficoltà di fronte al grido dei disperati che bussano alle sue porte.
Il 10% – tanto per inquadrare l’ordine di grandezza – in Qatar non è la quota dei migranti ma, al contrario, quella della popolazione autoctona sul totale dei 2 milioni e mezzo di residenti. Nove persone su dieci, cioè, nel piccolo emirato celebre per il suo attivismo finanziario all’estero, dove il Pil pro capite è il più alto al mondo, sono straniere. Analoga la situazione negli Emirati Arabi Uniti, dove gli immigrati costituiscono l’88% degli otto milioni di abitanti, mentre in Kuwait sono il 70% della popolazione (in tutto 4 milioni e 300mila persone). Secondo stime della Banca mondiale, i 24 milioni di migranti che attualmente lavorano nei Paesi del Golfo mandano in patria, in totale, oltre 60 miliardi di dollari all’anno.
Il sorprendente benessere garantito negli ultimi quarant’anni dalla scoperta di enormi risorse naturali, tuttavia, è ancora ben lontano dal toccare la stragrande maggioranza di questi lavoratori stranieri. Solo una minima parte è costituita da imprenditori e businessman, professionisti qualificati operanti nel settore culturale, manager o ingegneri impiegati negli impianti petroliferi, cioè i “cervelli” che suppliscono alle risorse umane locali ancora in formazione. La fetta preponderante coincide invece con la bassa manovalanza che ha rappresentato il motore della crescita fulminea delle società di accoglienza. Mere “braccia”, prive di diritti e spesso sfruttate fino all’abuso.
La piaga degli “schiavi del Golfo” è venuta alla luce di recente. Il mondo ha cominciato a sentirne parlare solo in seguito all’assegnazione al Qatar dei Mondiali di calcio del 2022. La controversa decisione della Fifa ha dato il “la” alle prime inchieste giornalistiche e ai rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, che, verificando le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati impiegati nei cantieri degli stadi di Doha e dintorni, hanno alzato il velo su un modello di gestione della manodopera straniera basato su violazioni sistematiche. Un buco nero che riguarda non solo il florido emirato guidato dallo sceicco al Thani, ma in generale tutti i Paesi ad alto tasso di migrazione della regione.
Schiavi del lavoro
Mussafah è una grossa zona industriale alla periferia di Abu Dhabi. Basta guidare una quarantina di minuti lungo Al Khaleeji Al Arabi street oltrepassando il ponte a dieci corsie che unisce l’isola, cuore della capitale emiratina, alla terraferma, per ritrovarsi in un altro mondo. Qui, le mille luci da luna park permanente e le spiagge dorate lasciano il posto a ghetti di prefabbricati in cui, alla sera, file di pulmini riportano a casa schiere di operai stranieri, dopo interminabili giornate di lavoro estenuante sotto il sole infuocato di queste latitudini (mediamente i turni sono di dodici ore, e le temperature estive di 50 gradi). Ci vuole l’autorizzazione della polizia per entrare nei labour camp, città dormitorio in cui vivono, al limite della sopportazione umana, migliaia di uomini soli che hanno lasciato in patria mogli, figli, genitori. È per mandare a loro pochi dirham al mese che resistono per anni in stanze sovraffollate (un locale di tre metri per tre può arrivare ad accogliere otto o nove persone), spesso in condizioni igieniche pessime, di fatto prigionieri dei loro padroni.
“Le leggi sull’immigrazione prevedono che il lavoratore possa accedere al Paese solo dopo aver firmato un contratto con un’impresa, che diventa “sponsor” del dipendente e ne trattiene i documenti come “garanzia””: così George Babu, ingegnere del Kerala in prima linea nel supporto ai suoi connazionali a rischio sfruttamento, durante una visita ai ghetti di Mussafah sintetizza il famigerato meccanismo della “kafala”, il sistema di reclutamento di manodopera straniera diffuso in tutto il Golfo che lega al capo, indissolubilmente, il lavoratore, a cui è vietato cambiare impiego per tutta la durata del contratto.
È proprio questo vincolo – di cui approfittano anche le “virtuose” imprese occidentali – che spiana la strada agli abusi, in un contesto in cui i sindacati sono inesistenti e lo sciopero illegale. In realtà, dall’Arabia Saudita agli Emirati, negli ultimi anni alcuni gruppi di operai hanno scelto comunque di incrociare le braccia per rivendicare condizioni di lavoro più eque, salvo poi essere tutti espulsi per ritorsione… “Qui non solo ci trattano come bestie, ma spesso non veniamo pagati per mesi, e non abbiamo modo di fare valere i nostri diritti”, racconta Denis Joe, operaio indiano di quarant’anni con un visto di lavoro triennale. “Se proviamo a protestare, rischiamo di non rivedere più il nostro documento”. Un quadro a cui vanno aggiunti standard di sicurezza generalmente disastrosi, il che rende purtroppo gli incidenti sul lavoro eventi all’ordine del giorno. Jospeh, un altro manovale di Mussafah, ci è passato: caduto da un’impalcatura, ha riportato danni fisici permanenti. Solo grazie all’aiuto di alcuni consulenti legali volontari, dopo anni di lotta è riuscito a ottenere un risarcimento per l’infortunio. Il suo passaporto, però, è ancora nelle mani dell’azienda.
A molti altri, tuttavia, è andata peggio. La macabra stima resa nota un anno e mezzo fa dall’Unione delle confederazioni sindacali e da 90 organizzazioni per i diritti civili, secondo cui erano già 1.200 gli operai immigrati morti nei cantieri della Coppa del mondo, è solo una delle continue denunce relative alle violazioni di diritti legate alla preparazione della manifestazione sportiva del 2022. Tra le più recenti, quella dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) delle Nazioni unite, che ha concesso al Qatar un anno di tempo per cancellare le “pratiche di lavoro forzato in stato di sostanziale schiavitù”, pena il varo di una commissione d’inchiesta Onu con il rischio di sanzioni internazionali.
Qualcosa si muove
L’emirato, pur rifiutando le drammatiche stime diffuse periodicamente sul tema, in questi anni ha adottato alcuni provvedimenti, sia aumentando la vigilanza sulle compagnie operanti sul proprio territorio, sia varando misure legislative volte a correggere le norme più controverse e migliorare così gli standard dei diritti e della sicurezza dei lavoratori.
Sulla scia di questa inedita attenzione globale, anche i Paesi vicini si sono finalmente mossi. A gennaio, il ministero del Lavoro di Abu Dhabi ha promulgato tre nuovi decreti introducendo tra l’altro un contratto di lavoro nazionale e definendo le condizioni per rescindere un rapporto professionale: obiettivo, “aumentare la trasparenza e la vigilanza e assicurare a imprenditori e dipendenti relazioni pienamente volontarie”.
Similmente, il Bahrain e l’Oman hanno abolito – almeno formalmente – il sistema della kafala, che tuttavia resta attivo in Qatar (per alcune categorie di dipendenti), Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait. Proprio il piccolo Paese governato dalla dinastia degli Al Sabah ha però compiuto importanti passi in avanti nella tutela di un’altra categoria massicciamente sfruttata: quella delle collaboratrici domestiche, a cui oggi viene garantito un giorno di riposo settimanale oltre a un mese di ferie pagate. Diritti eccezionali nel contesto generale dell’area, se è vero che i due milioni di colf immigrate a servizio nelle case del Golfo sperimentano condizioni paragonabili a quelle degli operai edili in termini di orari prolungati (in Arabia Saudita le domestiche lavorano in media 64 ore alla settimana), mancato rispetto dei riposi, ritardi nel versamento del salario e maltrattamenti psicofisici, spesso anche di natura sessuale. Una vulnerabilità esasperata dal fatto di operare in un ambiente chiuso, dove le iniziative collettive sono impossibili.
Negli ultimi anni, vari casi di cronaca controversi hanno avuto per protagoniste le “domestic workers”: quello di Rizana Nafeek, cameriera dello Sri Lanka decapitata a Riyadh nel 2013 dopo essere stata costretta a confessare l’assassinio di un neonato, è solo il più noto, vista la tempesta diplomatica che scatenò. Ma vicende simili hanno incrinato i rapporti tra vertici sauditi e governo filippino, così come quelli tra l’Indonesia e il Qatar a causa delle frequentissime fughe di donne di servizio maltrattate dai loro sponsor.
Spesso, a muoversi in difesa di queste lavoratrici particolarmente esposte, sono proprio le diplomazie dei Paesi di provenienza. È l’ambasciatrice delle Filippine ad Abu Dhabi, Grace Princesa, instancabile paladina dei diritti delle colf negli Emirati Arabi, a mostrarmi i locali dell’ambasciata trasformati in rifugi di fortuna per decine di donne fuggite dalle abitazioni dei datori di lavoro in seguito a forme diverse di abusi. Oltre all’accoglienza in emergenza, lo staff fornisce tutela legale nei contenziosi e supporto per il recupero dei documenti trattenuti dagli sponsor. “Per il mio popolo, i costi sociali dell’emigrazione sono altissimi, ecco perché siamo chiamati a massimizzare i vantaggi per le famiglie, cominciando dall’informarle sui diritti garantiti loro dai sistemi legali dei Paesi d’accoglienza”, spiega Princesa, autrice di una guida alle normative sul lavoro negli Emirati. Versioni locali del prontuario sono state pubblicate anche in Arabia Saudita e Qatar, grazie alla collaborazione con l’organizzazione Gulf Law, che ha già garantito assistenza legale gratuita a oltre seimila filippini negli Emirati.
Cittadini di serie B
Resta vero che, pure in un contesto che sta provando a evolversi, i diritti dei non-cittadini nel Golfo sono sottoposti a pesanti limitazioni. A cominciare proprio dall’estrema difficoltà ad accedere all’ambitissimo status di cui godono gli autoctoni. Seppure con specificità locali – come l’annosa questione dei bidoon, le migliaia di apolidi sottoposti a un duro ostracismo in Kuwait – in tutta la Penisola arabica la cittadinanza resta un miraggio sia per gli espatriati sia per i loro figli. Secondo le leggi, né la prima né le successive generazioni di immigrati potranno mai trasformarsi in cittadini, a prescindere dalla professione e dal reddito. Le rarissime eccezioni restano a discrezione del sovrano in persona.
Nonostante tutto, non mancano le famiglie che, con abnegazione e pazienza, riescono a emanciparsi fino a ritagliarsi un proprio piccolo spazio nella società di accoglienza, partecipandone in una certa misura alla vita. Tra loro i professionisti più qualificati, il cui contributo non solo materiale al benessere collettivo è riconosciuto dagli autoctoni, così come i loro figli, quei giovani di seconda generazione che hanno molta più familiarità con la cultura del Golfo che non con quelle di provenienza dei genitori.
Anche per loro, tuttavia, resiste un limite fondamentale, duro a morire in Paesi le cui costituzioni, pur con gradi diversi di modernizzazione, restano saldamente ancorate alla legge e all’identità islamica. Il che complica la vita a quella maggioranza di migranti che professa una fede diversa: indù, sikh, ma anche moltissimi cristiani. Nei soli Emirati Arabi Uniti oltre la metà degli stranieri è battezzata. Soltanto i cattolici – in gran parte filippini e indiani – si aggirano intorno al milione. Ma in tutta la Penisola arabica, negli ultimi anni, il numero di cattolici è quintuplicato, raggiungendo i 3milioni e 100mila. Mentre insomma il Medio Oriente in fiamme assiste a un drammatico esodo generalizzato dei fedeli di Gesù, nelle terre di origine dell’islam essi crescono senza sosta. E la tutela del loro diritto a vivere senza restrizioni la propria fede resta una questione aperta.
Caso a sé, in senso decisamente negativo, è l’Arabia Saudita. Nella “terra delle due sacre moschee” il diritto alla libertà religiosa è quotidianamente calpestato e chi non si riconosce nell’islam è costretto ancora a vivere una fede delle catacombe: vietato celebrare una messa, riunirsi per pregare, esibire qualunque segno identitario non musulmano. E la vita è particolarmente dura, oggi, anche nello Yemen, preda di una sanguinosa guerra civile: in questo Paese dove tradizionalmente alcune migliaia di cattolici facevano riferimento a quattro parrocchie, il dilagare della violenza ha spianato la strada al fondamentalismo, come ha drammaticamente dimostrato l’assalto di un commando di fanatici islamisti in cui, lo scorso marzo ad Aden, hanno trovato la morte quattro suore missionarie della carità (con altre dodici persone) ed è stato rapito il salesiano indiano don Thomas Uzhunnalil.
Libertà di culto ma non di religione
Oltre i confini di questi Paesi, invece, in tutta la fascia di terra affacciata sul Golfo Arabico, dall’Oman al Kuwait, la regola ferrea per le minoranze religiose è quella del “basso profilo”. Le campane non suonano, le croci non svettano in cima alle chiese e, in particolare in Qatar dove vige il rigido islam wahhabita, ai cristiani è richiesto un notevole grado di discrezione. Bisogna oltrepassare i cancelli dei compound parrocchiali per ritrovarsi immersi, a sorpresa, in una vitalità religiosa eccezionale.
“La nostra è una Chiesa giovane, vibrante, fatta di fedeli di oltre cento nazionalità diverse, il che è sinonimo di un’incredibile ricchezza di riti, tradizioni ecclesiali, apporti culturali”, racconta monsignor Paul Hinder, francescano, svizzero, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, che comprende Emirati Arabi, Oman e Yemen. Al venerdì, giorno di riposo per l’islam, nella cattedrale di Abu Dhabi si celebrano una decina di messe: in inglese e tagalog, malayalam e urdu, tamil, cingalese, arabo… “Per molti immigrati – continua il cappuccino – la parrocchia diventa una seconda casa. Vista però la scarsità dei luoghi di culto che abbiamo a disposizione, il problema degli spazi si fa sentire con urgenza”. Alla parrocchia di St. Mary, a Dubai, fanno riferimento 400mila fedeli, ma la chiesa contiene al massimo 1700 persone e i bambini che frequentano settimanalmente il catechismo sono seimila.
L’esigenza di nuove aree a disposizione di una comunità in costante crescita è condivisa dai due Vicariati locali. E visto che i terreni su cui sorgono le parrocchie sono generalmente donati dai leader dei singoli Paesi, i passi in avanti su questo fronte dipendono dalla “magnanimità” dell’emiro di turno. Se negli Emirati Arabi Uniti negli ultimi tre anni sono state inaugurate due nuove chiese cattoliche, e in Bahrain il re Hamad al Khalifa ha offerto l’appezzamento su cui sarà costruita la cattedrale di Nostra Signora d’Arabia, la situazione è ben più difficile altrove: a parte l’Arabia Saudita, dove non esistono chiese, il clima resta pesante anche in Qatar e Kuwait, dove recenti notizie sulla decisione della Municipalità di Kuwait City di concedere alcuni terreni per edificare nuovi luoghi di culto cristiani hanno suscitato la reazione veemente da parte di parlamentari e giuristi fondamentalisti.
Tra le tante sfide che i cristiani del Golfo devono affrontare quotidianamente, la più decisiva resta però un’altra: “Se nelle nostre strutture possiamo svolgere il culto senza alcuna intromissione o proibizione, questo non significa che qui esista libertà di religione”, sintetizza monsignor Camillo Ballin, vicario dell’Arabia settentrionale (Qatar, Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita). In tutta le regione, infatti, le conversioni dall’islam a un altro culto sono vietate. Il diritto a scegliere la propria fede, da queste parti, resta un tabù anche per i regimi più illuminati.
Un bilancio dei diritti, insomma, ancora in chiaroscuro, che vede incrostazioni dure a morire alternarsi a periodici avanzamenti incoraggianti e a spiragli di speranza. Come quello apertosi lo scorso gennaio ad Abu Dhabi, quando la comunità ha festeggiato le prime ordinazioni cristiane mai avvenute negli Emirati: quelle di due giovani sacerdoti di origine indiana. Anche se le campane non suonano, lo Spirito soffia sopra i deserti e i grattacieli d’Arabia.